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MUSTANG, IL PICCOLO TIBET

NEPAL

icona orologio 12 GIORNI
minimo 8 massimo 14 partecipanti
icona valigia PARTENZE:
Sistemazioni
Land Expeditions - Viaggi con Esperto

VIAGGIO DISPONIBILE ANCHE IN INDIVIDUALE

Un viaggio on the road nel Mustang, antico regno nepalese al confine con il Tibet. Una terra rimasta isolata per secoli, aperta al turismo solo dal 1992. E, ancora oggi, ad accesso limitato per gli stranieri. Cuore dell’itinerario è la città proibita di Lo-Manthang, dove vive il re del Mustang, a 3.840 metri di quota. Da scoprire non prima di aver visitato Kathmandu e Pokhara, il villaggio di Chhuksang e Ghami. Un percorso in 4X4 che passa per valli, altopiani e gole che - continua -

A PARTIRE DA: 3.700 €


ITINERARIO

Partenza dall’Italia con voli di linea della Qatar Airways nel pomeriggio per Kathmandu via Doha. Pasti e pernottamento a bordo.

 

 

Proseguimento per Kathmandu dove l’arrivo è previsto in mattinata. Al nostro arrivo all’aeroporto, dopo aver sbrigato le formalità relative all’ottenimento del visto, incontro con la guida locale e trasferimento in bus privato all’hotel. Resto della giornata dedicata alla scoperta della città. Kathmandu è un museo all’aperto e anche se negli ultimi anni è molto cambiata, con una miriade di costruzioni senza alcuno stile, è diventata rumorosissima, caotica e con molto inquinamento, non ha tuttavia perso il suo antico fascino e se quando siamo a Durbar Square pensiamo solo ad immergerci nella sua magica atmosfera, riusciremo a dimenticare tutti gli aspetti negativi di questa città. La città si trova a 1.340 m slm ed è situata in posizione centrale rispetto alla valle che domina, più in lontananza, attorno alla valle, decine di montagne alte più di 6000 m che formano la catena himalayana. La città può essere visitata in diversi modi, ma l’ideale è scoprirla a piedi. Nel cuore della città vecchia: il Durbar, cioè “la piazza della corte reale”, dove sembra di tornare indietro nel tempo. Nel Durbar vi sono più di cinquanta templi e monumenti e fra questi spicca il magnifico Tempio di Taleju, che ospita la divinità della famiglia reale e che è possibili visitare solo esternamente. I suoi tre tetti sono ricoperti di rame dorato e una serie di campanelle tintinnanti rende atmosfera ancora più magica. Fu costruito dal re Mahendra Malla tra il 1549 e il 1596 dedicandolo alla divinità indiana Taleju Bhawani. Il Kasthamandap, il cui nome vuol dire “casa di legno”, venne costruito nel XII secolo e fu il re Laxmi Nar Singh Malla che volle la sua costruzione con il legno di un unico albero di “sal”. Inizialmente nell’edificio si tenevano cerimonie ed era il luogo di riunione dei forestieri che vi partecipavano e solo successivamente venne dedicato a Gorakhnath. Dietro questo edificio si trova il minuscolo tempio dell’Ashok Binayak, conosciuto anche come Maru Ganesh, una divinità molto amamta dai nepalesi, il dio con la testa di elefante. Tornando più verso la piazza si trova il Tempio di Shiva. Sempre nella piazza, il vecchio Palazzo Reale, l’Hanuman Dhoka (il dio scimmia). Il palazzo venne fatto costruire nel XVII secolo dal re Pratap Malla, ma nel corso degli anni furono fatte diverse migliorie ed aggiunte. Nei pressi delle piazza, il Palazzo della Kumari, un edificio monastico costruito a metà del XVIII secolo e capolavoro dell’arte newar, con le finestre di legno riccamente scolpite. Qui vive la dea vivente, o Kumari, incarnazione di Taleju Bhavani, la dea protettrice della famiglia reale, manifestazione di Durga. Interessante anche il Tempio di Jagannath, l’edificio più antico della piazza (XVII secolo). Dal 25 settembre al 9 ottobre in Nepal si celebra il Festival Dashain, il più importante del paese, molto sentito dalle persone di ogni fede religiosa e casta. Durante questo festival, che si svolge subito dopo il periodo del monsone, Durga, una forma di Devi, la Madre Divina e tutte le sue nove manifestazioni, sono venerate con molte offerte e migliaia di animali (capre, bufali, maiali, oche e galli) sono sacrificati nei templi a loro dedicati o in case. In questi giorni, il poema epico che parla di Chandi/Durga a tutti i seguaci di tale culto dai sacerdoti per dieci giorni, dal primo giorno del Festival al nono giorno, per ottenere poteri speciali, pace, prosperità e lunga vita. Ghatasthapana, che significa letteralmente ‘installazione di un recipiente’ e simboleggia la Dea della potenza, segna il primo giorno del festival. Questo recipiente, chiamato kalasha è riempito di acqua sacra, coperta di sterco di vacca e semi d’orzo sono piantati nelle scura stanza sacra. Il settimo giorno, chiamato Phulpati è dedicato alle offerte di fiori e foglie. Bande musicali militari nei costumi tradizionali prendono il recipiente con l’acqua sacra, i fiori e le piante d’orzo che si trovano a Gurkha Durbar e le portano al Tempio Taleju con una grande processione. L’ottavo giorno, chiamato Mahaasthami è quello in cui sono sacrificati molti animali nei templi dedicati a Durga, nelle caserme e in molte case private. Il giorno più importante del Festival è il decimo, chiamato Dashain, durante il quale le persone più anziane danno la loro benedizione a quelle più giovani. Nel nostro giorno a Kathmandu, cercheremo di partecipare ad alcune celebrazioni. Cene e pernottamenti in hotel.

 

Trasferimento all’aeroporto in tempo utile per il volo per Pokhara (890 m.), durante il quale si può ammirare la catena Himalayana centrale. All’arrivo a Pokhara, trasferimento in hotel. La giornata sarà dedicata alla visita della cittadina che ha visto un rapido sviluppo negli ultimi anni. Punto di riferimento della città il lago Phewa, sul quale si specchiano alcune delle più alte vette dell’Himalaya (quando il cielo è limpido). Tra queste il Machhapuchhare (6.944m.), il cui nome tradotto vuol dire coda di pesce. Durante la bella stagione oltre a questa cima, si possono ammirare anche l’Annapurna I (8.091 m.), uno dei 14 “ottomila” della Terra, altre quattro vette del massiccio dell’Annapurna, il Dhaulagiri (8.167 m.) e l’Himalchuli Himal (7.893 m.). La cittadina è anche il punto di partenza di numerosi trekking e quindi sulla strada che costeggia il lago, si affacciano numerosi ristorantini, negozi di artigianato e di attrezzatura da montagna. A Pokhara si trova un solo edificio religioso di una certa importanza, il Tempio di Binde Vasini, in cima a una collinetta con ai suoi piedi un parco. Il tempio è dedicato a Durba (Parvati) nella sua rappresentazione di Binde Vasini Bhagwati e la sua immagine è un saligram (fossile di ammonite nera risalente al Giurassico, più di 100 milioni di anni fa). Nel 2004 a Pokhara è stato inaugurato il Museo Internazionale della Montagna Himalayana. Pensione completa e pernottamento in hotel.

 

Nella mattinata trasferimento  all’aeroporto per il volo per Jomsom (2.710 m.). Durante il volo e tempo permettendo si possono ammirare a destra le cime del Machapuchere (6.999 m.), l’Annapurna South (7.219 m.), lo Hiuchuli (6.441 m.) e parte dell’Annapurna I (8.091 m.), mentre a sinistra il massiccio del Daulaghiri (8.167 m.) e il Putali Himal. A  Jomson incontro con il nostro staff e ultimati i preparativi, partenza in fuoristrada in direzione di Kagbeni (2.810 m.). Lasciando Jomsom verso nord, si costeggia il fiume Kali Gandaki (Mare Nero). Dopo circa un’ora e mezza dalla partenza si attraversa il Pandra Chu (chu in tibetano significa acqua, fiume). In alto, su un pianoro, sorge il villaggio di Palek, al quale si scende giungendo dalla regione del Dolpo, attraverso il Charka e Sunda. Si giunge a Eklabatti, un insediamento sorto circa dieci anni orsono, dove la strada per Muktinah, che si visiterà al ritorno, si stacca da quello che prosegue lungo il fiume per Kagbeni. Da Eklabatti la strada conduce all’affascinante e quasi fortificata Kagbeni, la Porta della Terra Proibita, infatti, al limitare del villaggio termina l’area visitabile con il normale trekking permit. Probabilmente nel passato il villaggio era pensato come una fortezza per difendersi dal nemico, mentre oggi  offre un valido baluardo all’impeto del vento che implacabile si alza nella tarda mattinata di ogni giorno. Il villaggio è sovrastato dal massiccio del Nilghiri (7.061 m.) e in lontananza si scorge il colosso del Thorong. Kagbeni, il cui nome significa “alla confluenza di due fiumi”, sorge dove il fiume Jong Chu, proveniente da Muktinath, s’immette nel fiume Kali Gandaki; in cima si erge la tozza e massiccia costruzione del gompa (tempio in tibetano). Nel monastero vive una comunità di monaci dell’ordine Sakya e, infatti, sui muri esterni spiccano le caratteristiche strisce di colore grigio alternate a strisce rosse, segno distintivo di quest’ordine (i visitatori stranieri non sono ammessi all’interno del tempio). Il terreno attorno al villaggio è stato strappato alla montagna attraverso il lavoro dell’uomo che ha creato dei terrazzamenti dove sono coltivati orzo, patate e fagioli. Gli abitanti di questo villaggio appartengo all’etnia Gurung e la loro lingua è un intreccio tra il tibetano e il nepalese. Pensione completa e pernottamento in guest house.

(da Kagbeni comincia l’area per la quale è necessario essere muniti di un permesso speciale rilasciato dall’Autorità competente, all’ottenimento del quale provvederà l’organizzazione locale).

Si prosegue, lasciando il corso del Kali Gandaki e seguendo una strada che comincia a salire, fino ad arrivare a un punto dal quale, si può vedere Kagbeni alle nostre spalle e l’imponente Nilgiri come sfondo. Il paesaggio è mozzafiato. Il fiume si fa strada attraverso le montagne creando un ampio letto. Il fiume scorre alla nostra sinistra e il sentiero che percorriamo, inizialmente largo, in seguito si stringe e corre lungo il fianco della montagna. Dall’altra parte del fiume il villaggio di Tiri Gaon circondato da campi coltivati. La strada che in alcuni punti è stretta, è un continuo saliscendi e se si incrociano altre carovane è necessario avanzare a sensi alternati, essendo impossibile talvolta per le bestie con il carico procedere nei due sensi. Gli animali delle carovane avanzano in fila indiana e sono tutti bardati: al collo pesanti campanacci, sulla fronte un triangolo di stoffa tessuto come i tipici tappeti tibetani che riproducono i simboli di buon auspicio o altri simboli dell’iconografia buddista; i capi fila sfoggiano dei pennacchi di coda di yak bianchi e rossi; le selle di legno poggiano su due tappeti. Si raggiunge un piccolo plateau da cui si può ammirare il fiume Kali Gandaki nel punto in cui riceve le acque del Ghilungpa Khola (khola in nepalese significa fiume). In alto sulla sinistra si scorge il sentiero che giunge dal Dolpo, mentre altri sentieri disegnati sui fianchi della montagna dagli uomini e dagli animali conducono ai pascoli estivi per gli yak. In vista del villaggio di Tangbe (3.060 m.) la strada scende verso il fiume per poi risalire verso le prime abitazioni del villaggio. Non si può non cercare di immortalare quello che si vede: sotto di noi il terreno forma dei contrafforti naturali chiamati sandbar. Si arriva a Tangbe, antico villaggio fortezza, con i suoi viottoli strettissimi che corrono tra gli alti muri delle costruzioni e sulle quali si aprono piccole finestre bordate da una spessa striscia di colore rosso. Tangbe è un grazioso villaggio, ormai abitato da poche persone di etnia Tagbeni Gurung. L’attuale villaggio non è l’originario che sorgeva più in basso ma che è scivolato a valle a causa di una frana. Uscendo da Tangbe, in breve si giunge a Chuksang (2.980 m.), un villaggio che si protende sul fiume Kali Gandaki, mentre intorno è circondato da uno scenario di rocce dai mille colori. Disseminate tra le rocce, innumerevoli grotte, ricordo di un passato movimentato e oggi quasi tutte inaccessibili; in tempi remoti furono abitazioni, ricoveri per carovane e pellegrini, ma anche eremi per monaci e asceti. Ancora d’etnia Gurung, a Chuksang la gente comprende e parla anche la lingua tibetana, ci si trova, infatti, al bivio tra due mondi quello nepalese che stiamo lasciando per entrare in un angolo intatto del Tibet. Sul greto dei fiumi e dei torrenti è relativamente facile trovare i saligram (fossili di ammonite nera) che i locali raccolgono per vendere agli stranieri (l’amministrazione nepalese ne vieta l’acquisto e all’aeroporto di Jomsom chi ne è trovato in possesso rischia multe salate). Disseminati attorno all’ambiente innumerevoli chorten (in tibetano reliquario e rappresentazione tridimensionale dell’universo Buddista). Pensione completa e Pernottamento in guesthouse.

 

 

Si lascia Chuksang e si attraversa il Narsing Khola, un affluente del Kali Gandaki. Per un tratto la strada corre parallela ai possenti muri di pietra che delimitano gli appezzamenti coltivati e poi costeggia il fiume.Il paesaggio intorno è un tripudio di colori e d’imponenti pareti rocciose. A destra s’intravede in lontananza il villaggio di Tetang. In cima a una ripida e polverosa salita è appollaiato il villaggio di Chele (3.050 m.). Nel raggiungere le porte del villaggio, un ultimo sguardo a Chuksang immerso in uno splendido panorama. Lasciando Chele e poco dopo, si avvista il sentiero che la collega, dopo aver attraversato un ponte sospeso, al villaggio di Ghiekar appollaiato su uno sperone di roccia, circondato da campi coltivati. Il nostro percorso invece, sale al piccolo passo Taklam La (3.624 m.), da dove ci si addentra in uno spazio pietroso e selvaggio, uno dei luoghi più suggestivi di tutto il territorio. Superato un breve plateau, la strada sale tortuosa. Dopo la salita il percorso si snoda dolcemente fino al Dajori La (3.550 m.). Quasi su ogni cima, su ogni valico si scopre un luogo propiziatorio per accendere un fuoco e svolgere i riti del caso che consistono nell’offerta degli incensi e nel creare un profumo da donare agli Dei, emanato da sostanze quali il burro, la tsampa (in tibetano farina d’orzo), il the e il ginepro. Sul Dajori La si scorge Samar (Terra Rossa – 3.660 m.). Alberi e acqua caratterizzano l’ingresso al villaggio. Porte e portali delle abitazioni sono ornati da un cranio di capra, posto a protezione dalle persone defunte che non vogliono abbandonare i luoghi dove vissero e che è lo stesso tipo di protezione che è data dai chorten che circondano l’abitato. Dalla cima ove sorgeva il castello del re, con il cielo limpido, da destra a sinistra si stagliano il Nilghiri (7.061 m.) e il Tilicho (7.136 m.), il gruppo del Tharong (6.482 m.). L’area di Samar è parte integrante del Mustang da circa cento anni: un tempo era un piccolo feudo governato da un re locale. Lasciando il villaggio di Samar si prosegue fino a giungere a un bivio, a sinistra la strada carovaniera porta agevolmente, attraverso il Beza La (3.720 m.) e lo Yamdo La (3.760 m.) a Syangboche (3.800 m.), a destra, scende nuovamente e risale faticosamente, fino a raggiungere il modesto passo su cui ondeggiano bandierine delle preghiere. Intorno a noi svettano le cime del Nilghiri, del Damodar, la catena del Dhaulagiri e del Tharong e sotto di noi i canyons del fiume Kali Gandaki. Interessante la flora himalayana e con un po’ di fortuna si potranno avvistare pernici e aquile. Superato il piccolo valico, si procede oltre il massiccio e antico chorten che domina la vallata e davanti a noi si apre uno spazio che sembra non avere confini: tutto è bianco, la roccia, la sabbia. In questa immensità monocolore, si distingue nettamente la piana verdeggiante del villaggio di Ghelling (3.570 m.), dove poi la strada sale tra i campi al centro della valle, passando attraverso il villaggio di Tama Gaon e si raggiunge il passo di Nyi La (3.990 m.). Da questo punto, quando il cielo è limpido, si può ammirare la catena dell’Annapurna Nilgiri in tutto il suo splendore. Si scende verso il villaggio di Ghemi (3.520 m.). Fanno da sfondo al villaggio imponenti montagne rocciose, dai profili morbidi e sinuosi, che sembrano la tavolozza di un pittore, tanti sono i colori che vi si scorgono. L’abitato spunta tra il verde delle coltivazioni. Fermata a Ghemi, con i suoi chorten dipinti con i colori dei Sakya, il palazzo reale disabitato da tempo e i due piccoli gonpa. Il Kang Ka Cho Tò Gonpa della setta Sakya, fu edificato circa seicento anni fa. All’estremità del villaggio, sorge il piccolo Jo Mho Gonpa.

Pensione completa e pernottamento in guesthouse.

 

 

 

 

Dopo la colazione, lasciamo Ghemi per raggiungere Tsarang. La strada scende tra rocce multicolori che caratterizzano la vallata e giunge a un ponte d’acciaio che supera il fiume Tangmar Chu, quindi risale incontrando quello che probabilmente era il muro mani più lungo del Nepal. I muri mani sono una manifestazione religiosa concreta dei seguaci del Buddismo tibetano e sono interamente costituiti da pietre votive di varie dimensioni sulle quali sono state scolpite preghiere o brani di testi sacri. Il termine mani è l’abbreviazione del mantra (formula sacra), Om Mani Padme Hum, dedicato ad Avalokitesvara, il Boddhisattva della compassione. Parola di origine sanscrita, mani, è entrata a far parte della lingua tibetana, letteralmente traduce: il Gioiello, la Gemma. Il percorso raggiunge un altro passo, per poi digradare dolcemente verso Tsarang. Secondo i monaci il nome del villaggio significa “cresta di gallo”, a causa delle costruzioni religiose di colore rosso che sorgevano numerose sui crinali gialli delle montagne. Il gonpa, del XIV secolo, appartiene all’ordine dei Sakya e ospita una settantina di monaci, alcuni dei quali vi soggiornano solo periodicamente. Nel pronao del gonpa sono rappresentati i quattro Guardiani della Fede, la storia del mondo e una ruota della vita. La ruota della vita, sipa khorlo, in tibetano, rappresenta il ciclo della nostra esistenza, condizionata dalle emozioni fondamentali quali: l’ignoranza, l’attaccamento e l’avversione, che sono rappresentati sotto forma di animali al centro della ruota stessa. All’interno del tempio, sul grande altare di legno, una vetrina racchiude molte statue, la principale raffigura Campa, e davanti file di grosse ciotole colme d’acqua; a destra dell’altare, si trovano le scaffalature, dove sono riposte le pecia (in tibetano, libri sacri) e le pareti sono ricoperti di immagini di Buddha. Poco prima di giungere a Tsarang, deviazione al villaggio di Dhakmar, circondato da pareti rocciose colorate sulle quali sono scavate grotte che testimoniano un passato misterioso. Il piccolo monastero del villaggio si raggiunge con una breve camminata.

Si parte da Tsarang per raggiungere la città proibita di Lo Manthang (3.730 m.). La strada scende di 125 m., attraversa il fiume Charang Chu per risalire poi tra le rocce fino a raggiungere un cumulo di pietre situato sulla cresta di fronte al villaggio e poi scende nella valle del Tholung. Sullo sfondo, dietro il villaggio, le cime del Nilgiri, il Damar, il Tilichi e dietro l’Annapurna 4. La strada sale ancora, oltrepassa un torrente e prosegue attraverso un paesaggio desolato che ha tutte le sfumature del grigio e del giallo. Dopo non molto tempo, s’incontra sulla strada il Sungdo Chorten, uno dei più belli del Mustang. Arrivati in cima al Lo La (3.940 m.), compare, adagiata ai nostri piedi, la città murata di Lo Manthang racchiusa da montagne dalle forme e colori più svariati. E’ una grande emozione e soddisfazione essere arrivati fino a qui!

Pensione completa e pernottamento in guest house.

Nota Bene: al momento della stesura di questo programma, il pernottamento a Lo Manthang è previsto in una guest house, ma stanno costruendo un hotel più confortevole. Se dovesse essere pronto prima della data di partenza di questo tour, prevederemo i pernottamenti nel nuovo hotel, ma in questo caso la quota base subirà un aumento essendo l’hotel di categoria superiore.

 

Giornata dedicata all’escursione al villaggio di Achenbuk/Dzong che ha sviluppato un’intera cultura all’interno di numerose grotte. Si scende inizialmente verso il fiume che attraversiamo per poi risalire. Davanti a noi distese di campi coltivati. Dopo la salita, la strada diventa pianeggiante e alle nostre spalle si stagliano le cime che ci hanno accompagnato durante il nostro viaggio. Si raggiunge la valle di Achenbuk (Chhosar), tagliata a metà dalla valle di Dzo. Sulla destra si stende il villaggio di Garphu, dove molte delle costruzioni sono appoggiate a delle grotte naturali. Sulla nostra sinistra, in fondo, il villaggio di Nyphu con l’omonimo monastero appoggiato sulla parete della montagna e costruito in parte proprio sfruttando la grotta naturale che si apre in essa. Tutta la valle è uno spettacolo per gli occhi: i campi coltivati, i contadini che tagliano le spighe di frumento, cavalli e mucche al pascolo, le montagne di arenaria punteggiate da innumerevoli grotte naturali che l’uomo ha adattato ai propri usi e che circondano i piccoli villaggi. Rientro a Lo Manthang dopo l’escursione, dove continueremo le nostre visite. Pensione completa e pernottamento in guest house.

 

 

 

Si lascia la Città Proibita e poco dopo si raggiunge l’incrocio della strada per Ghemi. Si ripercorre a ritroso un cammino già percorso, ma l’ambiente che ci circonda non smette di incantarci. Si oltrepassa l’affascinante villaggio di Tsarang, passando accanto al chorten che indica la via, si sale al Tiu La, da dove si scorge in lontananza l’insediamento di Lari e più sulla destra il Mustang Chu (Kali Gandaki). Superato il piccolo passo, si prosegue verso lo Tsarang La (3.900 m.). Da qui spicca la macchia verde di Ghemi e si scende nell’area di Mendon, dove sorgono gli antichi chorten. La prima parte di questa tappa ripercorre un tracciato già noto, si attraversano i due passi, il Nyi La e il Tziring La e, alla base di quest’ultimo, si prosegue per Ghelling. Su una bassa cresta si scorgono i ruderi dell’antico castello e del monastero femminile, mentre più su, scavate nella montagna, si trovano le grotte che ospitarono i Khampa, durante i lunghi anni della resistenza. Nel villaggio si trovano diversi monasteri e la costruzione posta più in alto sulla collina è il Gon Khan, la Cappella della Divinità Protettrice che è un luogo molto sacro il cui ingresso è rigorosamente vietato alle donne. Al di sotto sorge il Tashi Cho Gonpa, il tempio più antico per fondazione, ma quasi completamente ricostruito in seguito ad un incendio. Anche quello di Ghelling, in tempi passati, era un feudo indipendente da altre autorità, i suoi abitanti erano però costretti a vivere qui isolati, non potevano scendere a Samar perché governata da un altro re, né a Ghemi che si trovava sotto la giurisdizione di Manthang. Dopo aver superato il villaggio di Syangboche, si sale verso l’omonimo passo e da questo raggiungiamo il Yamda La, dal quale si vede in basso Bhena. Il paesaggio intorno a noi è particolare: il sentiero si snoda tra montagne molto verdi punteggiate da diversi tipi di vegetazione, tra cui si possono riconoscere i ginepri dai tronchi contorti, cespugli rigogliosi di bacche, felci…. 

Si ripercorre il cammino già percorso, ma i paesaggi sono fra i più suggestivi di tutta la regione ed è comunque piacevole riattraversarli. Meravigliosi panorami di canyon, aperture sulle rocce circostanti e corsi d’acqua, riempiono i nostri occhi durante il cammino. Si attraversa il villaggio di Chele da dove si scende verso le acque del Kali Gandaki e si raggiunge Chhuksang, dove s’incontra nuovamente la cima del Nilgiri. Da Chhuksang, una passeggiata di 30 minuti circa ci porta a Tetang (2.940 m.), un villaggio straordinariamente arroccato e fortificato, tagliato da una ragnatela di viottoli interni angusti e bui: è interessante, perché diverso dagli altri villaggi del Mustang. L’abitato si sviluppa su due alture separate dal fiume. Lo Jamh Putha Gompa, edificato circa seicento anni or sono, fu distrutto da un incendio e ricostruito circa duecento anni fa. E’ abitato soltanto durante i tre mesi estivi, per il resto dell’anno diventa sala di ritrovo, dove a detta del monaco anziano si beve troppo chang (tib. Birra d’orzo). Sulle montagne, alle spalle di Tetang, vivono i leopardi delle nevi che in inverno, spinti dalla fame, scendono e si aggirano vicini alle case. Sopra il villaggio di Tetang s’innalzano numerosi chorten variamente sagomati e una lunga fila di mulini delle preghiere. Dopo la visita del villaggio, rientro a Chhuksang. Pensione completa e pernottamento in guest house.

 

 

A Chuksang, le nostre jeep ci accompagneranno a Mukhtinath (3.810 m.), passando per Kagbeni. Il panorama è cambiato e ora alle brulle pietraie delle vallate del nord del Mustang si contrappone il verde della conca di Muktinah. Il significato delle due parole sanscrite da cui è formato il nome Mukti-nah è il Luogo del Signore della Liberazione, mentre nella lingua tibetana è detto Luogo delle Cento Sorgenti. Muktinath (3.810 m.), ritenuto luogo sacro già prima dell’avvento del Buddismo, è un importantissimo centro religioso e meta di pellegrinaggio per indù e buddisti e base di partenza per alcuni circuiti dell’Annapurna. A Muktinath, si trova un gonpa, il tempio di Vishnu e più in basso, in un vecchio tempio è custodita una fiamma sacra sprigionata da un gas naturale. Lasciato questo villaggio, la strada scende al pittoresco villaggio di Jarkoth, arroccato su di uno sperone della montagna e circondato da un susseguirsi di campi coltivati. La discesa continua in un ambiente aperto e quando arriviamo a picco sulla Kali Gandaki, il villaggio fortezza di Kagbeni si staglia in lontananza. Si prosegue, scendendo verso Eklabatti. Ormai la strada è in piano e poco dopo si raggiunge il letto del fiume Kali Gandaki. Finalmente in lontananza scorgiamo Jomsom. Tempo libero per riposo o per passeggiare per il paese. Pensione completa e pernottamento all’hotel Om’s Home.

 

 

Dopo colazione, volo per Pokhara e proseguimento per Kathamandu. Nel pomeriggio visita di Bhaktapur, località situata a una quindicina di chilometri dalla capitale e molto ben conservata che rispecchia un Nepal che forse a Kathmandu è più difficile percepire. L’altro suo nome è Bhatghaon, che vuol dire “città dei devoti” ed è l’antica capitale di uno dei regni della vallata. Essa ha un fascino particolare e pur avendo meno templi delle altre città, vanta il primato di averne uno fra i più belli del Nepal, il Nyatapola Devala. Esso è anche il più alto del Nepal e uno dei simboli del paese. E’ una grande pagoda di cinque piani che il re Bupathindra Malla ha dedicato alla misteriosa dea tantrica Siddhi Laksmi nel 1702. In questa città si respira veramente l’aria di un tempo, il rumore delle auto non c’è e la vita scorre come in passato, senza televisione, senza traffico, ma con gli argentieri che battono il metallo, le donne che attingono l’acqua alle fontane. Sembra che sia stata fondata nel IX secolo dal leggendario re Ananda Malla e fu capitale della valle dal XIV al XVI secolo. Dal nucleo originario di Dattatraya, la città si espanse poi verso Taumadi Tole, la piazza famosa per il grande tempio a pagoda. Si visiteranno Durbar Square, la pagoda di Pashupati. Ad angolo retto con il tempio di Nyatapola si trova il Tempio di Kasi Bishwanath che risale al XVIII secolo. Dalla terrazza del ristorantino posto nella costruzione in stile nepalese che si trova di fronte al tempio di Bhairav si può osservare l’andirivieni della piazza, sorseggiando un masala tea. Dalla piazza ci dirigeremo verso i vecchi quartieri per scoprire questa parte della città e giungere fino a Tachupal Tole, un tempo, il centro di Bhaktapur e al Golmadhi Tole. Le case che si affacciano sulle due piazze hanno balconate di legno, i negozi e gli artigiani vendono e producono di tutto. Proseguiamo per Potter’s Square, un luogo da non perdere: migliaia di vasi modellati a mano sono messi ogni sulla piazza a essiccare. La nostra visita continua con la città di Patan situata a soli 5 km. Dalla capitale. L’altro suo nome Latipur vuol dire “città della bellezza”. Situata sull’altra riva del fiume Bagmati, è prevalentemente buddista e sembra essere la più antica città buddista del mondo. La città è divisa in quattro sezioni grazie agli assi stradali nord-sud ed est-ovest e il centro è formato da Durbar Square e il Palazzo Reale. Questo grandioso complesso, esempio cittadino d’architettura newar, comprende palazzi, pagode buddiste, santuari induisti, colonne elefanti di pietra e la Grande Campana”, immancabile in tutte le piazze reali. Pensione completa e pernottamento in hotel.

 

Il mattino molto presto volo panoramico facoltativo per ammirare le cime più alte del mondo. Tutta la giornata è dedicata alla visita di alcuni dei siti culturali più importanti della città: Pashupatinah, detto anche la “piccola Benares”, dove ha sede il più importante tempio induista del Nepal dedicato a Pashupati, una delle incarnazioni di Shiva nella sua forma positiva, in qualità di pastore d’animali, di uomini e segno di fertilità, il cui simbolo è il lingam, il suo organo sessuale che rappresenta appunto l’energia e la fertilità. Pashupatinah è considerato il cuore di Kathmandu, l’anello che unisce e trasforma le forme di vita. Qui si muore, ma s’incomincia anche il cammino verso una nuova vita. La sua costruzione è iniziata nel 427 dell’era cristiana; il tempio domina il fiume sacro Bagmati (nato dalla bocca di Shiva), al quale si accede percorrendo una lunga scalinata. La Bagmati divide che è riservata agli induisti, dall’altra, cosparsa di piccole cappelle dove si trovano i lingam di pietra; da questo lato i non induisti vanno per assistere ai riti giornalieri della cremazione dei corpi. I sadhu, gli asceti, i saggi erranti induisti, vivono nei piccoli templi. Tempo permettendo, la nostra giornata potrà continuare con la visita di altri monumenti o dedicare il resto del tempo libero allo shopping nella zona di Thamel. Nel tardo pomeriggio, trasferimento in aeroporto per il volo per l’Italia via Doha. Pasti e pernottamento a bordo.

L’arrivo a Milano Malpensa è previsto di primo mattino.

 


 

 

 

 

  1. Chhuksang 2. Lo Manthang 3. Pokhara

 

 

APPROFONDIMENTI DI VIAGGIO

A marzo del 2014 è stato ultimato il tratto di strada che era ancora necessario percorrere a piedi in Mustang. Di conseguenza, da Jomson a Lo-Manthang e ritorno, si viaggerà con fuoristrada. Rispetto all’anno scorso, dove si era obbligati a cambiare le macchine ad ogni tappa, da quest’anno è possibile utilizzare dei fuoristrada più nuovi (Toyota o Pajero) che avremo a nostra disposizione dall’inizio alla fine del nostro tour in Mustang. Si prevedono quattro pax per macchina, lasciando - CONTINUA -