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IL DESERTO DEL KARAKUM E LA PORTA DELL’INFERNO

TURKMENISTAN

icona orologio 12 GIORNI
minimo 8 massimo 16 partecipanti
icona valigia PARTENZE:
Sistemazioni
Active Expeditions - Spedizioni Trekking Sailing

Un deserto asiatico poco conosciuto e frequentato dai viaggiatori europei. Terra di predoni fino a un centinaio d’anni fa, dove nessuno osava avventurarsi. Un oceano di sabbia e steppa, rovente d’estate, ghiacciato d’inverno. Solcato dall’esile striscia verde-azzurra del fiume Amudarja, l’antico Oxus dei Greci, e dalle vie carovaniere che collegavano le oasi. Un territorio estremo al centro di un viaggio in 4X4, con molti pernottamenti in tenda. Ad ammirare crateri - continua -

A PARTIRE DA: 3.750 €


ITINERARIO

Partenza in mattinata da Milano con volo di linea Lufthansa per Francoforte. Arrivo, cambio di aeromobile e partenza per Ashgabat dove l’arrivo è previsto a tarda sera (il volo generalmente prevede uno scalo a Baku). Cena a bordo. Accoglienza all’arrivo e trasferimento privato all’Hotel Sofitel 5* per il pernottamento (www.sofitel.com).

Il Sofitel è a tutt’oggi il migliore hotel della capitale, per un inizio soft. Elegante e arredato con cura, camere spaziose e confortevoli. Posizionato di fronte al Parco della Neutralità. Ma qualche pecca ce l’ha, come il servizio WiFi che non è disponibile in camera per cui si è obbligati a scendere nella hall e il servizio non sempre permette di connettersi in maniera continua ed efficace… D’altronde chi si appresta a effettuare una spedizione nel deserto è sicuramente preparato a questo tipo di inconvenienti.

 

N.B. La partenza da altri aeroporti italiani va richiesta al momento della prenotazione al nostro Ufficio Booking che ne verificherà la fattibilità. Non sempre è possibile partire dalla città richiesta o da una città diversa da quella indicata nel programma. A volte potrà essere richiesto un supplemento che può variare in base all’effettiva disponibilità del volo.

 

Prima colazione in hotel e poi partenza alla scoperta della capitale.

Ashgabat non è la città immobile e fatiscente delle descrizioni dei viaggiatori d’una ventina d’anni fa. È invece un centro ben ordinato e dinamico, con cantieri ed edifici moderni che vengono su come funghi, ampie vie alberate e lisce, aiuole e giardini ben curati. Altro che città del deserto!

D’altra parte, gli ultimi sono stati anni importanti: gli anni della svolta, del Risorgimento, del dopo indipendenza, che data al 1991. Così si sono reinventati una nuova capitale, vetrina, seppur falsata, del nuovo efficientismo turkmeno e specchietto per le allodole per gli investitori stranieri. Visiteremo alcuni dei suoi simboli, come l’Arco della Neutralità, con la statua d’oro massiccio del Turkmenbashi, il Padre dei turkmeni, il dittatore Saparmurat Niyazov, uomo forte del vecchio regime che in poco tempo trasformò il paese in una specie di feudo privato fino alla sua morte, nel 2006. Poi il Parco dell’Indipendenza, il mausoleo-moschea di Turkmenbashi. Essendo oggi domenica, non mancheremo una visita al Bazar di Tolkuchka, fino a qualche anno fa il mercato più spettacolare dell’Asia Centrale, quando aveva luogo in una vasta area nella periferia della città, alle porte del deserto. Attualmente è stato trasferito in un enorme centro moderno e ha perso gran parte del suo fascino, ma rimane comunque un’occasione imperdibile per mescolarsi ai locali e trovare un po’ di tutto, dalla frutta e verdura, ai gioielli tradizionali e tappeti. E nel frattempo ci prepareremo per la nostra spedizione nel deserto.

Pasti in ristoranti locali. Pernottamento all’Hotel Sofitel.

 

Lasciata la capitale, la nostra prima tratta avviene verso oriente, verso l’antica Margiana, un regno potente, la cui capitale era Gonur Depe, la fortezza di cui visiteremo le rovine e presso cui ci accamperemo. Fu lì che, alcuni dicono, nacque lo zoroastrismo, la religione di cui fu profeta Zarathustra. Un regno potente.

Ci arriviamo dopo un paio d’ore di fuoristrada, dopo esser saliti in cima alla collina d’Ulug Depe, la Collina Grande, in turkmeno, sede d’una fortezza da cui la vista spazia verso l’infinito in cui ci immergeremo nei prossimi giorni, e dopo la visita di Abiverd, con i suoi resti che parlano di distruzione e d’abbandono, quella di cui fu vittima nel XVIII secolo dopo una storia di duemila anni. Ci sono ancora alcune strutture, di una moschea, d’una antica porta, e la città, sulla Via della Seta, che giace nel deserto. Pensione completa. Pernottamento in campo mobile con tende igloo.

 

A Nord ci aspetta Ak Molla, la comunità che ci ospita per la notte, proprio in mezzo al deserto del Karakum, le Sabbie Nere, che insieme alla sua controparte uzbeka del Kyzylkum, le Sabbie Rosse, forma una delle più vaste distese di dune al mondo. La pista che ci accompagna corre parallela, ma lontanissima, alla direttrice asfaltata (male) che da Ashgabat porta all’estremo nord, una delle tre o quattro del paese. Di tanto in tanto apparirà la carcassa arrugginita di un’auto, macchia bruna in mezzo alla sabbia, che chissà come ci è arrivata. Piccole mandrie di dromedari smunti si aggirano brucando il brucabile. Di tanto in tanto ci fermeremo ad analizzare la sabbia e il fondo, per evitare d’arenarci.

In queste zone si possono ancora percepire gli odori e le atmosfere del mondo sovietico. È facile accorgersi che questi territori costituivano la periferia dell’’impero’, un ‘mondo altro’ interdetto a tutti, anche agli altri sovietici, fino a qualche anno fa. Una sorta di far west eurasiatico fatto di pochi, polverosi villaggi di tende (le öy) e baracche dove bambini biondi, probabile eredità russa, si rotolano insieme ai loro coetanei dai visi scuri e spigolosi della più schietta matrice turca. Futuri pastori e allevatori seminomadi alla perenne ricerca d’acqua per le loro pecore karakul, quelle nere, e per i dromedari; tessitori di tappeti pregiati o conciatori di pellicce d’astrakhan, proprietà di un mercante che li venderà nei bazar di Ashgabat o di Mosca; oppure inurbati di domani in cerca di una fortuna che solo raramente si fa trovare. Sono luoghi depressi da sempre, questi. Il Turkmenistan era una delle repubbliche più povere dell’Urss, all’ultimo posto in Asia Centrale, misera, emarginata, ignorata, nonostante i vasti giacimenti petroliferi, sempre trascurati a vantaggio di quelli siberiani. Forse anche per questo ha mantenuto più delle altre la propria cultura. Pensione completa. Pernottamento in campo mobile con tende igloo.

 

Oggi attraversiamo il Karakum centrale fino a incrociare la direttrice di cui sopra, quella sud-nord, circa a metà dei suoi quattrocento chilometri, a Darwaza, il maggior villaggio della zona, spopolato e miserabile come gli altri.

Magari avremo modo di bere un tè in una chayhana, i bar locali, e di fare conoscenza con qualcuno di coloro che qui abitano, nelle baracche o nelle öy. Probabilmente potremo visitare una, e ci verrà offerto latte di cammella di uno degli allevamenti. Di sicuro troveremo gente dello staff che ci riempirà di viveri, acqua e quant’altro ci serve per la continuazione della nostra spedizione nel deserto, che è solo a metà.

In giro pascolerà ogni sorta di animale da cortile e non sarà strano se spesso durante le nostre soste si radunerà una piccola folla. Un semicerchio di giovani, vecchi, donne e bambini, curiosi di sapere qualcosa dei nuovi venuti. Non sono villaggi fantasma come sembrano. Ci son bambini a torso nudo e piedi scalzi, con le ginocchia sbucciate e il naso bisunto, donne e ragazze che guardano timide coprendosi il viso con la mano o col lembo del foulard colorato che penzola dal capo. Uomini che sembrano una banda di straccioni, tutti sudati e sporchi, con camicie sbrindellate aperte su petti piagati dal sole e piedi inciabattati. Magari con un telpek in testa, uno dei tipici copricapo di pelo che il figlio sarebbe obbligato a portare in segno di lutto per la morte del padre.

A Darwaza ci aspetta una delle meraviglie di questo viaggio. Si trova non lontano dal villaggio, il cui nome significa Porta, forse riferita a quella dell’inferno, come i locali hanno battezzato il grande cratere improvvisamente apertosi sotto i piedi di alcuni geologi che nel 1971 stavano trivellando nella zona. Ha un diametro di circa sessanta metri e, dopo che fu deciso di dar fuoco alle fuoriuscite di gas per evitare problemi d’avvelenamento, continua ad avvampare, proprio come fossero le porte degli inferi, come se là sotto bruciassero i dannati. Una visione dantesca, che si fa suggestiva soprattutto la notte, quando la sua luce riverbera fino a molti chilometri di distanza. Ci accamperemo proprio lì, attendendo il tramonto per goderci lo spettacolo il più a lungo possibile. Perché è uno spettacolo davvero unico. Pensione completa. Pernottamento in campo mobile con tende igloo.

 

Riprendiamo la pista verso ovest, seguendo per quanto possibile il letto dell’antico fiume Uzboy, che fino al cambiamento repentino del suo corso, nel Seicento, serviva da canale di deflusso delle piene dell’Amudarja, andando a gettarsi nel Mar Caspio. La nostra meta odierna sono i resti di Igdykala, una fortezza dell’impero parto che da un suo argine lo controllava.

Anche qui il paesaggio è spettacolare, e lo godremo al meglio dal nostro campo, nell’alveo asciutto del vecchio corso d’acqua. Il Turkmenistan è costellato di fortezze simili, ad antica difesa di questo o di quel regno, che nel corso della storia sono scomparsi sotto le sue sabbie. Questa era una delle linee, ma altre ce n’erano a nord, oltre l’Amudarja, e altre a sud, lungo la cresta dei monti del Kopet Dag. Pensione completa. Pernottamento in campo mobile con tende igloo.

 

I canyons, quelli di Yangikala, sono il leitmotiv odierno. Sul loro fondale passeremo la giornata e poi anche la notte, nell’ultimo campo prima di ristorarci un po’ nell’hotel di Turkmenbashi, il giorno seguente.

Si tratta di una regione un tempo sottomarina, fatta di formazioni rocciose calcaree plasmate prima dal mare interno, ora ritiratosi nel golfo di Karabagazgol e nel Mar Caspio, e poi dal vento e dalle piogge, artefici di opere d’architettura naturale simili a mura, torri, fortezze. Questa è una delle giornate più spettacolari del nostro viaggio, consumata tra scenografiche formazioni rocciose in cui il rosso è, insieme al bianco, il colore dominante, quello che, insieme alle forme delle rocce, le ha fatto meritare l’appellativo che porta, Yangikala, appunto, ossia Fortezza Fiammeggiante, a richiamare le più note montagne cinesi. La si potrebbe però dire anche cangiante, perché a seconda dell’orario assume colorazioni sempre differenti, fino alla più bella, quella che ci regalerà il tramonto. Pensione completa. Pernottamento in campo mobile con tende igloo.

 

Riappare la strada. Una strada sterrata, però, che ci accompagna fino a Turkmenbashi, la vecchia Krasnovodsk, la seconda città del paese e l’unico porto sul Mar Caspio, intitolata ora al Padre dei Turkmeni.

A Turkmenbashi ci sistemiamo in hotel, dove avremo la possibilità di ritemprarci un po’, dopo e prima delle fatiche dei campi, sciacquandoci per qualche ora la sabbia. E come luogo di ristoro la considereremo, perché di interessante offre poco, a parte il fascino del luogo in cui si trova, lì, su un mare in mezzo all’Asia. Pensione completa. Pernottamento in hotel.

 

Il nuovo giorno ci riporta fuoristrada. Due ore buone di guida sulle pianure salate per arrivare alle rovine della città carovaniera di Dehistan dove, tra minareti e resti di moschee sorte tra il X e il XIV secolo, piazzeremo il nostro quinto campo. Un campo estremamente suggestivo.

Dehistan era tra i più occidentali dei grandi centri carovanieri del centro Asia, e apriva la via che continuava verso Merv e Bukhara. Come gli altri dovette subire la distruzione delle orde mongole di Gengis Khan, anche se non fu a causa loro, ma forse per l’esaurimento delle risorse naturali, che fu poi abbandonata nel XV secolo. Pensione completa. Pernottamento in campo mobile con tende igloo.

 

Ultimo giorno nelle vastità rurali del paese. Percorriamo la valle del fiume Sumbar, tra i monti della catena del Kopet Dag, da sempre divisione naturale tra l’Iran e il Turan, la terra dei barbari, nonché vecchia frontiera dell’Unione Sovietica. Ora è il confine statale con l’Iran, appunto, lungo tutto il Turkmenistan meridionale. Attraverso le Montagne della Luna, un gruppo di colline aride che riempie lo sguardo, approdiamo alla comunità montana di Nohur, un villaggio relativamente intatto, che ci porta dritti a un medioevo centroasiatico, dove gli abitanti si considerano discendenti diretti dell’invasione di Alessandro Magno durante la sua corsa verso l’India. Tra i suoi vicoli petrosi incontreremo donne con il tipico foulard in testa e gli abiti variopinti e uomini con costumi antichi, tutti coi loro telpek in capo, anche d’agosto, e i pugnali alla cintola, simbolo del recente passato pastorale. La visita al suo cimitero ce ne fornirà altra prova, con corna d’ariete poste a ornamento d’ogni lapide. La capra, dicono, è un animale sacro.

Poi, la sera, montiamo il campo nei pressi del villaggio, ringraziando gli abitanti per la grande ospitalità, sacro valore d’ogni buon turkmeno. Pensione completa. Pernottamento in campo mobile con tende igloo.

 

Ed eccoci all’ultimo giorno di viaggio in fuoristrada, quello che in un paio d’ore ci riporta ad Ashgabat, dove entriamo dalla parte opposta a quella da cui eravamo usciti. Pranzo in ristorante locale e sistemazione in hotel. Nel pomeriggio visitiamo il Museo dei Tappeti con pezzi pregiati tessuti a mano che datano all’epoca medievale e pezzi enormi, tra cui il più grande tappeto al mondo. Molto interessante è pure il Museo Nazionale di Storia ed Etnografia che ospita la ricca collezione degli oggetti provenienti dai principali siti archeologici del paese, datati dall’Età del Bronzo (vi si trovano i reperti ritrovati a Gonur Depe, tra cui amuleti e sorprendenti oggetti legati al culto zoroastriano) al periodo islamico (VII secolo d.C.).

Tempo a disposizione per gli ultimi acquisti al Bazar Russo. Cena, qualche ora di riposo e in tarda serata trasferimento in aeroporto per il volo di rientro in Italia. Pernottamento a bordo.

 

Arrivo a Francoforte, cambio di aeromobile e proseguimento per l’Italia.


 

 

 

  1. Cimitero, villaggio di Nohur  2. Incontri  3. Darwaza, deserto del Karakum

 

APPROFONDIMENTI DI VIAGGIO

 Il viaggio è una vera e propria spedizione. Al di fuori della capitale e di Turkmenbashi, dove pernottiamo in hotel, tutti gli altri pernottamenti, 7 notti, sono in campi tendati mobili con tende di tipo igloo a 2 posti (la partecipazione dei partecipanti nel montaggio e smontaggio delle tende è sempre gradita). L’equipaggiamento necessario è provvisto dall’organizzazione, incluso il sacco a pelo e il materassino (consigliamo di portarsi un sacco lenzuolo da inserire - CONTINUA -

PERCHÈ CON KEL 12

  • Ad accompagnare il gruppo c’è un Esperto Kel 12
  • Un viaggio-novità che tralascia i luoghi più visitati del Turkmenistan per addentrarsi in regioni remote lontano dai percorsi battuti
  • Si utilizzano comodi fuoristrada con soli tre passeggeri a bordo e tutti hanno garantito il posto vicino al finestrino

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