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“LA VALLE DI KATHMANDU” E KUMBH MELA IN INDIA

INDIA NEPAL

icona orologio 13 GIORNI
minimo 10 massimo 16 partecipanti
icona valigia PARTENZE:

    2019

  • Dal   26  gennaio    al   7  febbraio  
Sistemazioni
Land Expeditions - Viaggi con Esperto

Due Paesi, un unico viaggio. Prima il Nepal, con Kathmandu e la sua valle. Alla scoperta di templi buddhisti e bazar, antichi palazzi e monumenti in legno intagliato. Cinque giorni di escursioni nei dintorni della capitale. Per visitare il Tempio Insanguinato a Dakshinkali, la sacra Pashupatinath, lo stupa di Bodhnath, il tempio di Gokarna Mahadev Bhaktapur e quello di Changu Narayan, dedicato a Vishnu. Ogni sera, il rientro a Kathmandu, per rilassarsi al Dwarika’s Hotel, uno degli - continua -

A PARTIRE DA: 3.850 €


ITINERARIO

Partenza da Milano con volo di linea Air India AI 138 delle 20,00.

L’accompagnatore incontrerà i partecipanti a Milano presso il banco accettazione tre ore prima della partenza. Pasti e notte in volo.

 

Arrivo a Delhi alle 7,45 e proseguimento per Kathmandu alle 12,50 con AI 215.

Si giunge nella capitale nepalese alle 14,40.

Disbrigo delle formalità aeroportuali, accoglienza da parte della nostra guida. Questo volo l’abbiamo scelto (oltre che per avere un volo diretto dall’Italia in India senza spezzarlo con scali intermedi e poter dormire qualche ora), anche per concederci un approccio soft col Nepal e poterci recare direttamente in albergo, che è vicino all’aeroporto. Inizieremo con rilassatezza le visite il giorno dopo, senza essere costretti ad andarsene in giro subito dopo l’arrivo nella capitale stanchi ed assonnati, il che normalmente comporta un disagio notevole. E’ questo un aspetto che i nostri compagni di viaggio certamente apprezzeranno.

Eviteremo la pennichella per arrivare a sera ancora più stanchi. Una buona dormita consentirà di ricostruire più facilmente il ciclo giorno/notte.

(Siamo però certi che saremo tentati di dedicarci subito a una prima, certamente coinvolgente, scoperta del nostro “hotel”).

 

*Le visite a Kathmandu e nella valle, potrebbero avere andamento diverso da quello indicato, anche per le particolari condizioni del traffico. Accompagnatore e guida ne decideranno l’ordine per poterle svolgere tutte.

Durante la permanenza nella Valle di Kathmandu è possibile organizzarsi autonomamente, con costi e condizioni da verificare in loco, voli su piccoli aerei per osservare da posizione ravvicinata le vette himalayane. Si effettuano in genere di primo mattino per non intralciare il normale svolgimento delle visite.

 

Cena in hotel, “Toran” Restaurant.

Pernottamento: “Dwarika’s, Heritage Hotel”

 

acque

 

piscina

 

interno stanza

 

Il nostro hotel,Dwarika’s Heritage Hotel” (www.dwarikasgroup.com)

Soggiornarvi è un’esperienza.

È semplicemente il più fascinoso e particolare albergo del Nepal. E non solo.

Si tratta di un ambiente con uno stile e personalità che ne fanno una vera “casa nepalese”, raffinata, banalmente unica. La struttura, i vari ambienti comuni e le stanze personalizzate sono il risultato delle ricerche di materiali, mobili e arredi antichi e prestigiosi, curati con passione dal proprietario. Per molti anni ha cercato trovato e restaurato porte, travi, finestre, statue, colonne, oggetti vari e quanto altro fosse possibile sottrarre al passare del tempo. Ha completato l’opera collocandoli in palazzine tradizionali appositamente ristrutturate per accoglierli.

In questa dimora nepalese soggiorneremo cinque notti fruendo, di “stanze” una differente dall’altra. Ne apprezzeremo certamente le diversità rispetto ad altri pur memorabili hotel in cui avremo già avuto modo di soggiornare in vari pezzi di mondo.

È il modo migliore per gratificarsi dopo le emotive giornate di visite nella valle. Si trova fuori della zona più frequentata e inquinata della capitale.

(Il suo difetto più rilevante, oltre al prezzo, è che va prenotato un anno prima).

 

Mattino: conoscenza della capitale (Kumari Temple, Kastmandap, Hunuman Dokha, Shiva & Parvati Temple, Kal Bahirab, Durbar Square*…).

Pomeriggio: Swayambhunath e tempo libero per personali approfondimenti.

Pranzo in uno dei ristorantini più panoramici di Kathmandu, modesto nella struttura e pietanze (come quasi tutti quelli in cui si pranza) ma all’ultimo piano di un palazzo con vedute sulla Durbar Square, vicino all’ex leggendaria Freak Street.

 

Kathmandu.

Lungo elencare le piazze, templi e palazzi, strade e vicoli della capitale arricchiti dall’opera dei Newari, i valenti artigiani che lavorano da sempre il legno di tek. Le visite di Durbar Square e della residenza in cui vive la Kumari (la bambina che incarna la dea Taleju), gli altri luoghi degni d’una sosta e della dovuta attenzione, una passeggiata senza consultare la mappa cittadina, una sosta sulla gradinata di un tempio per oziare ed osservare, una pausa in una casa da tè, la difficile selezione (per non pagare l’eccesso di peso in aeroporto) tra i tanti acquisti possibili dai tappeti ai CD… forniscono un insieme di stimoli che riempiono con soddisfazione il tempo della permanenza. Tutto ciò rientra nel programma previsto nella capitale, utilizzando anche le ore libere al termine delle visite negli altri centri della valle.

È una grande città di oltre 1.000.000 abitanti. Il numero risulta da una stima, perché la capitale calamita anche molte persone che vi si trasferiscono solo nei mesi in cui sospendono l’attività che svolgono in regioni lontane del Terai o delle montagne, o che ancora vi sostano in attesa di trovare una soluzione ai problemi creati dal terremoto.

Il traffico e l’inquinamento non le hanno sottratto la capacità di attrarre. Lo fa oramai da vari decenni sin dai “favolosi anni ’60”, quando i primi “avventurosi” viaggiatori vi si recavano affascinati da architetture e atmosfere religiose più rilassate di quelle presenti nella più eclatante India.

Oggi, come Pokhara, non è più la meta preferita di giovani che la sceglievano perché in grado di soddisfare le più disparate esigenze a poco prezzo. Oltre alla mitica “Freak Street”, (non molto vi aleggia della vecchia atmosfera), permane il consistente segno di quel periodo anche nella numerosa presenza di un turismo giovanile, tipico di alcune destinazioni, alla ricerca di miti che (pur più duraturi degli alimenti facilmente deperibili), non sono riproponibili all’infinito, ma hanno una scadenza oltre la quale si rischia per lo meno un’indigestione di banalità. (Anche perché “l’alternatività” non può essere mai una caratteristica di fenomeno di massa).

La capitale ora si è trasformata in un luogo turistico in cui trovano la giusta accoglienza ancora giovani “saccopelisti”, ma pure chi ricerchi sistemazioni e servizi con prezzi alti di ottimo livello.

Nel pomeriggio andremo sulla collina alla periferia di Kathmandu che domina la capitale. Saliremo la scalinata che porta a Swayambhunath.

È il tempio buddista certamente tra i più significativi del Nepal. Noto pure come “Tempio delle Scimmie”, si trova su un’altura che sovrasta la capitale. In realtà è un vasto complesso di costruzioni, piazzali e stupa, statue e ruote preghiera, le cui origini risalgono anche al V secolo d.C. Non mancano negozietti e bancarelle.

Qui gli appassionati del genere possono trovare particolari modellini di moto (ormai rari) realizzati in metallo da un artigiano da qualche tempo trasferitosi a Dubai.

Al termine, possibile tempo libero**.

 

Cena al “Toran”, ristorante del nostro hotel “Dwarika’s, Heritage”

 

*La Durbar Square di Kathmandu è quella che ha subito i maggiori effetti dal terremoto. Noteremo la differenza rispetto ad altre, come Patan e Bhaktapur, dove per fortuna, i danni sono stati assai più lievi.

Più in generale i restauri possono essere terminati in luoghi dove ora sono segnalati, o iniziati in altri prima non indicati.

**Durante il tempo libero nei giorni di sosta a Kathmandu, consigliamo di girare per la città anche senza seguire uno specifico itinerario lasciandosi trasportare dal desiderio di passeggiare in un luogo il cui nome richiami ricordi, racconti di altri, miti, sensazioni e aspettative che raramente vanno deluse. S’incontrerà una realtà anche decadente, ricca d'architetture impregnate di fascino dell’antico legno, caotica, inquinata, con facce accoglienti, venditori insistenti, “atmosfere fine anni ’60”, oggetti che non riusciremo a non comprare, locali godibilissimi su un terrazzo per un tè e una imperdibile torta al limone, (rare e da evitare le torte più trasgressive ancora presenti sul mercato del “turismo giovanile alternativo”), Internet Cafè, librerie, offerte di voli “sul tetto del mondo”…

Si avrà modo anche di bighellonare nella zona di Thamel che da molti anni è oramai un cuore pulsante di viaggiatori dove sono presenti locali, ristoranti, sale da tè, centinaia di negozi in cui trovare ogni cosa.

Tutto ciò scorrerà brulicante davanti a noi.

In particolare ci piace segnalare il “Kaiser Cafè” un ristorante-caffè assai gradevole, in un giardino da gustare, a ridosso proprio del quartiere Thamel. (Non a caso è parte del gruppo ”Dwarika’s).

Un giro in risciò a pedali è sempre un’esperienza da fare per giungere in un posto preciso. Ma, anche farsi trasportare senza meta chiedendo al conducente di suggerire lui un itinerario.

Nulla vieta che si possa invece decidere di oziare piacevolissimamente per qualche ora in hotel per immortalarlo con la millesima foto.

 

Mattino: Dakshinkali, Chobar, Shesh Narayan.

Pomeriggio: Patan.

Pranzo: (tardi) in un modesto ristorante locale a Patan, il “Cafè du Temple”, sulla terrazza di un edificio d’epoca che affaccia su “Durbar Square”.

Cena in hotel, “Toran” Restaurant.

 

Dakshinkali

Si parte presto perché il traffico* è sempre caotico e la strada che sale verso Dakshinkali è stretta. Conosciuto anche come il “Tempio Insanguinato”, vi si svolgono specie il sabato e martedì, sacrifici d'animali maschi offerti a divinità femminili. A 30 km dalla capitale verso il sud della valle alla confluenza di due fiumi in un avvallamento tra le colline, è dedicato alla dea Kali (la manifestazione più terrificante di Parvati). L’atmosfera è molto partecipata e “forte” per il sangue che scorre, la presenza di molti nepalesi, mendicanti, bancarelle e “sadhu”. Se il tempo lo consente, si può raggiungere la sommità dell’altura che domina il luogo sacro soprattutto per osservare il panorama, dove si trova anche il Tempio di Mata.

Chobar

Villaggio sulla collina che domina il fiume Bagmati dove questo entra nella gola omonima. Interessanti sono la gola, il ponticello che la attraversa e il tempio di Binayak, importante luogo sacro dedicato a Ganesh. E’ posto sulle rive del fiume che esce dalla gola stessa. Lo visiteremo all’esterno per osservare le travi decorate e la “statua” di Ganesh conservata dentro. Normalmente l’accesso non è consentito ai non induisti e sono in corso lavori di sostentamento e restauro, ma lo osserveremo da più lontano, dalla prospettiva offerta mentre si cammina sul ponte che sfida la gola.  

 

Shesh Narayan

È lungo la strada vicino a Pharping. Si notano una serie di piccoli templi, sculture e vasche a volte usate anche dalle donne per lavare i panni. A monte delle vasche vi sono il tempio più importante dedicato a Vishnu, del XVII secolo, la grotta e il bassorilievo già oggetto di culto dal VI secolo. Una statua di piccole dimensioni del Dio Sole sorge, curiosamente, semi sommersa in uno degli specchi d’acqua sacri.

 

Patan

La seconda città della valle ha circa 300 mila abitanti. È praticamente il proseguimento di Kathmandu oltre il sacro fiume Bagmati che fa da confine fra le due città. Il periodo di maggior incremento nelle opere architettoniche di Patan coincide col XVI secolo.

Possiede una concentrazione di edifici e opere artistiche superiore ad ogni altro centro nepalese. Dal cuore della città, Durbar Square, dipartono le vie che percorriamo a piedi per incontrare le tante costruzioni, monasteri, templi, vasche, luoghi sacri e negozi che richiamano l’attenzione.

 

*Il traffico e la viabilità nella capitale e dintorni a volte rendono difficile il rispetto degli orari previsti per le visite. Non esiste una vera tangenziale e i lavori stradali sono frequenti.

 

Cena al “Toran”, ristorante del nostro hotel “Dwarika’s, Heritage”

 

Mattino: visita di Pashupatinath e Bodhnath,

Pomeriggio: Gokarna Mahadev e tempo libero (se si sono svolte le visite previste sino ad oggi)

Pranzo in un ristorantino all’ultimo piano della piazza circolare a Bodhnath. E’ senza particolari pretese. Ci sazieremo con la vista dall’alto dello stupa.

Cena in hotel.

 

Pashupatinath

È il tempio hindu più importante del Paese, e luogo sacro a Shiva rappresentativo dell’intero subcontinente indiano. I pellegrini vi arrivano da ogni parte del mondo induista. Shiva è il dio distruttore ma anche costruttore. In questa seconda veste, Mahadev e Pashupati, (quest’ultimo dio degli animali), ne sono la rappresentazione positiva.

È immerso nel verde e attraversato dal fiume sacro Bagmati con “ghat”, scalinate che arrivano all’acqua (quando c’è), in cui la gente del posto e pellegrini effettuano abluzioni e riti funerari o, più semplicemente, lavano i panni. La collina che domina la scena è caratterizzata da terrazzamenti dove sorgono templi datati anche V secolo. Sulla cima si trova il complesso di Gorakhnath con varie strutture sacre, lingam, statue e tridenti disseminati in un largo spazio. Dall’alto si può scorgere anche il Bodhnath Temple. Venditori e “sadhu” veraci e fasulli, fanno da contorno ad un luogo in cui si concentrano aspetti assai interessanti della religiosità e ritualità induista.

Quasi ogni giorno vi si svolgono funzioni crematorie. Il tutto è inserito in un’atmosfera di “normalità” per noi difficile da comprendere. E’ lasciato alla sensibilità di ognuno il modo con cui osservare eventi che segnano l’addio a persone care. Nessuno impedisce che tali scene siano "oggetto" della nostra attenzione fotografica, ma a noi spetta il compito di individuare il limite oltre il quale un momento triste possa rischiare d’essere inteso come spettacolo.

 

Bodhnath

Non importa se, come alcuni ritengono, questo stupa sia il più grande al mondo. Sicuramente è uno dei più vasti, è maestoso ed è la struttura sacra che costituisce la principale attrazione della comunità dei tibetani qui residente. (Alcuni sono profughi fuggiti dal loro Paese alla fine degli anni ’50, dopo la fallita insurrezione contro gli invasori cinesi). Sembra sia dell’inizio dell’VIII secolo. Lo stupa è un monumento buddista a volte deputato a contenere reliquie del Budda. In questo caso, come in tantissimi altri, pare vi sia conservato un suo frammento osseo che, se effettivamente presente, confermerebbe la statura di gigante non solo ideologico-filosofica di Siddharta Gautama. Intorno, sorgono numerosi “gompa”, monasteri del buddismo tibetano, e tantissimi negozietti da cui sarà difficile fare uscire i nostri compagni di viaggio.  (I prezzi spesso esagerati possono aiutare in questo senso).

 

Gokarna Mahadev

Altro santuario dedicato a Shiva, sempre poco frequentato, sulla riva del Bagmati nella località Gokarna anch’essa abitata da etnia Newari, a una decina di chilometri da Kathmandu. Il Tempio di Gokarna Mahadev risale al XVI secolo ed ha un tetto a tre livelli. Alcuni fedeli si recano qui per pregare se hanno perso il padre da poco.

S’incontrano lingam, molte statue, sculture varie, bassorilievi che rappresentano tantissime divinità. Tra le immagini di Shiva, Parvati, Vishnu, Brahma... alcune sono del X secolo. (Sono in corso restauri).

Non si dimenticherà di scendere i pochi gradini che si trovano sul retro del tempio e portano al fiume. Si noterà, con qualche curiosità, l’intreccio particolare realizzato da un albero che abbraccia, stritola, distrugge e sorprendentemente sostiene un tempietto. Un piccolissimo mirabile omaggio al non sempre solidale rapporto esistente tra natura e opera dell’uomo.

 

Cena al “Toran”, ristorante del nostro hotel “Dwarika’s, Heritage”

 

Mattino: visita di Bhaktapur, nota anche come Bhadgaon, (per chi scrive è da sempre la più affascinante località del Nepal).

Pomeriggio: Changu Narayan, col tempio nello stato più originale del Nepal

Pranzo: in una pagoda-ristorante, il “Nyatapola Cafè”, proprio nel mezzo della piazza Taumadi di Bhaktapur. Pure stavolta scegliamo un ristorante “niente di che”, in posizione particolare con vista sulla piazza più centrale e autentica di Bhaktapur.

Cena al Krishnarpan ristorante nepalese del nostroDwarika’s Heritage”

 

Bhaktapur

Consideriamo questo centro abitato come il più interessante del Nepal. È caratterizzato da templi e palazzi riccamente decorati e impreziositi da pietre e legni antichi, ma anche da strade e case comuni assai coinvolgenti. Nonostante qualche ammodernamento, conserva il fascino e l’aspetto di un tipico villaggio medievale, quasi con gli stessi ritmi e attività d'un tempo. Fu capitale dal XIV al XVI secolo. È praticamente priva di traffico in alcuni quartieri e le sue strade acciottolate si percorrono a piedi, piacevolmente, tra cortili, piazze, santuari, pozzi, vasche, templi, scene di normale vita quotidiana…e acquisti.

Non c’è altra città nepalese fatta per pedoni, e soddisfatti viaggiatori, come questa.

Arduo elencarne tutti i motivi d’attrazione.

 

Changu Narayan

A poco più di 20 km dalla capitale e a circa 7 da Bhaktapur, su una collina nella zona est della valle, raggiungibile percorrendo una strada panoramica e tortuosa. La passeggiata per arrivare al tempio passa tra negozi con qualche oggetto interessante. Da notare le cravatte in legno.

Secondo noi è una delle strutture architettoniche antiche rimaste più integre e intriganti dal punto di vista estetico di tutto il Nepal. Tra l’altro, è normalmente non presa in considerazione dagli itinerari più gettonati.

Il tempio è dedicato a Vishnu nelle sembianze del dio addormentato sull’oceano cosmico. È la rappresentazione più potente di Vishnu perché dal suo ombelico nasce un loto che genera Brahma, creatore a sua volta dell’universo. Alcune parti risalgono al V secolo. Vale la pena recarvisi per le strutture architettoniche e le raffinate raffigurazioni tantriche. (L’aspetto della religiosità legato anche alla vita e prestazioni sessuali). Sono inoltre presenti statue dell’uomo-uccello, leoni, uomo-leone, Vishnu con dieci teste e a cavallo di Garuda.

*(Per motivi logistici nelle ultime occasioni abbiamo invertito l’ordine delle visite. La via centrale che dal parcheggio porta al Tempio di Changu Narayan mostra l’attivismo ricostruttivo dei nepalesi. Anche nel tempio centrale del complesso, rimasto integro, lavorano giovani restauratori. Può essere anche questo un aspetto che rende ancora più coinvolgenti le visite).

 

Cena in hotel. Abbiamo previsto di gustare l’ultima cena a Kathmandu in un ambiente tradizionale, “lussuoso”, di grande atmosfera e fascino che non manca mai di suscitare consenso e soddisfazione tra chi ha il piacere di frequentare il “Krishnarpan Restaurant”. (www.dwarikasgroup.com). Gusto, raffinatezza, varietà delle portate di una cucina locale che sorprende, servita in modo non consueto. (I roboanti termini usati sono giustificati). Da non perdere.

(Nella sala si accede scalzi e si mangia stando seduti a terra su cuscini).

Prima di iniziare, non dimenticate di offrire cibo nell’apposita foglia di terracotta al potentissimo, e permaloso, Shiva.

 

Pernottamento: “Dwarika's Heritage Hotel”

 

Dobbiamo salutare il Dwarika’s. Sarà spiacevole, ma ci riprometteremo di segnalarlo a qualche buon amico.

Colazione e trasferimento nel vicino aeroporto per il volo su Delhi delle 9,30. Arriviamo alle 11,10 e ripartiamo per Varanasi alle 14,35 dove saremo alle 16,05.

Andremo direttamente verso il Gange per prendere una barca e osservare il Ganga Aarti stando in mezzo al fiume. Poi, in hotel per il check-in cena e pernottamento.

 

Varanasi, dove il Fiume Sacro non è acqua

Varanasi non è solo una città. Non è un posto più o meno affollato, più o meno povero, più o meno pittoresco e colorito in cui vivono e muoiono uomini e donne. Il Gange per gli indiani non è solo un fiume. Non è un flusso d’acqua inquinato, grande, navigabile. Varanasi è il Gange, anzi è Ganga, la dea che impersonifica il Gange.

Varanasi non è terra e il fiume sacro non è acqua.

Varanasi è la terra di Shiva, il più potente fra gli dei indù*. Il Gange feconda Varanasi ed insieme costruiscono quello spazio in cui terra e cielo si incontrano, per moksha**.

Date queste premesse, come stupirsi che si lavino e bevano sorsi d’acque assolutamente malsane? Che importanza può avere sapere che nel Gange vi sia una presenza di batteri fecali coliformi, oltre tremila volte quella compatibile con la possibilità di immergersi senza rischio per la salute?

Varanasi è eccessiva, coinvolgente, caotica. È la “città della morte” perché è il posto più ricercato in cui morire. Ma, è anche un “luogo celeste”. Non a caso in passato si chiamava, oltre a Benares, anche Kashi che vuol dire “Città della Vita”.

Oggi è Varanasi, nome che deriva dall’unione di due fiumi che proprio qui si fondono col Gange, Varuna e Asi.

Varanasi, che Mark Twain definisce “più antica della storia”, in realtà non ha memorie tanto antiche quanto il suo prestigio spirituale farebbe pensare. È solo nell’VIII secolo che la città di Shiva diviene davvero importante grazie ad un riformatore induista, Shankaracharya, che fa di Shiva la principale divinità religiosa. Ciò però non servì a salvarla dalle distruzioni islamiche degli Afghani nel XIV secolo e poi da Aurangzeb, controverso regnante moghul del XVII secolo, figlio del costruttore del Taj Mahal. Ciò che si vede oggi risale per la maggior parte ad un paio di secoli fa. Ma, non si viene a Varanasi soprattutto per ammirare antichità, anche se non mancano monumenti e templi.

Un viaggio come questo non può che approfittare di ogni occasione per avvicinarsi al Fiume per cercare di coglierne più aspetti possibili. Noi lo faremo camminando sulle rive ma anche osservandole navigando la sera e all’alba.

Sulle piccole barche l’acqua a volte amplifica i rumori che provengono dalla riva. Parole, preghiere, suoni, voci, addirittura gli odori sembrano poter giungere sino a noi, e noteremo i piccoli chiarori e bagliori che indicano fuochi di pire o più modesti lumicini.

Verso l’ora del tramonto, in tutti i luoghi in cui scorra acqua ritenuta sacra, si svolge il “Ganga Aarti”. Consiste in tante piccole ritualità che ogni individuo, non solo l’induista, può compiere in qualsiasi punto sulla riva semplicemente rivolgendo un pensiero, una parola, una preghiera alla Grande Madre Gange. Spesso accendono candele poggiandole su una base di foglie per farle galleggiare sulle acque che di notte non appaiono tanto nere quanto sono.  Come altrove, non si tratta di un evento memorabile, ma di semplici gesti che però introducono nel clima che ci si aspetta di trovare in questa città.  (Per questo, volutamente, anche se può apparire ripetitivo riproponiamo alcuni aspetti perché sono centrali nella religiosità degli indiani, ogni giorno, in ogni luogo).

 

*Indù è il termine che indica ciò che è relativo agli indù alla loro religione e civiltà, l’abitante dell’India non islamico. Induismo si riferisce al movimento religioso. Induista è il seguace dell’Induismo.

**Il Nirvana è lo stato di pace che si raggiunge solo superando la fase delle eterne reincarnazioni, il Samsara. Sino a che non ci si libera dal vivere, una condizione ritenuta di inevitabile sofferenza, si è costretti a reincarnarsi. Il tipo di reincarnazione è stabilito dalla qualità del Karma di cui si dispone, che stabilisce se ci si reincarnerà a livelli superiori o inferiori secondo la qualità del proprio agire. La Moksha è la liberazione dal Samsara. Tutto ciò, quasi integralmente, vale per induisti, buddhisti e sikh.

 

Pranzo, non lo prevediamo perché coincide con voli interni, durante i quali potrebbe essere servito uno snack. In aeroporto si potrà individualmente fruire di eventuali bar o ristorante.

Cena in hotel. La cena potrà essere prevista prima o dopo il giro in barca.
 

Il nostro albergo a Varanasi, “Taj Gateway” 5* (tajhotels.com/cities/varanasi)
In posizione assai tranquilla per consentire il giusto relax dopo intense giornate con forti sensazioni assorbite durante le visite. A circa 6 chilometri dalle rive del fiume, è circondato da un vasto parco confinante col Varuna River, affluente del Gange.

 

Anche se qualche stanza, e i bagni, avrebbero bisogno di essere “rinfrescati”, è certo tra i migliori hotel di Varanasi. Piacevole, con un servizio professionale e cortese. (L’eventuale buffet in genere è da apprezzare).

 

 

*Per evitare di portare tutti i bagagli nel campo tendato ad Allahabad dove si pernotterà tre notti da domani, si può approntarne uno più piccolo con l’occorrente. La valigia può restare in hotel ed essere di nuovo disponibile a Varanasi.

 

Secondo le condizioni che riscontreremo in loco, decideremo se trascorre a Varanasi tutta la mattinata e come impegnare il tempo a disposizione. Per ora prevediamo di andare presto in barca sul Gange. (Potremmo anche farlo al rientro a Varanasi).

All’alba saremo di nuovo ad osservare uomini e donne sui ghat.

I ghat sono il centro della vita non solo spirituale specie di questa città. Ve ne sono tantissimi che sbucano dai vicoli di Varanasi, per arrivare sino alle non chiare e fresche ma sacre acque sulla sponda occidentale del Gange. Si trovano tra i punti di confluenza del Varuna, che incontra il Gange a nord, e del più piccolo Asi che si getta a sud.

Riti funebri, offerte, abluzioni, semplice bucato, preghiere, cataste di legna pronte per essere date alle fiamme, corpi coperti di sari in attesa vicino l’acqua, intoccabili che svolgono il lavoro più ingrato di accudire i cadaveri e lavarli, pulire dai resti le piattaforme su cui bruciano legna e corpi, gente che fa yoga, altri che si fanno massaggiare, mendicanti, templi di varie dimensioni e ritualità religiose, piccoli cortei funebri che si arrestano al limitare dell’acqua osservando i corpi dei loro cari che vengono immersi nella Grande Madre per la purificazione finale, facciate di palazzi nobiliari anche in rovina, barelle che trasportano cadaveri coperti da veli coloratissimi, odori, grandi cumuli di diverso legname per poterne scegliere la qualità in base alle risorse economiche e bilance per pesarne la quantità opportuna a ridurre un corpo in cenere, fotografi spesso invadenti, olezzi, gente che guarda con interesse le cremazioni e altri che proprio accanto si fanno lo shampoo o lavano i denti...

(Volutamente associamo aspetti così contrastanti, proprio come nel loro quotidiano).

Giorno e notte, all’alba e al tramonto, sempre qualcuno veglia dorme muore, spera di abbandonare definitivamente questa “valle di lacrime”.

Rientro in hotel per la colazione.

Il resto della mattinata si dedica al relax, massaggi o pratiche ayurvediche* in hotel, o a una passeggiata sui ghat per attraversarli e osservarli da vicino. La città è il cuore, ma anche l’anima e il corpo, la materialità e l’acqua di tutto l’universo indù, e camminare tra i ghat, non necessariamente fotografando, è un’esperienza. È un viaggio tra gestualità quotidiane e riti, per pulire indumenti o mondarsi dai peccati, cercando la morte a contatto con quel liquido che facilita la “moksha”.

 

Dopo il pranzo in hotel, partenza per Allahabad dove arriveremo in serata.

È l’occasione in cui sarà inutile chiedere all’autista a che ora il nostro bus ci porterà a destinazione. Per avere una risposta attendibile bisognerebbe chiederlo a tutti quelli, crediamo tantissimi, che andranno nella nostra stessa direzione.

Solitamente, è possibile percorrere i 120 Km in circa 3 ore ma, considerata la concomitanza con l’evento, si presuppone un traffico assai intenso, che potrà rendere necessarie più ore del previsto. (In ogni caso, anche in assenza di condizioni straordinarie come questa, il traffico in India è sempre assai intenso, come si desume anche dal fatto che normalmente occorrano circa 3 ore per 120 chilometri).

Letture, le parole della guida e accompagnatore, musica nelle orecchie, qualche momento sonnacchioso, osservare ciò che proiettano fuori del finestrino, molta pazienza, consentiranno di arrivare. Prima o poi. L’unico aspetto certo è che ritardi e eccessi di traffico faranno parte del nostro itinerario.

Si va decisamente verso ovest, percorrendo la AH1, a meno che le condizioni riscontrabili quel giorno non consiglino altro itinerario.

Giunti ad Allahabad, il nostro bus si avvicinerà il più possibile all’area col campo tendato, anche se occorrerà camminare per arrivarvi e la distanza da percorrere a piedi dipenderà dal traffico. Sarà un utile allenamento per i giorni successivi. Infatti, la presenza di tante persone non consente il transito di auto, e gli spostamenti in andata e ritorno dal campo sino ai luoghi in cui si svolgono le ritualità sono a piedi, con percorrenze che possono essere anche di un’ora circa.

 

Stiamo tre giorni in un campo e consumiamo i pasti in una tenda-ristorante a disposizione solo dei nostri gruppi, fruendo di tende   con più ambienti, veri letti, lenzuola, coperte, bagno privato, doccia, veranda, elettricità…

Qui incontriamo gli altri gruppi giunti con itinerari diversi. Ovviamente, ogni gruppo continua ad avere autonomia nella gestione delle giornate, tranne i momenti dei pasti, anche nelle ore non essere dedicate al Kumbh Mela. Vi sono, infatti, aspetti di Allahabad da conoscere durante l’eventuale tempo non riservato alle ritualità.

La città sacra è schematicamente caratterizzata dal più recente Civil Lines, un quartiere con viali, edifici anche coloniali, ristoranti e negozi moderni, e dalla città vecchia, Chowk, di cui segnaliamo alcuni punti di interesse.

Il massiccio Forte di Akbar, costruito dall’omonimo imperatore della dinastia Moghul nel XVI secolo sulle rive dello Yamuna, è interdetto al pubblico essendo sede militare. Solo il Patalpuiru Temple è a volte accessibile. L’Anand Bhavan e lo Swara Bhavan, richiamano invece memorie della potente famiglia Nehru. Il Khusru Bagh, un parco con edifici e tombe del periodo moghul legate alla storia del Taj Mahal.

Sono tutti luoghi e architetture nella zona a nord dello Yamuna.

 

*Ayurveda risulta dalla commistione di due termini sanscriti che indicano vita - “ayu” - e conoscenza - “veda” -. Si tratta di una “medicina” praticata da oltre duemila anni, i cui princìpi si basano sulla considerazione che la vita sotto ogni forma e il mondo nella sua interezza abbiano un proprio intimo equilibrio. I guai per le persone, le “malattie”, deriverebbero dalla rottura di questo equilibrio. Il suo ripristino fornisce nuovamente la condizione positiva a chi l’abbia persa. Da questo punto di vista generale non si è molto distanti da altre tradizioni come la “geomanzia” praticata in Vietnam, di derivazione cinese.

Nel caso specifico, il ritorno allo stato di equilibrio corpo-mente con l’ayurvedica si può ottenere mediante l’intervento congiunto di purificazione interna e massaggi. Erbe e oli sono tra gli strumenti adatti per raggiungere, od avvicinarsi, allo scopo.

E’ vero che, come altri aspetti della cultura tipica indiana quali yoga o kamasutra, la traduzione occidentale tende troppo spesso a coglierne più gli aspetti esterni, folcloristici, fisici e “goderecci”, che quelli legati al loro inestricabile complesso connubio material-spirituale-psico-fisico. In realtà queste pratiche necessiterebbero non solo di starsene “semplicemente sdraiati a pancia in giù”, ma particolari diete, esercizi respiratori ginnici e di meditazione. Però, è altrettanto vero che anche nelle forme meno impegnative se ne possa ricavare una reale soddisfazione persino in alcuni hotel, se si ha sufficiente tempo.

I Veda sono scritture sacre induiste, inni in sanscrito raccolti nel corso del secondo millennio a.C. la cui origine temporale non è però ben nota.

 

Pranzo in hotel a Varanasi o, secondo quanto riscontreremo lì, leggero lunch box.

Cena ad Allahabad in un nostro tendone. (Piatti vegetariani e divieto di alcolici).

 

Esempi di interni ed esterni delle nostre tende nell’ultimo Kumbh Mela.

Ad Allahabad saranno simili

 

 

 

Il possesso del Nettare dell’Immortalità, in sanscrito Amrita, fu motivo di lotta fra le forze del bene e del male, dei e demoni, durata dodici giorni e dodici notti.  Durante lo scontro, dalla Kumbh (urna vaso brocca o coppa) contenente l’Amrita, si dispersero a terra quattro gocce del nettare nei luoghi dove sono sorte le città sacre di Allahabad, Haridwar, Ujjain e Nasik. Qui si svolgono periodicamente feste religiose, Mela, assai partecipate. Ad Allahabad, in particolare, oltre ad altre ricorrenze, ogni sei anni si assiste al raduno di milioni di fedeli per la grande “Festa dell’urna”, in sanscrito Kumbh Mela. I dodici giorni divini di guerra tra dei e demoni corrispondono a dodici anni per gli umani. Sei anni sono la metà di dodici.

Ardh, in sanscrito, indica metà. Per questo ogni sei anni l’incontro religioso è chiamato “Ardh Kumbh Mela”, “Festa di medio termine dell’Urna”.

 

Allahabad è perennemente meta di fedeli che riempiono templi ashram dharamsala centri per la medicina ayurvedica e ghat. Il più famoso ricercato venerato è il Sangam il punto esatto dove, secondo la tradizione, sarebbe caduta una delle quattro gocce.

In questa zona il Gange viene alimentato nella sua portata, ma soprattutto nella sacralità, dalla confluenza dello Yamuna. È proprio da questo connubio tra due dei più venerati fiumi, in assoluto, che nasce il desiderio dei fedeli di accostarsi alle acque, perchè forniscono le condizioni più propizie per liberarsi dalla condanna delle inesauribili reincarnazioni. Se a questi due corsi d’acqua con cui ci si può rapportare fisicamente, si aggiunge la presenza di un terzo mitico fiume sotterraneo invisibile, il Saraswati, quello dell’Illuminazione, si capisce perché tanti milioni di persone si assembrino continuamente ad Allahabad. Ogni giorno, ogni stagione, ogni anno affollano i ghat non solo all’ora del Ganga Aarti, per immergersi nelle sue torbide acque con fede, per ricevere la benedizione della triade induista.

All’imbrunire, sempre, anche qui si celebra il Ganga Aarti, con immersioni e offerte di candele disposte su grandi foglie che galleggiano e seguono la corrente del fiume. Intanto, il sole scende, campanelli rintoccano, si accendono torce, il profumo d’incenso si spande assieme al vocio di preghiere… una cornice idilliaca che non deve far dimenticare un quadro denso di “amore o paura”.

L’acqua del Gange, è limacciosa, a tratti nerastra, appena schiarita da quelle più limpide, ma non  per questo più sacre, dello Yamuna.

Vi galleggiano impurità, ma trasporta soprattutto passioni, speranza, ritualità, illusioni.

Una mano, tante mani di uomo o donna, tozze, dita grandi, pelle rugosa o tesa, quasi trasparente, vene sporgenti, affidano all’acqua foglie sagomate a mo’ di barchette che contengono fiori e fiammelle, per farle arrivare dove la corrente deciderà.

La speranza è che il fluire della Madre Gange porti le offerte il più lontano possibile.

Noi abbiamo deciso di fare un viaggio sin qui per seguire con gli occhi quelle fiammelle, assai numerose, infinite in occasione dell’Ardh Kumbh Mela. Coglieremo per lo meno un frammento di quella spiritualità che spinge tutti quegli uomini ad aggrapparsi al Cielo e immergersi nell’Acqua Sacra per sopravvivere su questa Terra dove, per definizione, l’esistenza è sofferenza, anelando la grazia della moksha.

 

Sono passati oltre centoventi anni da quando Mark Twain, dopo aver assistito a un Kumbh Mela, restò tanto impressionato da tale convegno d’anime e corpi, da osservare quanto fosse “meraviglioso che una fede come quella riuscisse a mettere insieme moltitudini e moltitudini di vecchi e giovani, di forti e fragili”, e partecipare a tali viaggi di fede, “sopportandone le difficoltà che ne derivano, senza esitazioni o rimpianti”. Lui non sapeva se lo facessero “per amore o per paura”.

Anche noi potremo fare riflessioni simili e non importa se non capiremo appieno gli impulsi che spingono qui tanti uomini. Ma, anche per noi “tutto sarà oltre l’immaginazione” e ogni cosa ci apparirà “meravigliosa, con un coinvolgimento inimmaginabile, soprattutto per quelli come noi, bianchi e freddi”.

 

Per questi viaggi di “Rendez Vous”, tra le tante possibili facce dell’India noi vi proponiamo di venire nel luogo che ne mostra moltissime. Ogni sei anni l’area di Allahabad per alcune settimane accoglie milioni di fedeli, che superano divisioni di casta, filoni religiosi del vasto panorama induista, aree di provenienza.

Il cuore dei vari itinerari sarà l’Ardh Kumbh Mela. Non è solo occasione di approfondimento per chi già conosca il Subcontinente Indiano. È la possibilità di assistere a un incontro religioso assai particolare e visitare altre località degne del nostro interesse.

Sottolineiamo ancora che per avvicinarsi e non essere solo spettatori esterni e distanti da quanto accade, pernottiamo in un campo nell’area al centro degli eventi.

Tra il 3 e 4 febbraio si svolgono i momenti più importanti e partecipati, con processioni, bagni e ritualità che coinvolgono i fedeli giorno e notte. Avremo modo di assorbire quelle atmosfere per entrare un poco nell’intimo vero dell’India che accosta i propri dei e le loro rappresentazioni terrestri, e approfondire con la presenza di esperti, filosofie e ritualità di tale pezzo di mondo. E, forse, riusciremo a capire qualcosa di più su akharas shivaiti e vishnuiti, naga baba e puje e altro di quanto riempia l’immenso mondo gassoso dell’induismo. (Lo definiamo gassoso perché, proprio come un gas, l’induismo da millenni ha la capacità di pervadere ogni spazio emotivo e spirituale di tanti uomini e donne).

 

Ad Allahabad, poco ad ovest di Varanasi, dove il Gange basso e limaccioso riceve le acque più limpide dello Yamuna e quelle meno visibili del fiume sotterraneo dell’Illuminazione, assistiamo all’arrivo di fedeli e sadhu, yogi e maghi, danzatori e asceti, auto e camion, animali e biciclette, pellegrini e risciò, corpi colorati, uomini vestiti di cielo e altri anch’essi più o meno nudi, ipnotizzati, mendicanti, vacche sacre e ricchi uomini, risciò, autobus e malati…

Qui si fondono, confondono, quasi si compenetrano sino ad avvicinarsi all’acqua che redime.

Tutto ciò, uomini, animali e cose che sembrano in moto perpetuo, sempre, giorno e notte, ad Allahabad, in vicinanza dei liquidi sacri, pare che vadano più piano. Le atmosfere che normalmente si vivono in India, che la fanno apparire un fiume in piena, sul fiume vero, quello della Madre Gange, perdono velocità e violenza emotiva, quasi frenate dalla particolare sacralità dell’Ardh Kumbh Mela.

Ma, forse, è proprio Gangadhara, Shiva nelle vesti di colui che porta il Gange, parola non a caso suadente e musicale, a far si che sul Gange l’India si rilassi e della sua carica emotiva si viva un eco più pacato.

Sulle rive, in realtà affollate ammassate pressate caotiche, tutto sembra più dolce e si trova persino la fantasia per sentire l’odore di incenso offerto dai fedeli.

E, pur non esistendo una sola India, quella fecondata dal Gange in quest'occasione, ci appiccica addosso un briciolo di emozione in più di quella che si può assorbire in altri pezzi di mondo e in altre regioni della stessa India.

Allahabad non è uno dei tanti posti in cui gli indiani trovino sacralità. È uno dei quattro luoghi più sacri legati alla tradizione più sentita e vissuta. Ogni sei anni, alternandosi con Haridwar, si ripropone l’Ardh Kumbh Mela, mentre altri eventi minori, Magh Mela, sempre con grande partecipazione e di elevata suggestione, si tengono annualmente nelle quattro città.

I fedeli arrivano sicuri di potersi liberare dai condizionamenti dell'esistenza materiale purificandosi attraverso il bagno. Nelle scritture vediche pare stabilito che, recandosi per almeno tre giorni alla confluenza dei tre fiumi sacri e immergendosi nei momenti più propizi specie durante i Mela più importanti, si ottenga la liberazione dall’interminabile ciclo di morte e rinascita, il samsara.
Qui, l’accavallarsi del vocio e immagini, di colori e suoni, parole e urla, odori e preghiere, disperazioni e speranze, richieste e rassegnazione, invocazioni e delusioni che avremo negli occhi naso e orecchie, ci sbatte addosso, senza mediazioni, i diversi volti di un Paese che, per quanto si frequenti, non consente mai di dire che lo si conosca.

Infatti, per esemplificare, in India qual è il punto di equilibrio individuale, sociale, etico tra il valore della vacca e dell’uomo? Molto difficile per noi individuarlo. A meno di non scoprire che il loro punto di equilibrio stia proprio in ciò che non condividiamo o, a volte, semplicemente non capiamo.

Grandiosa, coinvolgente, eccessiva, gioiosa, caotica, spirituale, incomprensibile, folgorante, ascetica, dolorosa, formicolante, fotogenica, interessante, strumentale, folcloristica, rinunciataria, oppiacea, liberatoria, consolatoria… la scena dell’Ardh Kumbh Mela che attraverseremo, non solo come spettatori che guardano da lontano con un potente tele, ci si offrirà così.

Ricca e contraddittoria.

Lontana da ogni sfumatura di banalità.

Ci sono esperienze che si presentano solo in alcuni luoghi e non frequentemente. Ci sono pochi momenti di esistenza terrena e spirituale che si mescolino in modo così vero trascendentale scenico ed eclatante come nell’Ardh Kumbh Mela.

È una sintesi di quella perenne e onnipresente aspirazione alla spiritualità connessa a teorie e pratiche sconosciute al cristianesimo e più in generale alla morale, alla filosofia e cultura occidentale che tendono a separare nettamente il sacro dal profano, la terra dal cielo, il godimento dalla sofferenza, la vita dalla morte.

Ovviamente anche qui tale palcoscenico di vita reale è pieno di quelle comparse che mostrano anche il folclore di queste forme di religiosità. Venditori di benedizioni e asceti a pagamento, impostori e semplici fumatori di hashish a buon mercato, tardo hippy e figure colorate con tariffe prestabilite per ogni clic, che si mescolano a moltitudini di pellegrini speranzosi e veri uomini di fede, tuttavia nulla tolgono al valore del luogo e dell’evento.

Qui tutto sembra possibile. Il miracolo, la liberazione, non è più occasione straordinaria riservata a pochi, ma quotidianità accessibile a tutti, effetto del carattere popolare, forte e gassoso, universale dell’induismo, capace di coinvolgere in maniera attiva da millenni una moltitudine infinita di indiani.

Ma, pure curiosi e sensibili viaggiatori, che giungono sino a Allahabad armati non solo di macchine fotografiche ma pure dal desiderio di capire.

 

I due giorni sono dedicati ad assistere a eventi di cui non si può dettagliare il programma perché legati a variabili rituali e organizzative non sempre note, o non note in anticipo. (Sembrerà strano, ma anche in queste occasioni intervengono aspetti che influenzano modalità dei riti e la presenza stessa di numeri più o meno consistenti di fedeli, legati alle diverse organizzazioni e filoni religiosi).

Purana, Sole, Luna, Brahma, Shiva, Vishnu, Devi, Asura, Amrita, Gange, Acquario, credenze tradizionali, allineamenti di astri, saggi cui è demandato il compito di individuare date propizie…

Tutto ciò concorre a complicare, nel senso di arricchire, eventi mai scontati nelle manifestazioni delle forme di fede e nelle loro sequenze temporali. Ma, proprio questo permette che milioni di uomini e donne, speranzosi, sconcertati, penitenti, si mescolino in ritualità individuali e di gruppo per creare la più incredibile, ma vera, scena di immensa eccessiva umana magnifica follia.

E anche a noi, pur non essendo scontato che si diventi diversi dopo aver respirato sotto il cielo indiano, sarà concessa una sentita esperienza, forse non solo visiva.

 

Lo svolgimento della permanenza a Delhi è condizionato dalle dimensioni della capitale e dal traffico che la caratterizza. Per questo sarà necessario ottimizzare i tempi a disposizione. Durante il nostro soggiorno ci recheremo nei tre complessi della capitale inseriti dall’UNESCO nell’elenco Patrimoni dell’Umanità (Qutub Minar, Red Fort e Humayun’s Tomb), ma anche a Jama Mashid e, tempo permettendo, passeremo nella zona della città con l’India Gate e il Palazzo presidenziale.

(I Patrimoni dell’Umanità UNESCO includono  poco meno di 1000 località. Tra queste il numero maggiore al mondo si trova in Italia, 50, seguono Cina e Spagna).

Delhi è grande, caotica, vivace, inquinata, multietnica, antica, moderna, sovraffollata, arretrata e tecnologica, con rilevanti sacche di marginalità sociale, vi si parlano molte lingue e dialetti, s'incrociano fisionomie assai diverse fra loro. Si incontrano culture che trovano riscontro fisico più immediato nella Old Delhi che è stata capitale dell’India islamica, con evidenze Moghul, e nella New Delhi ex capitale di quella britannica.

Delhi da sempre è stata crocevia tra l’Asia occidentale e sud est asiatico. Se ne conoscono le storie sin dal X secolo a. C., anche se le vicende vere trovano fonti più certe a partire dal I d.C. Grazie alla sua posizione sul fiume Yamuna, il più importante affluente del Gange, si è sviluppata accavallando intorno al suo corso d’acqua otto diversi nuclei urbani, ultimo dei quali è quello inglese.

Nel XII secolo è il più rilevante centro indù dell’India settentrionale. Fa seguito un periodo islamico con la conquista da parte di Qutub-ud-din,  che termina nel 1803 quando viene occupata dagli inglesi. In quel momento non era ancora capitale, anche se già nel XVII secolo gli imperatori Moghul l’avevano individuata temporaneamente come tale sostituendola ad Agra.

Nel 1911 iniziano i lavori che si concludono nel 1931 per fare della New Delhi la nuova capitale dopo Calcutta. Di fatto, però, lo sviluppo di Delhi quale effettiva capitale dell’India si realizza pienamente solo dopo l’indipendenza nel 1947.

Indichiamo le visite che potranno essere svolte anche in ordine diverso da quello ora previsto.

Connaught Place è il centro di New Delhi. E’ un'enorme rotatoria da cui dipartono sette strade. Il nostro hotel è molto vicino alla piazza.

Qutub Minar (Qtub Minar). Il minareto è alto oltre 70 metri ed è considerato una delle torri “più ammirevoli al mondo” dal punto di vista stilistico ed architettonico. Può anche essere un giudizio sproporzionato alla sua effettiva attraenza ma si tratta comunque di un’opera apprezzabile. E’ situato nella parte sud della capitale. Si mostra imponente, in grado di dare immediatamente l’idea della massiccia presenza della cultura islamica in India di cui vuole celebrare la diffusione. Risale al XII secolo e viene eretto subito dopo la fine dell’ultimo regno indù. Per questo Qutub-ud-din lo volle alto e ardito. Alla base il diametro è di 15 metri mentre in cima si assottiglia tanto da misurare appena 2,5 metri. Arenaria e marmo di vari colori ne decorano i cinque piani ognuno dei quali presenta una sorta di balconata. Una lieve inclinazione non ne mette in pericolo la tenuta. Dal 1993 è patrimonio UNESCO.

Alla sua base si trovano i resti della prima moschea costruita dallo stesso Qutub, anche se ciò che si osserva oggi è il risultato di rimaneggiamenti più volte effettuati da quando fu inizialmente definita e doveva rappresentare la “potenza dell’Islam”.  

Ancora più antica è la colonna di ferro, “iron pillar”, posta nel cortile della moschea portata qui dallo stato del Bihar e risalente a circa 2000 anni fa. Pare che inizialmente decorasse un tempio dedicato a Vishnu.

L’Humayun’s Tomb è il secondo dei monumenti patrimonio UNESCO di Delhi e a una prima osservazione pare ricordare un’altra tomba anch’essa Patrimonio dell’Umanità che si trova ad Agra, il Taj Mahal. In realtà le due strutture sono assai diverse fra loro, anche se il complesso di Agra appare come rielaborazione di quanto si osserva a Delhi. La tomba fu commissionata dalla vedova di Humayun alla metà del secolo XVI e realizzata in base al progetto di un architetto persiano in stile ovviamente Moghul. Ospita anche molte altre tombe, inclusa quella della stessa vedova, e introduce nelle architetture indiane alcuni elementi che saranno ripresi e sviluppati in altri monumenti, come i giardini di scuola persiana, la complessità della costruzione, l’uso dell’arenaria per un edificio di simili dimensioni.

Il Red Fort è dal 2007 patrimonio UNESCO e si tratta del complesso più noto e visitato di Delhi, anch’esso memoria tangibile della presenza Moghul.

(Il tempo che avremo a disposizione, considerando il traffico e le altre visite, ci suggerirà quanto includere nella visita del forte e più in generale cosa visitare a Delhi). L’ingresso del forte si trova all’estremità orientale della Chandni Chowk la principale e turbolenta via della vecchia Delhi. Letteralmente è la “via dell’argento”, una volta la più famosa strada indiana dove potevano trovarsi varietà infinite di profumi. Nel XVII secolo la costruzione di queste imponenti mura contribuì a rafforzare il senso di potenza che voleva esprimere l’imperatore Moghul Shah Jahan. (Il cui nome sarà per sempre legato alla realizzazione del Taj Mahal, quindi siamo nel pieno periodo d’oro della dinastia islamica indiana). Per un breve periodo sposta la capitale da Agra a Delhi. Sarà il figlio, il famoso ultimo potente imperatore Moghul, Aurangzeb, a trasferire nuovamente la capitale lontano da Delhi.

Le mura sono alte da 20 a oltre 30 metri. Il fossato è stato prosciugato e ora si accede attraverso un ponte in pietra. L’arenaria rossa circonda un complesso assai articolato in cui si incontrano arcate che proteggono un mercato coperto. Poi si attraversano la “casa della musica”, la sala delle udienze private e quella delle udienze pubbliche, gli “hammam” reali, torri, la “moschea delle Perle”, le residenze private dell’imperatore e altri edifici non tutti particolarmente degni d’attenzione, anche se l’insieme può fornire un’idea dell’antico ambiente in cui si svolgevano le attività dei regnanti.

A poca distanza, a sud ovest del forte, si visita Jama Mashid una delle moschee in assoluto più grandi del Paese. Il cortile può contenere poco meno di 30.000 fedeli.  Risale al XVII secolo e si presenta con quattro torri e due alti minareti che raggiungono i 40 metri. I suoi materiali, arenaria rossa e marmo bianco, si alternano in fasce verticali rendendo l’opera non solo maestosa ma anche artisticamente rilevante.

Pranzo in ristorante locale durante le visite e cena in hotel.

Dopo la colazione al campo, riprendiamo il bus per rientrare a Varanasi. (La durata della percorrenza dovrebbe essere più breve di quella dell’andata, ma per prudenza partiremo presto, in relazione al presunto andamento del traffico).

Pranzo durante il trasferimento (in ristorante locale/leggero lunch box), o in hotel a Varanasi dove, in ogni caso, dovremmo essere per l’ora di cena.

Tra oggi pomeriggio e domani mattina ne completiamo le visite.

Il Tempio d’Oro. Informiamo che, dopo ripetute esperienze negative, preferiamo evitare lunghe file, strette misure di sicurezza e minuziosi controlli operati dai tanti militari a difesa del luogo, dover lasciare ogni oggetto inclusi i cellulari in un deposito, solo per accedere all’esterno del tempio perché l’ingresso è inibito ai non induisti. Solo per completezza informativa ne indichiamo alcune caratteristiche.

Il Vishwanath Temple, più comunemente conosciuto come Tempio d’Oro, è al centro della città vecchia a poche centinaia di metri dal Gange. E’ il più famoso tra i templi indù di Varanasi e non poteva che essere dedicato al potente dio Shiva, “patrono” della città e “signore dell’universo” (in questa veste è conosciuto appunto come Vishwanath). Risale alla seconda metà del XVIII secolo e i circa 800 chili d’oro che, pare, impreziosiscano la sua cupola, sono stati donati da un maharaja circa mezzo secolo dopo. L’ingresso al sacrario è vietato ai non induisti. La presenza massiccia di militari, che perquisiscono accuratamente, caratterizza il posto. Il timore è che questo importante luogo religioso possa essere oggetto di attenzioni non benevole.

Il Durga Temple si trova anch’esso a poca distanza dal fiume, ma più a sud in una stradina che conduce al ghat di Asi (Assi) uno dei più noti di Varanasi perché qui l’Asi River incontra il Sacro Fiume. Costruito nel XVIII secolo è dedicato a Durga una delle forme in cui appare la moglie di Shiva. E’ anche conosciuto come il “tempio delle scimmie”, perché questi animaletti presidiano in gran numero il posto.

Vicino al quartiere abitato da musulmani che sono specializzati nella lavorazione della seta, tra il nostro albergo e il fiume, si trova il Bharat Mata Temple, letteralmente il Tempio di Madre India. Si chiama così perché all’interno dell’edificio risalente all’inizio del XX secolo è stata realizzata una mappa in marmo dell’India.

Pranzo e cena in hotel.

 

Il volo pomeridiano alle 16,50 per Delhi consente, se un aspetto ora non noto avrà impedito il completamento del programma, di terminare le visite. Altrimenti, la sveglia sarà a piacere e il tempo restante dedicato a completare acquisti, preparare valigie, tornare in un luogo noto o andare in uno di cui si sia sentito parlare, passeggiare ancora sui ghat, un ultimo massaggio in hotel, poltrire a bordo piscina.

È anche possibile andare a Sarnath distante una decina di chilometri, apprezzabile essenzialmente dal punto di vista storico.

Non prevediamo la visita di gruppo perché in precedenti casi molti hanno scelto tempo libero dopo tante visite. (Se gli interessati saranno un discreto numero potranno recarsi a Sarnath in taxi e fruire anche dell’accompagnatore).

Comunque, ecco alcune note pur sommarie delle caratteristiche di Sarnath.

Quattro sono i luoghi buddhisti più sacri al mondo*. Siddharta Gautama raggiunge l’illuminazione, divenendo Buddha, a Bodhgaya. Poi va a Sarnath per diffondere il messaggio in cui per la prima volta illustra la sua “via di mezzo”, che rappresenta per lui e per il mondo buddhista il modo realistico che può condurre al Nirvana.

Qui, l’imperatore Ashoka**, oltre a lasciare una colonna con alcune incisioni che ora si trova in prossimità del luogo dove il Buddha tenne il sermone, promosse la costruzione di stupa e monasteri in cui potevano alloggiare migliaia di monaci. 

Sino al VII secolo d. C. a Sarnath vi erano edifici che ben glorificavano il posto sacro, tra cui, pare, uno stupa alto oltre cento metri. L’arrivo dei musulmani, oltre a distruggere molti complessi religiosi, provocò l’oblio del luogo finchè gli inglesi non si preoccuparono, dalla prima metà dell’Ottocento, di iniziare scavi sistematici per restaurare quanto era sopravvissuto alla furia islamica.

Oggi il parco archeologico conserva il Dhanekh Stupa di oltre trenta metri che indica il luogo della prima predica e il Chaukhandi Stupa che fu realizzato dove il Buddha incontrò i suoi discepoli. Del primo manufatto alcuni particolari paiono farlo risalire al V secolo d.C. altri addirittura al II prima dell’era cristiana. Datato V secolo è invece il secondo manufatto. La costruzione è strana e risulta dalla sovrapposizione di una torre islamica del XVI secolo edificata sull’originario stupa.

Nell’area, come anche a Lumbini in Nepal dove nasce l’Illuminato, alcuni paesi buddhisti hanno costruito templi che riportano i diversi stili di architettura religiosa.

 

*I quattro luoghi più sacri del buddhismo: il Buddha nasce a Lumbini, attualmente in Nepal; a Bodhgaya diviene l’Illuminato; a Sarnath tiene il suo primo sermone pubblico; Kushinagar è il luogo in cui è stato cremato.

 

**Ashoka, vissuto nel III secolo a. C., regnò su un territorio nell’estremo sud indiano e nell’attuale Sri Lanka. È molto famoso perché, dopo la sua conversione, dedicò l’esistenza a diffondere il Buddhismo in una vasta regione d’Oriente. Molti sono i segni del suo passaggio perché soleva lasciare colonne con iscrizioni, in cui indicava in genere date motivazioni della sua presenza in un certo luogo o editti.

 

Rientro in hotel per chiudere le valigie prima di lasciare la stanza entro le 12.

Pranzo libero per consentire l’uso più flessibile del tempo a disposizione.

Il gruppo si ritrova in hotel per andare insieme in aeroporto. Volo per Delhi AI 405 delle 16,50. Arrivo alle 18,30. Trasferimento in hotel per la cena e il pernottamento.

 

L’hotel a Delhi, Novotel Aerocity New Delhi hotel:

 https://www.accorhotels.com/it/hotel-7560-novotel-new-delhi-aerocity/index.shtml

 

Né intimo, né di particolare fascino, ma questo grande hotel del gruppo Accor ha 4 anni di vita, è accogliente e funzionale da molti punti di vista. È anche vicino al sito UNESCO che vedremo domani.

 

L’andamento della sosta a Delhi è condizionato dalle dimensioni della capitale e dal traffico. Per questo abbiamo scelto di pernottare al Novotel Aerocity New Delhi Hotel. Ciò consente di ottimizzare i tempi a disposizione. L’hotel è in posizione opportuna, e possiamo svolgere una visita interessante al Qutab Minar, Patrimonio UNESCO.

(Solo in loco verificheremo se vi sono tempi per altre visite. Ricordarsi dei calzini di ricambio che possono essere utili per le visite nei luoghi sacri, se richiesto).

 

Delhi è grande, caotica, vivace, inquinata, multietnica, antica, moderna, sovraffollata, arretrata e tecnologica, con rilevanti sacche di marginalità sociale, vi si parlano molte lingue e dialetti, si incrociano fisionomie assai diverse fra loro. Si incontrano culture che trovano riscontro fisico più immediato nella Old Delhi, che è stata capitale dell’India islamica, con evidenze moghul*, e nella New Delhi ex capitale di quella britannica.

Da sempre è crocevia tra Asia occidentale e sud est asiatico. Se ne conoscono le storie dal X secolo a. C., anche se le vicende vere trovano fonti più certe dal I d.C. Grazie alla sua posizione sul fiume Yamuna, il più importante affluente del Gange, si è sviluppata accavallando intorno al suo corso d’acqua otto diversi nuclei urbani, ultimo dei quali è quello inglese. Nel XII secolo è già il più rilevante centro indù dell’India settentrionale.

Segue un periodo islamico con la conquista di Qutab-ud-din. Termina nel 1803 quando è occupata dagli inglesi. In quel tempo non era ancora capitale, anche se nel XVII secolo gli imperatori Moghul* l’avevano già individuata temporaneamente come tale sostituendola ad Agra.

Nel 1911 iniziano i lavori che terminano vent'anni dopo per fare della New Delhi la nuova capitale dopo Calcutta. Di fatto, però, lo sviluppo di Delhi quale effettiva capitale dell’India si realizza pienamente solo dopo l’indipendenza nel 1947.

 

Il Qutab Minar (Qtab Minar). Questo minareto è alto oltre 70 metri ed è considerato una delle torri “più ammirevoli al mondo” dal punto di vista stilistico ed architettonico. Può anche essere un giudizio sproporzionato alla sua effettiva attraenza, ma si tratta comunque di un’opera assai apprezzabile. E’ nella parte sud della capitale. Si mostra imponente, in grado di dare immediatamente idea della massiccia presenza della cultura islamica in India, di cui vuole celebrare la diffusione. Risale al XII secolo ed è eretto subito dopo la fine dell’ultimo regno indù. Per questo Qutab-ud-din lo volle alto e ardito. Alla base il diametro è di 15 metri mentre in cima si assottiglia tanto da misurare 2,5 metri. Arenaria e marmo di vari colori ne decorano i cinque piani, ognuno dei quali presenta una sorta di balconata. Una lieve inclinazione non ne mette in pericolo la tenuta. Dal 1993 è patrimonio UNESCO**.

Alla sua base si trovano i resti della prima moschea costruita dallo stesso Qutab, anche se ciò che si osserva oggi è il risultato di ripetuti rimaneggiamenti, da quando fu inizialmente progettata per rappresentare la “potenza dell’Islam”.  

Ancora più antica è la colonna di ferro, “iron pillar”, posta nel cortile della moschea portata qui dallo stato del Bihar e risalente a circa 2000 anni fa, che inizialmente decorava un tempio dedicato a Vishnu.

*Moghul è la dinastia musulmana di imperatori indiani che regna dall’inizio del XVI secolo con Babur e termina nel 1707 con Aurangzeb, l’ultimo imperatore Moghul con poteri effettivi.

**I Patrimoni dell’Umanità UNESCO sono circa 1000, ma il numero cambia continuamente. Tra queste il numero maggiore al mondo si trova in Italia, 51, seguono Cina e Spagna. In India se ne contano 36.

 

Andremo in aeroporto in tempo per il volo AI 137 delle 14,20 che ci porta a Milano alle 18,30.