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“SRI LANKA, PERLA O LACRIMA” E KUMBH MELA IN INDIA

INDIA SRI LANKA

icona orologio 17 GIORNI
minimo 10 massimo 16 partecipanti
icona valigia PARTENZE:

    2019

  • Dal   22  gennaio    al   7  febbraio  
Sistemazioni
Land Expeditions - Viaggi con Esperto

Un viaggio sull’isola di Serendib, per Marco Polo la più bella del mondo. Alla scoperta di antichi templi e residenze coloniali, architetture buddhiste e monumenti induisti. Un tour che fa tappa a Ella, un villaggio immerso in una piantagione di tè che pare un paesino della campagna inglese, e a Kataragama, con i suoi templi. Ma anche tra le statue scolpite nel granito a Buduruwagala e a Mihintale, dove nacque il Buddhismo nello Sri Lanka. E ancora: a Galle, Anuradhapura, - continua -

A PARTIRE DA: 4.830 €


ITINERARIO

Partenza con volo di linea della Emirates EK 206 alle 13,40.  L’accompagnatore si incontra tre ore prima al banco accettazione. Giungiamo a Dubai alle 22,45.

 

Altro volo di linea Emirates. L’EK 650 è alle 2,35 con arrivo a Colombo alle 8,25.

L’ora in cui giungiamo consente di iniziare subito le visite. L’assegnazione delle camere avverrà dopo il pranzo consumato in hotel.

Evitiamo di andare in hotel immediatamente dopo l’atterraggio perché significherebbe rinunciare a utilizzare questa parte della giornata per conoscere un poco la città. Inoltre, meglio evitare ogni tentazione di “riposini”, piacevoli al momento, ma che renderebbero più difficile la ricostruzione di un corretto ciclo giorno/notte. Meglio disporre delle stanze dopo il pranzo per una salutare doccia e arrivare sino a sera per concedersi un’opportuna buona dormita, dopo una cena consumata non tardi.

Colombo.

Ci si atterra, è la capitale, ci si dorme. Non è il miglior biglietto da visita dello Sri Lanka, ma vale una breve permanenza e qualche visita. Comunque, superato il primo giudizio contagiato da moderni grattacieli e traffico caotico, locali notturni e supermercati, si possono anche notare aspetti coloniali, museo, mercati, templi, lungomare.

Si sviluppa intorno ad un nucleo originario costituito da un piccolo villaggio di pescatori, cresce d’importanza all’inizio del XVI secolo grazie ai portoghesi che vi permangono circa un secolo e mezzo. Lo stesso periodo dura il dominio olandese che termina nel 1796 quando è conquistata dagli inglesi che ne fanno capitale dell’allora Ceylon.

La zona più coinvolgente di Colombo è quella con il quartiere dei bazar, Pettah*, a ridosso del Forte, in gran parte inaccessibile. Qui si concentra, a differenze di altri quartieri, una forte presenza di tamil e chiese cristiane, (molti tamil non sono indù ma cristiani), e di mussulmani. Merci di ogni tipo, confusamente distribuite in tante vie ognuna delle quali, originariamente, era specializzata nel proporre solo certe mercanzie e attività, si mescolano ad una varietà etnica e centri di culto difficilmente riscontrabile in altre città del Paese.

Aspetti da menzionare della capitale sono anche il lungomare (la città si sviluppa per una cinquantina di chilometri sulla costa), il Museo Nazionale e alcuni templi. Tra questi ricordiamo il Gangaramaya, eclettico complesso sacro buddhista con influenze di vari paesi e presenze di rappresentazioni anche induiste. In un cortile si trova un albero della Bodhi. (Nello Sri Lanka molti sono i legami con Bodhgaya il luogo dove Siddharta Gautama ricevette l’Illuminazione divenendo il Buddha, l’Illuminato. Il cambiamento avvenne proprio sotto un albero della Bodhi di cui si presero cura Ashoka e la figlia trapiantandone germogli a Ceylon).

 

Il museo Nazionale merita una visita. Ospitato in un edificio della seconda metà del XIX secolo, percorre la storia dell’isola dalla preistoria al colonialismo. Conserva bronzi, statue, steli, frammenti di opere, molti dei quali provenienti dai siti di Polonnaruwa e Anuradhapura e poi armi, stemmi, maschere, un trono, pietre tombali e altri reperti anche con forti influenze induiste. 

Nel tardo pomeriggio si rientra in hotel, dopo le visite al museo, al mercato e negli altri luoghi che il tempo, e le nostre energie, permettono.

Pranzo e cena in hotel. La cena è prevista presto per poter fruire di sufficienti ore per riposare e riprendere il giorno dopo un opportuno ciclo giorno/notte.

 

*Accanto alla stazione, proprio nel lato sud del Pettah, è visibile la statua di Henry Steel Olcott. Questo signore, nato negli USA, è tra gli stranieri che più hanno inciso nella storia recente dello Sri Lanka. (Nonostante certi debordamenti nel mondo della “chiaroveggenza e spiritismo” indotti dal rapporto con Madame Blavatsky, poliedrica studiosa di origini russe che tra le sue varie attività riuscì ad includere anche la partecipazione ad alcune battaglie assieme a Garibaldi).

Portoghesi, olandesi e inglesi durante i loro periodi di predominio avevano fatto molto per ostacolare la millenaria pratica del Buddhismo Theravada, promuovendo forme non sempre pacifiche di scristianizzazione. 

Olcott, convertitosi al Buddhismo, giunge sull’isola e fonda la Società Teosofica Buddhista con la quale contribuì a diffonderlo nel mondo e s'impegnò nella difesa della pratica religiosa a Ceylon.

Nel 1885 tra le altre iniziative, a lui si deve la proposta di concepire una “bandiera buddhista” per dare unicità di riferimento e visibilità internazionale a una forma di religiosità spesso sottoposta a repressioni. La bandiera, che si è rapidamente diffusa in tutti i paesi in cui esiste il Buddhismo anche se con trascurabili varianti cromatiche, consta di cinque bande verticali delimitate da altre cinque orizzontali più piccole con gli stessi colori. I cinque colori furono scelti perché corrispondenti a quelli che, secondo la tradizione, emanarono dal corpo del Buddha nel momento in cui raggiunse l’Illuminazione. Il blu origina dai capelli, il giallo oro dalla pelle, il rosso dalla carne e sangue, il bianco dalle ossa e denti, il rosa o arancione dal palmo delle mani, dai talloni e labbra. Le bande orizzontali riportano gli stessi colori, nel medesimo ordine a iniziare dall'alto verso il basso.

Ogni variante cromatica rappresenta un aspetto significativo della religiosità buddhista. Il blu, la compassione verso tutti gli esseri viventi e lo spirito di pace. Il giallo, la Via di Mezzo, che è il senso più profondo dell'insegnamento del Buddha, lontana da qualsiasi forma estrema di esistenza. Il rosso, i doni della pratica spirituale e meditativa. Il bianco, la purezza e la liberazione. L'arancione (il rosa, nel caso della Birmania), la saggezza dell'insegnamento del Buddha. Le bande orizzontali indicano la completa fusione tra tutte queste caratteristiche e anche l’unità del mondo buddhista attorno a tali principi.

Lasciamo, dopo colazione, la capitale sapendo che ci aspettano luoghi più rispondenti alle nostre attese.

Iniziamo il girovagare in terra singalese percorrendo una strada verso nord est che ci porta nel cuore geografico dell’isola, un poco oltre Dambulla, che visiteremo nei giorni successivi, dopo aver intravisto a oriente le alture che introducono all’altipiano centrale. Il percorso è in pianura e conduce nel Triangolo Culturale ai cui vertici sono a sud Kandy, a est Polonnaruwa, a nord Anuradhapura.

La nostra prima tappa è uno dei posti più rappresentativi e noti dello Sri Lanka, Sigiriya, poco dopo Dambulla.

È un peccato che si giunga qua avendone già immagazzinato tante immagini. Nonostante ciò, questa rocca, enorme spuntone di pietra, poderoso panettone che emerge come escrescenza altezzosa dal piano, fortezza, cittadella, piattaforma rocciosa (e, per i più pretenziosi, monolito di gneiss, massa rocciosa accumulo di magma indurito espulso da una bocca vulcanica), dall’aspetto striato punteggiata da grotte naturali, stupisce. Sempre.

Originale, imponente, a strapiombo, inespugnabile, è in un contesto naturale che l’arricchisce di giardini e laghetti e ingentilita da nicchie dipinte con dotate fanciulle.

La storia di questo sito Patrimonio UNESCO inizia già nel III secolo a.C. quando monaci buddhisti usarono le tante grotte come rifugio. Solo alla fine del V secolo la sommità dell’altura che si allunga per duecento metri, pare divenga fortezza teatro di scontri sanguinosi. Ritorna poi a essere luogo di pace ed eremo per monaci sino al XII o XIV secolo. Dopo tale periodo la gran pietra è abbandonata e lasciata alla custodia della vegetazione che se ne appropria. Esploratori e archeologi inglesi dalla fine del XIX secolo la riportano all’attenzione dell’Occidente.

Luogo di ascetica meditazione, inespugnabile fortezza, palazzo di piacere… non si sa bene quale sia storicamente stata la sua funzione principale. Incertezze interpretative che hanno coinvolto anche il significato delle formose figure femminili rappresentate nelle grotte. Per alcuni sarebbero cortigiane locali, per certi erano apsara, danzatrici celesti, per altri ancora più eteree rappresentazioni di Tara Devi, dea del pantheon buddhista mahayana.

Sia come sia, la Roccia di Sigiriya, i giardini acquatici, i giardini di pietra, le fanciulle pettorute, il muro dello specchio e le zampe del leone costituiranno la prima, e certo tra i più godibili esempi, di quelle preziosità che, nonostante siano già note immagini, meravigliano.

Torniamo indietro di una ventina di chilometri per andare nelle vicinanze di Dambulla dove pernotteremo tre notti.

Pranzo nel ristorante Gimanhala a Sigiriya o similare, e cena in hotel.

 

Colazione e partenza per la vicina Polonnaruwa.

La grande capitale, che raggiunse il massimo momento di notorietà e potere nel XII secolo, ancora oggi si offre come una delle mete in assoluto più interessanti e rappresentative della civiltà singalese. Per questo è tra i Patrimoni UNESCO. Riuscire a resistere alle ondate invasive provenienti dal sud indiano, la rafforzò e spinse i governanti ad amplificarne gli aspetti architettonici facendone uno dei centri urbani più sviluppati del sud asiatico.

Di più ridotte dimensioni rispetto alla concorrente Anuradhapura, (che non seppe resistere alle sue armate), conserva però in miglior stato tutti i suoi reperti. Singalesi e poi indiani (a più riprese prima e dopo il XII secolo), stabilirono qui la capitale dei loro regni per la posizione strategica.

Dal XIII secolo inizia una decadenza di cui approfittano gli indiani Chola e poi la vegetazione.

All’era di massimo splendore è associato il nome di Parakramabahu il Grande. A lui è dovuta la realizzazione del grandioso programma di costruzioni che includono la messa a punto di molte migliaia di bacini e canali idrici, monasteri, il palazzo reale e molti edifici tra cui il Vatadage, l’esempio più mirabile dell’architettura singalese di quel periodo.

L’area complessiva del sito si estende per circa quattro chilometri da nord a sud, e comprende cinque gruppi di rovine il più imperdibile dei quali è certo il Quadrilatero. Il museo fornisce un’idea esauriente dell’antica apparenza attraverso vari modelli in scala che mostrano gli edifici cittadini degli anni aurei. Sculture e vari reperti testimoniano anche l’influenza della cultura indiana.

Nella Cittadella è visibile ciò che rimane del “palazzo reale delle mille stanze” (probabilmente, pur mancando l’edificio di molti ambienti a causa della perdita di parti realizzate in legno, non ne conteneva più di una cinquantina), la Sala del Consiglio, con resti di mura, decori in malta, basamenti, fregi di leoni ed elefanti, gradinate. Bagni Reali e il Devale (complesso religioso) di Shiva completano quest'area nella parte sud del sito.

Una piattaforma sollevata, nota come il Quadrangolo, cuore religioso cittadino, è cinta da mura e contiene un pregevolissimo numero di opere.

Il Vatadage, notevole, (per alcuni è l’edificio più aggraziato del Paese), è a più livelli protetto da guardiani e, all’ingresso, da una “pietra di luna”, (pietra a forma di mezzaluna con motivi ornamentali che indica l’accesso al mondo sacro).

Il Thuparama Gedige (tempio caratterizzato da spesse mura), ha il tetto intatto e significative mescolanze induiste. Il Gal Pota, il “libro di pietra”, lungo circa 9 metri. L’Hatadage, l’ambiente che custodiva il dente del Buddha (in realtà pare che la reliquia fosse serbata alternativamente in diversi edifici della città), oggi contiene tre statue dell’Illuminato (del passato presente e futuro, pare).

Il Satmahal, una piramide a gradoni di sei piani, è un esempio unico nello Sri Lanka.

Sempre verso nord s’incontrano resti di templi induisti del X secolo, un altro Shiva Devale, il secondo, che pare essere il più antico del sito.

Il gruppo settentrionale offre immagini del Buddha famose in tutto il Paese, il dagoba (o stupa) Rankot Vihara che con i suoi 54 metri è il più alto di Polonnaruwa, il Buddha Seema Prasada con la sala delle udienze, il gedige  Lankatilaka che contiene un grande Buddha (acefalo) in piedi, il dagoba Kiri Vihara ancora da restaurare ma in potenziale buono stato di conservazione, il Gal Vihara con una serie di statue dell’Illuminato di notevolissima fattura rappresentato in varie posizioni, lo Stagno del Loto, la Tivanka Image House con gli unici affreschi del sito. Non mancano, da qualche parte, neppure curiosi nani saltellanti.

Il tempo a disposizione ci suggerirà in loco quanti aspetti di Polonnaruwa approfondire.

Visite a piedi scalzi, (è bene avere nello zainetto calzini di ricambio nel caso si possa accedere con calzini).

A sera, su richiesta, è possibile un’escursione, assieme alla guida locale, nel Parco Nazionale di Kaudulla. Si tratta di una sorta di enorme corridoio naturale che collega alcuni parchi attraverso cui transitano e vivono elefanti, leopardi, sambar, gatti pescatori e rugginosi (i primi pesano circa dieci chili, i secondi sono i felini selvatici più piccoli al mondo), e altre specie di animali. Costi e condizioni di visita si appurano in loco.

Pranzo presso il ristorante del Sudu Araliya Hotel.

Cena e pernottamento al “Heritance Kandalama”.

 

Al mattino o nel tardo pomeriggio per evitare le ore più calde, si va a Mihintale a una dozzina di chilometri a est di Anuradhapura. Qui, su questa protuberanza rocciosa, vuole la tradizione che sia stato introdotto il Buddhismo nel III secolo a.C.

Si dice che Ashoka, imperatore buddhista indiano, abbia mandato suo figlio Mahinda nell’isola per convertire i singalesi. Durante un incontro col re di Ceylon, avvenuto proprio in questo luogo, Mahinda appura attraverso l’indovinello dei manghi la saggezza del re, che viene così ritenuto in grado di accogliere e divulgare il Buddhismo tra i suoi sudditi.

Una parte dei tanti scalini, 1850, necessari per giungere alla fine di una ripida rampa all’Ambasthale Dagoba, può essere evitata salendo con il bus. Il luogo, uno tra i più sacri dello Sri Lanka, mostra anche reperti risalenti dal III secolo a.C. di un ospedale, un dagoba in rovina alto originariamente oltre 30 metri, resti della più antica iscrizione dell’isola precedente l’uso del pali, la Casa delle Reliquie, una vasca con un leone, un antichissimo albero della bodhi, altri dagoba, piccoli templi con divinità induiste. Il tutto è interessante per la loro significatività storica.

Anuradhapura, patrimonio UNESCO non distante da Mihintale, è spesso paragonata e messa in concorrenza con Polonnaruwa. I due luoghi sono diversi.

Il secondo conserva preziosità architettoniche non riscontrabili di pari livello a Anuradhapura. Quest’ultima però ha un’estensione e una storia che non trova concorrenti temibili in altre località dello Sri Lanka. Resti, non sempre in buono stato, di torri in mattoni, grandi dagoba (stupa), templi di varia forma, laghetti, palazzi, colonne, monasteri, statue, guardiani in pietra, rappresentazioni di Buddha, vasche, cupole, giardini, cisterne, tempio rupestre…testimoniano gli oltre mille anni in cui Anuradhapura è stata capitale del Paese.

Questo centro spirituale e politico dell’isola si trova in una zona boscosa nel mezzo delle pianure settentrionali. Nel periodo di sua massima estensione è stata una delle più grandi città conosciute, intrattenendo intensi scambi commerciali anche con greci e romani. Fu capitale una prima volta già nel IV secolo a.C. e ritorna a esserlo più volte, ma il momento di maggior splendore coincide col secolo dopo in concomitanza con l’arrivo del Buddhismo e il declino inizia nel X secolo.

Data la grande estensione del sito, sarà opportuno ricordare che la maggior parte degli aspetti interessanti del sito si concentra intorno a tre complessi monastici (Mahavihara, Jetavana e Abhayagiri). Di molti edifici è difficile stabilirne la vetustà visti i tanti interventi subìti nei secoli.

Il primo era il cuore dell’antica capitale ed è stato realizzato in prossimità del sacro albero della bodhi. Si tratterebbe di un albero cresciuto qui dalla talea dell’originale pianta esistente a Bodhgaya, portata dalla figlia del citato Ashoka. Pur esistendo tanti alberi della bodhi, questo pare sia l’unico al mondo di cui sia stata provata l’autenticità storica della discendenza. Nelle vicinanze è il Palazzo di Rame di cui poco resta, oltre a tante colonne di quattro metri l’una. Il Grande Stupa o Dagoba di Ruvanvalisaya, è alto oltre cinquanta metri e sta su una terrazza decorata con teste di elefanti, ma la sua importanza è data dalla credenza che contenga reliquie del Buddha. Per questo è l’edificio più onorato del sito. La Dagoba Thuparama è la più antica della città e, pare, del mondo. Comunque, pur essendo solo una ventina di metri è anch’essa assai sacra perché conterrebbe una clavicola dell’Illuminato.

Il complesso di Jetavana è caratterizzato dalla grande dagoba in mattoni. Originariamente era di centoventi metri. (Terza costruzione al mondo per altezza, dopo due piramidi egizie, e la più grande struttura in mattoni mai realizzata. Inevitabile il confronto con lo stupa incompiuto di Mingun in Myanmar). Del monastero Jetavana vero e proprio, che un tempo poteva ospitare oltre tremila monaci, rimangono solo le basi di diverse strutture. Nelle vicinanze troviamo una vasca, la ringhiera buddista, la Patimaghara, il più grande edificio del complesso.

Prima di occuparci dell’ultimo insieme di edifici monastici, segnaliamo la Cittadella col palazzo Reale, di cui non rimane molto, realizzato nell’XI secolo quando già la capitale era stata spostata a Polonnaruwa.

Abhayagiri è il monastero costruito dallo stesso re cui si devono i templi rupestri di Dambulla. Il complesso un tempo conteneva più di cinquemila monaci. L’enorme dagoba che in principio raggiungeva i centoquindici metri (ora ne misura oltre settanta), era stata realizzata nel punto dove Buddha aveva lasciato una sua impronta. Troviamo poi statue di numi tutelari, nani, il Samadhi Buddha scolpito nella roccia calcarea, i Kuttam Pokuna, (i bagni gemelli), piccoli monumenti, un santuario di un altro albero della bodhi, l’Et Pokuna (la vasca degli elefanti), i guardiani e il Re Cobra, le colonne del Ratna Prasada (Palazzo dei gioielli), il Palazzo di Mahasena con un'interessante pietra lunare (per alcuni è la più bella di tutto il Paese), altre pietre lunari, sculture di nani e indicazioni di diversi resti disseminati in una vasta area anche nella vegetazione circostante.

I tre bacini artificiali ancor oggi esistenti che attorniano l’area archeologica, testimoniano della capacità di potersi rifornire d’acqua, aspetto questo essenziale per l’esistenza stessa di una consistente concentrazione umana.

Rientro in hotel nel tardo pomeriggio.

Pranzo nel ristorante dell’Heritage hotel o similare. Cena e pernottamento “Heritance Kandalama”.

 

Dambulla, Patrimonio UNESCO, è assai vicino. In questo importante centro di culto le grotte custodiscono statue e opere pittoriche murarie.

Non vi è un motivo preciso per questa scelta, se non il richiamo a una religiosità legata a forme di animismo che è certamente la sorgente cui ha attinto nei millenni la maggior parte delle credenze sacre.

“La Grande Madre di ogni forma religiosa” assegna agli aspetti della natura un significato e una consistenza non solo materiali. Dietro il fulmine non vi è semplicemente una scarica elettrica, un corso d’acqua non è una banale massa liquida, un grande albero non è solo un ammasso consistente di legname…

Anche le grotte, proprio perché entrano nel corpo della madre terra, non sono intese come mere cavità nella montagna. Sono luoghi in cui la natura, presentandosi in modo più eclatante, indica la presenza di caratteristiche particolari verso cui avere un’attenzione altrettanto speciale. Così qualcuno ha deciso un certo giorno di collocare una statua del Buddha in un anfratto protetto nel ventre della madre natura. È stato l’inizio di un gesto sempre più diffuso.

Oggi vi si trovano tantissime statue realizzate in grandezze materiali e stili assai diversi fra loro, oltre a interventi pittorici.

Le varie grotte non sono difficili da raggiungere e contengono circa 150 rappresentazioni del Buddha alcune delle quali risalgono al I secolo a.C. I dipinti sono assai più recenti attribuibili quasi tutti al XIX secolo. Il Golden Temple alla base dell’altura con le grotte, è opera del 2000, ed è uno degli esempi della generosità giapponese, ma non di raffinato senso artistico.

Le grotte sono cinque e sono denominate Tempio del Re degli Dei, Tempio del Grande Re, Grande Tempio Nuovo, Grotta Occidentale, Secondo Tempio Nuovo. La più grande misura oltre cinquanta metri per venti con un’altezza di sette. Vi troviamo statue di Ananda, Vishnu, Buddha in diverse posizioni e altre divinità anche induiste. La grotta Tempio del Grande Re presenta gli affreschi più belli dello Sri Lanka. Raccontano episodi della vita di Siddharta Gautama, dal sogno della madre durante la gravidanza alla scena delle tentazioni cui fu sottoposto quando ancora non era l’Illuminato.

Il complesso rupestre s'innalza oltre centocinquanta metri dalla campagna che lo circonda. Nelle belle giornate si può vedere anche Sigiriya, a circa venti chilometri.

Dopo la visita, andiamo verso sud sino a intravvedere le prime alture dell’altipiano centrale alle cui pendici si trova Kandy, la meta finale della giornata, a circa centoquindici chilometri.

Kandy, capitale culturale del Paese e Patrimonio UNESCO, ha il problema di custodire un dente del Buddha. Pur non tenendo conto dei dubbi sulla titolarità del dente, (i buddhisti, meno permalosi degli islamici, ci perdoneranno se ricordiamo che qualcuno che l’ha visto afferma potrebbe trattarsi di un dente di bufalo o di coccodrillo), il prezioso reperto rischia di mettere in ombra quanto possa essere offerto dalla Hill Capital, a partire proprio dal tempio costruito per ospitarlo.

Kandy si trova a 500 metri di altezza tra ombrate colline che le concedono un dolce clima temperato. I suoi primi agglomerati urbani si sviluppano quando, dopo la caduta del regno di Polonnaruwa nel XIII secolo, si assiste a migrazioni che divengono più consistenti in quello successivo. Nel 1505, a Ceylon arrivano i portoghesi. Kandy è già capitale di uno dei tre regni dell’isola e in grado di resistere a portoghesi e poi agli olandesi più a lungo degli altri, grazie alla sua posizione isolata. Governata da una dinastia indiana dalla prima metà del XVIII secolo, passa sotto il dominio britannico nel 1815.

È aggraziata dal lago artificiale e da foreste che la incorniciano. Gli abitanti, memori della loro storia, continuano a ritenersi un poco superiori agli altri singalesi.

Il lago è il cuore della città. Fatto costruire dal re all’inizio dell’Ottocento, con un isolotto arricchito da una casa di godurie poi trasformata dagli inglesi in polveriera, offre una piacevole passeggiata lungo le rive. Nel lato sud, opposto al Tempio del Dente sta uno dei due monasteri, vihara, più importanti dello Sri Lanka perché sedi di due ordini monastici che gestiscono le attività del prestigioso tempio srilankese.

Anche i complessi religiosi, devale, dedicati alle quattro deità protettrici della città (Pattini, Natha, Vishnu e Kataragama) si trovano nelle vicinanze del lago.

Il Cimitero della Guarnigione Britannica si raggiunge anch’esso facilmente. Le tombe accolgono i colonizzatori dal 1817. Molti dei sepolti sono giovani sotto i trent’anni e la più famosa sepoltura conserva il corpo di Sir Jhon D’Oyly, il colonnello che fece arrendere la città.

Il centro della città è punteggiato da edifici d’origine coloniale, si notano chiese cristiane e altri devale.

I luoghi in cui ci recheremo, (il Tempio del Dente, il cimitero, il lago, l’orto botanico) potranno essere visitati anche in ordine diverso da quello ora indicato.

Pranzo e cena in hotel.

 

Qui, a Kandy, tutto trova riferimento e compimento nel Tempio del Dente. Il sacro dente pare sia stato prelevato dalla pira su cui ardevano i resti dell’Illuminato nel V secolo a.C. e introdotto la prima volta nello Sri Lanka nove secoli dopo. Varie peripezie ne fanno perdere le tracce in India da dove rientra nel XIV o XVI secolo. Il tempio fu costruito in varie fasi nei secoli XVII e XVIII e ristrutturato sostanziosamente in varie occasioni. L’ultima è stata dopo l’autobomba fatta esplodere dalle Tigri Tamil che l’ha gravemente danneggiato nel 1998.

L’esterno è abbastanza semplice. Risalta la torre ottagonale, importante anche perché dalla sua sommità i nuovi capi di stato del Paese pronunciano il primo discorso alla nazione. L’ingresso a quello che una volta era il palazzo reale è una porta di pietra assai decorata. Giunti all’interno si nota un ambiente ricco di contaminazioni tra vari stili. Il santuario maggiore è diviso in due livelli.

Zanne di elefante, uso massiccio d’argento, pietre scolpite, decori con fiori di loto, simboli celesti come il sole e la luna, lepri, cervi, travi dipinte. Una ricchezza di rappresentazioni anche fantasiose da cui sembrano essere assenti richiami espliciti al padrone di casa, Buddha. (Se non per interposti esseri viventi. La lepre, infatti, è stata una delle sue incarnazioni e il cervo è il suo animale sacro).

Dalla Corte dei Tamburi si va al piano superiore. Lo scrigno col dente si trova nella Sala della Reliquia, protetto da un portale in ottone e argento guarnito da non poche raffigurazioni di nani, pavoni, sole, luna, oche, loto. La stanza è sempre chiusa e i visitatori a volte possono solo sbirciare passando davanti all’ingresso aperto durante certe puje (cerimonie). Anche chi abbia la sorte di entrare non può vedere il dente perché pare sia custodito in uno scrigno a forma di stupa che ne contiene altri cinque o sei, nel più piccolo dei quali sta il dente.

Il più piccolo scrigno non deve essere però minuscolo perché, se è vero quanto riportato dagli occidentali che per ultimi hanno potuto vedere il dente, questo misurerebbe oltre sette centimetri.

Il condizionale deve essere usato necessariamente parlando del dente. Infatti, più volte quello che si riteneva essere appartenuto al Buddha fu razziato da invasori indiani e portoghesi, bruciato a Goa, disperso in mare, sostituito da più copie per non correre rischi, ricomparso miracolosamente, reintrodotto nello Sri Lanka nel 1592 per essere infine custodito nel tempio una volta palazzo reale.

Nonostante la domiciliazione in un edificio a esso dedicato, sulla sua esistenza e natura possono nutrirsi dubbi. Varie fonti assicurano che l’oggetto conservato nello scrigno sia una copia (così come quello portato in processione durante l’esala perahera di agosto), per evitare ulteriori peripezie all’originale che sarebbe nascosto in un luogo ignoto. Inoltre, come già ricordato, alcuni di quelli che nel passato hanno potuto osservarlo da vicino (da molto tempo è esposto non più di una volta ogni dieci anni), ne hanno dato una descrizione sorprendente.

Tra questi, Bella Sidney Woolf scrittrice inglese morta nel 1960, nel 1914 ebbe l’occasione di vederlo quando veniva regolarmente mostrato in pubblico. Ne rimase colpita perché nei suoi diari parla di un dente lungo sette o otto centimetri con caratteristiche assai diverse da quelle di ogni altro dente umano. In questo modo confermava le annotazioni di altri viaggiatori che avevano in passato

attribuito il dente più probabilmente a un bufalo, o addirittura a un coccodrillo, che non a un uomo, per quanto dotato di qualità eccezionali come il Buddha.

Del resto, a giustificarne la natura umana non potrebbe bastare neppure il richiamo ad altre stranezze del corpo di Siddharta Gautama, come le orecchie assai più lunghe di quelle normali e il terzo occhio. Infatti, nelle diverse tradizioni e aree geografiche è sempre stato rappresentato così per significarne le sovrumane caratteristiche, la grande sapienza e conoscenza e la capacità di ascoltare ciò che è importante nel mondo. Ma, indipendentemente anche dalle diverse interpretazione delle caratteristiche iconografiche del Buddha, ciò che conta è che in tutti i Paesi e in ogni filone buddhista il terzo occhio e i lunghi lobi sono quasi una costante, mentre mai, tranne che in questo caso, si è avuta notizia di molari canini o incisivi di tale dimensione.

Sia come sia, il tempio riveste tale importanza da essere paragonato a una sorta di Mecca perché, al pari degli islamici che devono andarvi almeno una volta nella vita se vogliono adempiere a uno dei cinque pilastri della loro religione, anche i buddhisti srilankesi devono pregare perlomeno una volta in questo tempio se vogliono migliorare il loro karma. Accanto a quest'aspetto squisitamente religioso ve n'è uno altrettanto rilevante, più laico, legato alla credenza che il possesso del dente garantisca anche il controllo e governo dell’isola.

La visita è consentita con un abbigliamento adeguato e senza scarpe. Anche nel caso in cui si possa passare davanti al portale della sala che contiene le urne col sacro dente, solerti guardiani assicurano che la fila scorra non lasciando sostare più di pochissimi secondi.

Prima o dopo il tentativo di avvicinarsi alla reliquia, la cittadina si presta a piacevoli passeggiate nel suo centro storico e lungo il lago.

Nelle vicinanze di Kandy visitiamo il giardino botanico, incorniciato da un’ansa del fiume Mahawely. A meno di sette chilometri dalla città, con un’estensione di oltre 60 ettari, è considerato a ragione uno dei tre giardini botanici più belli al mondo.

La creazione risale al XIV secolo quando era parte della residenza reale. Le successive modifiche operate da altri regnanti ne fanno luogo di svago della corte. Nel 1821 diventa un vero orto botanico grazie agli inglesi, e poco dopo è usato anche come luogo in cui sperimentare la coltivazione delle prime piante da tè.

Raccoglie molte migliaia di alberi, orchidee, giardino giapponese, il Viale delle Palme Reali, alberi commemorativi, il grande prato con un impressionante albero dalle dimensioni davvero fuori dal comune che copre un’area di oltre 2500 metri quadri, il Viale della Palma da Cocco Doppia con i frutti più grandi del pianeta, una zona meno curata che ospita pipistrelli della frutta e macachi, viali con eleganti palme, mandorli giavanesi, il Viale dell’Albero delle Palle di Cannone,  l’orto delle piante officinali, bambù, palme Talipot, laghetto…

Nel caso vi sia possibilità di tempo libero, nel pomeriggio o in altro momento della sosta a Kandy, questo potrà essere utilizzato per attività individuali o acquisti in

Come sa chi segua i nostri programmi, non amiamo organizzare eventi di “folclore locale” perché a volte sono occasioni edulcorate a favore delle macchine fotografiche. In tal caso, trattandosi di performance famose a Kandy, ed essendo inserite nel “pacchetto”, ognuno deciderà come creda. Guida e accompagnatore forniranno opportune informazioni.

Pranzo presso Oakray Restaurant o similare.

Cena e pernottamento alMahaweli Reach”.

 

La regione che abbiamo cominciato a percorrere per arrivare a Kandy, mostra le sue caratteristiche più accentuate man mano che ci addentriamo nell’altipiano centrale patrimonio UNESCO, sino a giungere nell’area di Nuwara Eliya.

Domina il verde in tutte le sue tonalità. Colline ondulate ricoperte di piantagioni di tè offrono panorami rilassanti. Un paesaggio di foreste montane, picchi aspri, cascate, precipizi, con l’apparire e nascondersi di binari di un treno che salgono tra boschi e vallate. E brillanti tappeti suddivisi in ordinati cespugli che sembrano infinite tessere di un enorme mosaico, dentro cui si muovono sari colorati che con sapienza e pazienza raccolgono tenere foglioline. (Il quadretto andrebbe completato, e stravolto, approfondendo la reale condizione lavorativa delle donne tamil che in genere svolgono questo compito).

Comunque, il luogo dell’eterna primavera offre davvero, con le contraddizioni insite tra l’osservare dall’esterno, pur con la dovuta sensibilità, e viverne la quotidianità, un panorama davanti al quale qualcuno penserà che sarebbe piacevole trascorrervi più tempo di quello possibile in un viaggio organizzato.

Nuwara Eliya, la piccola Inghilterra, posta a circa 1900 metri sul livello del mare, è contornata da ordinate piantagioni di tè che da lontano si confondono col campo da golf. E’ sorvegliata dal Monte Pedro, la cima più alta dell’isola che supera di poco i 2500 metri. Le cabine telefoniche rosse, anche se stanno scomparendo e scorci di architetture britanniche con interventi in stile Tudor, continuano a fornire quel tocco british contrastato dai tuk tuk e da facce tamil che inequivocabilmente ti riportano nello Sri Lanka.

Fondata nei primi decenni dell’Ottocento dai colonialisti inglesi, sviluppa il proprio centro urbano in concomitanza con l’ampliarsi dell’attività legata alla coltivazione del tè, che subentra a quella del caffè. Da quel momento, a partire dagli anni ’80 del XIX secolo, Nuwara Eliya diviene il fulcro di un’agricoltura di piantagione che mantiene ancora oggi, dando un imprescindibile contributo ad una produzione che è la terza al mondo dopo Cina e India.

Nel pomeriggio, tempo libero.

Può essere piacevole passeggiare nel centro della cittadina, nel Victoria Park, camminare nei dintorni, visitare il piccolo tempio di Sita Amman, (l’unico dedicato nello Sri Lanka al personaggio del Ramayana), arrivare sino al Monte dell’Albero Solitario, entrare in una sala da tè, recarsi in uno degli hotel storici per una partita a biliardo o accomodarsi al bar, noleggiare una bici.

Pranzo al Blu Field Tea Estate Factory, Glenloch Tea Factory o similare. Cena in hotel.

 

Per arrivare a Ella si attraversa tutta la parte centrale della Hill Country. Sostiamo un poco per sgranchirci le gambe e notare l’atmosfera tinta di verde che è la sua caratteristica predominante. Si trova a poco più di 1000 metri di altezza lungo la strada che porta a Kataragama e, pur parendoci esagerata descriverlala come “una delle mete più intriganti dell’isola”, offre un fascino rurale punteggiato da cottage e giardini circondato da paesaggi curati dagli uomini e dalla natura.

Da Ella, dopo pochi chilometri, la strada comincia a scendere e, con una breve deviazione arriviamo a Buduruwagala. Non molti vengono qua, normalmente, anche se tra questi boschi, ricavate da un'enorme lastra di granito, si trovano statue davvero degne d’attenzione. La più interessante pesenta il Buddha in piedi per circa 16 metri, una dimensione che ne fa la più alta del Paese. Il nome del luogo indica immagini del Buddha scolpite nella roccia ma, in questo piccolo sito, si trovano anche raffigurazioni di altre deità mahayane e induiste risalenti al X secolo.

Vale certo la deviazione.

Pranzo in ristorante locale, poi Kataragama.

È il luogo di pellegrinaggio più sacro dello Sri Lanka assieme all’Adam’s Peak e al Tempio del Dente a Kandy. E’ una sorta di terra di tutti e di nessuno in cui indù mussulmani e buddhisti, trovano modo di esprimere appeneo le proprie ritualità. La storia delle origini dei vari templi si confonde tra i fumi degli incensi prodotti durante i riti, che si susseguono specie durante le puje serali.

Il Menik Ganga, il Fiume della Perla dove i fedeli si recano per le abluzioni, attraversa la cittadina e taglia in due il Recinto Sacro, l’area in cui si concentrano gli edifici religiosi.

Dall’ingresso s'incontra prima la moschea Ul-khizr, con tombe di alcuni uomini ritenuti santi dalla comunità islamica, decorata con piastrelle colorate.

Vi si trovano anche altri templi come il Kiri Vihara e lo Shiva Kovil. Visitiamo il più importante, quello dedicato a Kataragama che rappresenta una forma di riuscito, non imposto, sincretismo.

Per i buddhisti è uno dei quattro protettori dello Sri Lanka, per gli induisti è un’importante divinità indù figlio di Shiva e Parvati, e quindi fratello di Ganesh. Non deve perciò stupire se spesso è raffigurato avendo in mano un tridente, vel, uno dei simboli con cui appare più frequentemente lo stesso Shiva. Induisti e buddhisti gli si rivolgono per chiedere di risolvere molti problemi quotidiani.

Nel tempio a lui dedicato, è difficile distinguere iconograficamente e nelle ritualità, ma non è certo questo un aspetto ricercato dai suoi fedeli, il confine tra forme derivanti dal buddhismo o dall’induismo.

All’esterno, si notano due grandi pietre contro le quali, anche se sempre più raramente, i fedeli sbattono violentemente noci di cocco infiammate. Mettono tutta la loro forza per cercare di farle aprirle. Se ciò non si verifica è segno che il dio non esaudirà le loro richieste.

Un muro decorato con teste di elefante dà il benvenuto ai pellegrini che accedono attraverso una porta in metallo a tre santuari interni. Il principale, dedicato al padrone di casa, non mostra statue del dio ma il suo tridente. Gli altri due fanno riferimento a Buddha e Ganesh.

Il recinto sacro si affolla spesso durante le puje che si tengono in varie ore del giorno. In genere le più partecipate sono quelle serali, durante le quali si presentano le offerte a un sacerdote mentre si sentono suoni di campanelli e, in appositi spazi del recinto, a volte alcuni suonatori scandiscono il ritmo di una danza del pavone. L’atmosfera è resa intensa dagli incensi, dai suoni dei musicanti, dalla devozione popolare, dalle luci delle lampade votive, da un crescendo di scampanellii e partecipazione emotiva dei pellegrini. (Essendo aspetti non legati ad orari prestabiliti è possibile che a volte si assista a ritualità meno partecipate).

Questa visita, come molte altre, si svolge a piedi nudi.

Pranzo (tardi) in ristorante locale Refresh o similare. Cena in hotel.

 

Colazione e partenza per Galle, attraversando un altro pezzo della pianura meridionale dello Sri Lanka per giungere sulla costa, proprio a sud ovest dell’isola.

Concludiamo il nostro itinerario in una città piacevole da assaporare e, viste le caratteristiche della città, saremmo tentati di prevedere solo tempo libero durante la nostra permanenza. Optiamo, però, per un primo giro orientativo in gruppo in modo da poter un poco prendere confidenza con il posto.

La parte antica, il Fort, riconosciuta Patrimonio UNESCO, concentra quasi tutto ciò che la rende coloniale, esotica, curiosa, medievale, tropicale, cosmopolita, abitata da artisti, piena di negozi e locali d'intrattenimento di ogni tipo, con tanti caffè e scorci architettonici intriganti. Un insieme di edifici e segni di passaggi di varie presenze anche straniere ne fanno luogo di grande interesse. Il tutto è nobilitato da richiami storici che la vorrebbero addirittura individuare come l’antica Tarshish, citata nel Vecchio Testamento e legata alle vicende di Re Salomone. Ma, non è necessaria questa consacrazione biblica per farcela apprezzare.

Nel vecchio quartiere olandese del Forte, si conserva la nicchia di mondo coloniale più autentica e significativa nell’isola, lascito dei vecchi dominatori. Mura e bastioni servono oggi a proteggere l’originario nucleo dal moderno che avanza.

Tegole rosse e verande delle ville sparse in strade senza palazzi moderni, chiese, moschee, qualche edificio commerciale, centinaia di case basse e un’atmosfera coinvolgente sono i tratti distintivi di un luogo che piacerà percorre a piedi.

Da non dimenticare la possibilità di passeggiare sulle mura del Forte il cui accesso, la Main Gate costruita dagli inglesi alla fine del XIX secolo, si trova nella parte nord. Durante la camminata s'incontrano vari bastioni con nomi fantasiosi. Bastione del Sole, della Luna, Bastione Nero e dell’Aurora, del Tritone, di Eolo, della Stella

Da farsi.

I primi europei ad arrivarvi furono nel 1505 i portoghesi e, come in molti luoghi degni di mitizzazione, vari sono i riferimenti circa l’origine della moderna denominazione. Il canto di un galo, gallo in portoghese, accolse l’arrivo dei lusitani e da ciò deriverebbe la parola Galle. Per altri il nome della città si desumerebbe da un più realistico gala, con cui i singalesi indicano roccia.

In ogni caso non ci faremo distrarre dalla possibilità di sfruttare al meglio il tempo disponibile per conoscere la città.

I portoghesi vi si insediarono stabilmente alla fine del ‘500, seguiti nel 1640 da quelli del prosciutto. Questi ultimi, che costruirono l’attuale Forte ampliando i vecchi bastioni e realizzando il sistema viario con edifici e servizi ancora oggi esistenti, contribuirono a fare di Galle il più importante porto del Paese per due secoli. Alla fine del XVIII secolo, quando passa agli inglesi, comincia però ad emergere la supremazia di Colombo.

La presenza delle protezioni murarie garantite dal Forte ha fatto si che lo tsunami del 2004 (che ha provocato nell’isola oltre quarantamila morti), non abbia prodotto particolari danni agli edifici in quest’area. Anche il resto della città, pur avendo subìto gravi ferite, si è prontamente ripreso.

Il paesaggio coloniale si offre quindi integro anche grazie a recenti investimenti stranieri, inglesi soprattutto, che hanno fortemente aiutato a conservare l’ambiente storico con il restauro e il mantenimento di vecchie proprietà coloniali.

Pranzo nel ristorante del Rampart Hotel o similare.

Cena in hotel.

 

Nel caso non si voglia partecipare all’Ardh Kumbh Mela, possiamo verificare, su richiesta, la possibilità di terminare oggi il viaggio e di volare da Colombo verso l’Italia il 1° febbraio, con arrivo a Milano sabato 2. In questo caso il viaggio sarebbe di 12 giorni invece che di 17.

 

Sveglia quasi a piacere per acquistare energie da spendere nel corso degli impegnativi e soddisfacenti ultimi giorni di viaggio in India. Oppure, si potrà tornare nel centro di Galle o sfruttare il più possibile l’albergo e la sua spiaggia.

Partenza verso il nord sino all’aeroporto di Colombo che dista poco più di centotrenta chilometri. La presenza di una recente autostrada, E1 Southern Expressway, che percorre l’entroterra scorrendo parallelamente alla costa, consente di arrivare in un paio d’ore.

Il volo di linea delle 16,55 giunge a Varanasi alle 20,20. Ci attende la guida locale per accompagnarci anche ad Allahabad e starà con noi durante il Kumbh Mela.

Trasferimento in hotel.

Pranzo in ristorante vicino l’aeroporto di Colombo e cena in albergo a Varanasi.

 

N.B. Per evitare di portare tutti i bagagli nel campo tendato ad Allahabad, si può approntarne uno solo per i tre giorni successivi. La valigia può restare in hotel.

 

Ci dedichiamo ad un primo approccio con la città. Secondo le condizioni riscontrate in loco, decideremo se trascorrervi tutta la mattinata e come impegnare il tempo a disposizione. Per ora prevediamo di andare presto in barca sul Gange. (Potremmo anche scegliere di farlo quando rientreremo a Varanasi).

All’alba saremo ad osservare da una barca uomini e donne sui ghat.

I ghat sono il centro della vita non solo spirituale della città. Ve ne sono tantissimi che sbucano dai vicoli di Varanasi, per arrivare sino alle non chiare e fresche ma sacre acque sulla sponda occidentale del Gange. Si trovano tra i punti di confluenza del Varuna, che incontra il Gange a nord, e del più piccolo Asi che si getta a sud.

Riti funebri, offerte, abluzioni, semplice bucato, preghiere, cataste di legna pronte per essere date alle fiamme, corpi coperti di sari in attesa vicino l’acqua, intoccabili che svolgono il lavoro più ingrato di accudire i cadaveri e lavarli, pulire dai resti le piattaforme su cui bruciano legna e corpi, gente che fa yoga, altri che si fanno massaggiare, mendicanti, templi di varie dimensioni e ritualità religiose, piccoli cortei funebri che si arrestano al limitare dell’acqua osservando i corpi dei loro cari che vengono immersi nella Grande Madre per la purificazione finale, facciate di palazzi nobiliari anche in rovina, barelle che trasportano cadaveri coperti da veli coloratissimi, odori, grandi cumuli di diverso legname per poterne scegliere la qualità in base alle risorse economiche e bilance per pesarne la quantità opportuna a ridurre un corpo in cenere, fotografi spesso invadenti, olezzi, gente che guarda con interesse le cremazioni e altri che proprio accanto si fanno lo shampoo o lavano i denti...

(Volutamente associamo aspetti tanto contrastanti, proprio come si presentano nella loro quotidianità).

Giorno e notte, all’alba e al tramonto, sempre qualcuno veglia dorme muore spera di abbandonare definitivamente questa “valle di lacrime”.

Rientro in hotel per la colazione.

Il resto della mattinata potremo dedicarlo a qualche ora di relax, massaggi o pratiche ayurvediche* in hotel o ad una passeggiata lungo i ghat per osservarli questa volta molto da vicino.

La città è il cuore, ma anche l’anima e il corpo, la materialità e l’acqua di tutto l’universo indù, e percorrere ghat, non necessariamente fotografando, è un’esperienza.

Camminare sui ghat è un viaggio tra le realtà di chi vi si rechi per pulire gli indumenti o mondarsi dai peccati, cercando la morte a contatto con quel liquido che facilita la “moksha”, la fine del “samsara”.

 

Dopo il pranzo in hotel, partenza per Allahabad dove arriveremo in serata.

È l’occasione in cui sarà inutile chiedere all’autista a che ora il nostro bus ci porterà a destinazione. Per avere una risposta attendibile bisognerebbe chiederlo a tutti quelli, crediamo tantissimi, che andranno nella nostra stessa direzione.

Solitamente, è possibile percorrere i 135 Km in circa 3 ore ma, considerata la concomitanza con l’evento, si presuppone un traffico assai intenso, che potrà rendere necessarie più ore del previsto. (In ogni caso, anche in assenza di condizioni straordinarie come questa, il traffico in India è sempre assai intenso, come si desume anche dal fatto che normalmente occorrano circa 3 ore per 135 chilometri).

Letture, le parole della nostra guida e accompagnatore, musica nelle orecchie, qualche momento sonnacchioso, osservare ciò che proiettano fuori del finestrino, molta pazienza, consentiranno di arrivare. Prima o poi. L’unico aspetto certo è che ritardi e eccessi di traffico faranno parte del nostro itinerario.

Si va decisamente verso ovest, percorrendo la AH1, a meno che le condizioni riscontrabili quel giorno non consiglino altro itinerario.

Giunti ad Allahabad, il nostro bus si avvicinerà il più possibile all’area col campo tendato, anche se occorrerà camminare per arrivarvi e la distanza da percorrere a piedi dipenderà dalle condizioni di traffico presenti in loco. Sarà un utile allenamento per i giorni successivi. Infatti, la presenza di tante migliaia di persone non consente il transito di auto, e gli spostamenti in andata e ritorno dal campo sino ai luoghi in cui si svolgono le ritualità sono previsti a piedi, con percorrenze che possono essere anche di un’ora circa.

 

Stiamo tre giorni in un campo tendato e consumiamo i pasti in una tenda-ristorante a disposizione solo dei nostri gruppi, fruendo di tende   con più ambienti, veri letti, lenzuola, coperte, bagno privato, doccia, veranda, elettricità…

Qui incontriamo gli altri gruppi giunti con itinerari diversi. Ovviamente, ognuno continua ad avere autonomia nella gestione delle giornate, tranne i momenti dei pasti, anche nelle ore non dedicate al Kumbh Mela. Vi sono, infatti, aspetti di Allahabad da conoscere durante l’eventuale tempo non riservato alle ritualità.

La città sacra è schematicamente caratterizzata dal più recente Civil Lines, un quartiere con viali, edifici anche coloniali, ristoranti e negozi moderni, e dalla città vecchia, Chowk, di cui segnaliamo alcuni punti di interesse.

Il massiccio Forte di Akbar, costruito dall’omonimo imperatore della dinastia Moghul nel XVI secolo sulle rive dello Yamuna, è interdetto al pubblico essendo sede militare. Solo il Patalpuiru Temple è a volte accessibile. L’Anand Bhavan e lo Swara Bhavan, richiamano invece memorie della potente famiglia Nehru. Il Khusru Bagh, un parco con edifici e tombe del periodo moghul legate alla storia del Taj Mahal.

Sono tutti luoghi e architetture nella zona a nord dello Yamuna.

 

*Ayurveda risulta dalla commistione di due termini sanscriti che indicano vita - ayu - e conoscenza - veda -. Si tratta di una “medicina” praticata da oltre duemila anni, i cui princìpi si basano sulla considerazione che la vita sotto ogni forma e il mondo nella sua interezza abbiano un proprio intimo equilibrio. I guai per le persone, le “malattie”, deriverebbero dalla rottura di tale equilibrio. Il suo ripristino fornisce di nuovo condizione positiva a chi l’abbia persa. Da tale punto di vista generale non è molto distante da altre tradizioni come la “geomanzia” praticata in Vietnam di derivazione cinese.

Nel caso specifico, il ritorno allo stato di equilibrio corpo-mente con l’ayurvedica si può ottenere mediante l’intervento congiunto di purificazione interna e massaggi. Erbe e oli sono tra gli strumenti adatti per raggiungere, od avvicinarsi, allo scopo.

È vero che, come altri aspetti della cultura tipica indiana quali yoga o kamasutra, la traduzione occidentale tende troppo spesso a coglierne più gli aspetti esterni, folcloristici, fisici e “goderecci”, che quelli legati al loro inestricabile complesso connubio material-spirituale-psico-fisico. In realtà queste pratiche necessiterebbero non solo di starsene “semplicemente sdraiati a pancia in giù”, ma particolari diete, esercizi respiratori ginnici e di meditazione. Però, è altrettanto vero che anche nelle forme meno impegnative se ne possa ricavare una reale soddisfazione persino in alcuni hotel, se si ha sufficiente tempo.

I Veda sono scritture sacre induiste, inni in sanscrito raccolti nel corso del secondo millennio a.C. la cui origine temporale non è però ben nota.

 

 

Pranzo in hotel a Varanasi o, secondo ciò che riscontreremo lì, leggero lunch box. 

Cena al campo di Allahabad. (Solo piatti vegetariani e divieto di alcolici).

 

Esempi di interni ed esterni delle nostre tende nell’ultimo Kumbh Mela. Ad Allahabad saranno simili

 

 

 

Il possesso del Nettare dell’Immortalità, in sanscrito Amrita, fu motivo di lotta fra le forze del bene e del male, dei e demoni, durata dodici giorni e dodici notti.  Durante lo scontro, dalla Kumbh (urna vaso brocca o coppa) contenente l’Amrita, si dispersero a terra quattro gocce del nettare nei luoghi dove sono sorte le città sacre di Allahabad, Haridwar, Ujjain e Nasik. Qui si svolgono periodicamente feste religiose, Mela, assai partecipate. Ad Allahabad, in particolare, oltre ad altre ricorrenze, ogni sei anni si assiste al raduno di milioni di fedeli per la grande “Festa dell’urna”, in sanscrito Kumbh Mela. I dodici giorni divini di guerra tra dei e demoni corrispondono a dodici anni per gli umani. Sei anni sono la metà di dodici.

Ardh, in sanscrito, indica metà. Per questo ogni sei anni l’incontro religioso è chiamato “Ardh Kumbh Mela”, “Festa di medio termine dell’Urna”.

 

In India le religioni, i miti, i riti, sono la conseguenza più stabile e permeante di sentimenti antichi. Nascono dal bisogno di ultraterreno, dalle paure, dall’angoscia della mortalità, dall’incapacità di capire, dalla necessità della speranza, dalla quotidianità, dall’immaginazione. Al contrario di Woody Allen che afferma ”Marx è morto, Dio non gode di buona salute e neppure io mi sento tanto bene”, per Terzani “se Dio è morto in Occidente, in India ha ancora mille indirizzi”.

Allahabad è uno di quelli più frequentati dove gli dei hanno preso stabile residenza. E’ perennemente meta di fedeli che riempiono templi ashram dharamsala centri per la medicina ayurvedica e ghat. Il più famoso ricercato venerato è il Sangam il punto esatto dove, secondo la tradizione, sarebbe caduta una delle quattro gocce.

In questa zona il Gange viene alimentato nella sua portata, ma soprattutto nella sacralità, dalla confluenza dello Yamuna. È proprio da questo connubio tra due dei più venerati fiumi, in assoluto, che nasce il desiderio dei fedeli di accostarsi alle acque perchè forniscono le condizioni più propizie per liberarsi dalla condanna delle inesauribili reincarnazioni. Se a questi due corsi d’acqua con cui ci si può rapportare fisicamente, si aggiunge la presenza di un terzo mitico fiume sotterraneo invisibile, il Saraswati, quello dell’Illuminazione, si capisce perché tanti milioni di persone si assembrino continuamente ad Allahabad. Ogni giorno, ogni stagione, ogni anno affollano i ghat non solo all’ora del Ganga Aarti, per immergersi nelle sue torbide acque con fede, per ricevere la benedizione della triade induista.

All’imbrunire, sempre, anche qui si celebra il Ganga Aarti, con immersioni e offerte di candele disposte su grandi foglie che galleggiano e seguono la corrente del fiume mentre il sole scende, campanelli rintoccano, si accendono torce, il profumo d’incenso si spande assieme al vocio di preghiere… una cornice idilliaca in un quadro comunque di aspettative “per amore o paura”.

L’acqua del Gange, è limacciosa, a tratti nerastra, appena schiarita da quelle più limpide, ma non  per questo più sacre, dello Yamuna.

Vi galleggiano impurità, ma trasporta soprattutto passioni, speranza, ritualità, illusioni.

Una mano, tante mani di uomo o donna, tozze, dita grandi, pelle rugosa o tesa, quasi trasparente, vene sporgenti, affidano all’acqua foglie sagomate a mo’ di barchette che contengono fiori e fiammelle, per farle arrivare dove la corrente deciderà.

La speranza è che il fluire della Madre Gange porti le offerte il più lontano possibile.

Noi abbiamo deciso di fare un viaggio sin qui per seguire con gli occhi quelle fiammelle, assai numerose, infinite in occasione dell’Ardh Kumbh Mela. Coglieremo per lo meno un frammento di quella spiritualità che spinge tutti quegli uomini ad aggrapparsi al Cielo e immergersi nell’Acqua Sacra per sopravvivere su questa Terra dove, per definizione, l’esistenza è sofferenza, anelando la grazia della moksha.

 

Sono passati oltre centoventi anni da quando Mark Twain, dopo aver assistito a un Kumbh Mela, restò tanto impressionato da tale convegno d’anime e corpi, da osservare quanto fosse “meraviglioso che una fede come quella riuscisse a mettere insieme moltitudini e moltitudini di vecchi e giovani, di forti e fragili”, e partecipare a tali viaggi di fede, “sopportandone le difficoltà che ne derivano, senza esitazioni o rimpianti”. Lui non sapeva se lo facessero “per amore o per paura”.

Anche noi potremo fare riflessioni simili e non importa se non capiremo appieno gli impulsi che spingono qui tanti uomini. Ma, anche per noi “tutto sarà oltre l’immaginazione” e ogni cosa ci apparirà “meravigliosa, con un coinvolgimento inimmaginabile, soprattutto per quelli come noi, bianchi e freddi”.

 

Per questi viaggi di “Rendez Vous”, tra le tante possibili facce dell’India noi vi proponiamo di venire nel luogo che ne mostra moltissime. Ogni sei anni l’area di Allahabad per alcune settimane accoglie milioni di fedeli, che superano divisioni di casta, filoni religiosi del vasto panorama induista, aree di provenienza.

Il cuore dei vari itinerari sarà l’Ardh Kumbh Mela. Non è solo occasione di approfondimento per chi già conosca il Subcontinente Indiano. E’ la possibilità di assistere a un incontro religioso assai particolare e visitare altre località degne del nostro interesse.

Sottolineiamo ancora che per avvicinarsi e non essere solo spettatori esterni e distanti da quanto accade, pernottiamo in un campo nell’area al centro degli eventi.

Tra il 3 e 4 febbraio si svolgono i momenti più importanti e partecipati, con processioni, bagni e ritualità che coinvolgono i fedeli giorno e notte. Avremo modo di assorbire quelle atmosfere per entrare un poco nell’intimo vero dell’India che accosta i propri dei e le loro rappresentazioni terrestri, e approfondire con la presenza di esperti, filosofie e ritualità di tale pezzo di mondo. E, forse, riusciremo a capire qualcosa di più su akharas shivaiti e vishnuiti, naga baba e puje e altro di quanto riempia l’immenso mondo gassoso dell’induismo.

 

Ad Allahabad, poco ad ovest di Varanasi, dove il Gange basso e limaccioso riceve le acque più limpide dello Yamuna e quelle meno visibili del fiume sotterraneo dell’Illuminazione, assistiamo all’arrivo di fedeli e sadhu, yogi e maghi, danzatori e asceti, auto e camion, animali e biciclette, pellegrini e risciò, corpi colorati, uomini vestiti di cielo e altri anch’essi più o meno nudi, ipnotizzati, mendicanti, vacche sacre e ricchi uomini, risciò, autobus e malati…

Qui si fondono, confondono, quasi si compenetrano sino ad avvicinarsi all’acqua che redime.

Tutto ciò, uomini, animali e cose che sembrano in moto perpetuo, sempre, giorno e notte, ad Allahabad, in vicinanza dei liquidi sacri, pare che vadano più piano. Le atmosfere che normalmente si vivono in India, che la fanno apparire un fiume in piena, sul fiume vero, quello della Madre Gange, perdono velocità e violenza emotiva, quasi frenate dalla particolare sacralità dell’Ardh Kumbh Mela.

Ma, forse, è proprio Gangadhara, Shiva nelle vesti di colui che porta il Gange, parola non a caso suadente e musicale, a far si che sul Gange l’India si rilassi e della sua carica emotiva si viva un eco più pacato.

Sulle rive, in realtà affollate ammassate pressate caotiche, tutto sembra più dolce e si trova persino la fantasia per sentire l’odore di incenso offerto dai fedeli.

E, pur non esistendo una sola India, quella fecondata dal Gange in quest'occasione, ci appiccica addosso un briciolo di emozione in più di quella che si può assorbire in altri pezzi di mondo e in altre regioni della stessa India.

Allahabad non è uno dei tanti posti in cui gli indiani trovino sacralità. È uno dei quattro luoghi più sacri legati alla tradizione più sentita e vissuta. Ogni sei anni, alternandosi con Haridwar, si ripropone l’Ardh Kumbh Mela, mentre altri eventi minori, Magh Mela, sempre con grande partecipazione e di elevata suggestione, si tengono annualmente nelle quattro città.

I fedeli arrivano sicuri di potersi liberare dai condizionamenti dell'esistenza materiale purificandosi attraverso il bagno. Nelle scritture vediche pare stabilito che, recandosi per almeno tre giorni alla confluenza dei tre fiumi sacri e immergendosi nei momenti più propizi specie durante i Mela più importanti, si ottenga la liberazione dall’interminabile ciclo di morte e rinascita, il samsara.
Qui, l’accavallarsi del vocio e immagini, di colori e suoni, parole e urla, odori e preghiere, disperazioni e speranze, richieste e rassegnazione, invocazioni e delusioni che avremo negli occhi naso e orecchie, ci sbatte addosso, senza mediazioni, i diversi volti di un Paese che, per quanto si frequenti, non consente mai di dire che lo si conosca.

Infatti, per esemplificare, in India qual è il punto di equilibrio individuale, sociale, etico tra il valore della vacca e dell’uomo? Molto difficile per noi individuarlo. A meno di non scoprire che il loro punto di equilibrio stia proprio in ciò che non condividiamo o, a volte, semplicemente non capiamo.

Grandiosa, coinvolgente, eccessiva, gioiosa, caotica, spirituale, incomprensibile, folgorante, ascetica, dolorosa, formicolante, fotogenica, interessante, strumentale, folcloristica, rinunciataria, oppiacea, liberatoria, consolatoria… la scena dell’Ardh Kumbh Mela che attraverseremo, non solo come spettatori che guardano da lontano con un potente tele, ci si offrirà così.

Ricca e contraddittoria.

Lontana da ogni sfumatura di banalità.

Ci sono esperienze che si presentano solo in alcuni luoghi e non frequentemente. Ci sono pochi momenti di esistenza terrena e spirituale che si mescolino in modo così vero trascendentale scenico ed eclatante come nell’Ardh Kumbh Mela.

E’ una sintesi di quella perenne e onnipresente aspirazione alla spiritualità connessa a teorie e pratiche sconosciute al cristianesimo e più in generale alla morale, alla filosofia e cultura occidentale che tendono a separare nettamente il sacro dal profano, la terra dal cielo, il godimento dalla sofferenza, la vita dalla morte.

Ovviamente anche qui tale palcoscenico di vita reale è pieno di quelle comparse che mostrano  anche il folclore di queste forme di religiosità. Venditori di benedizioni e asceti a pagamento, impostori e semplici fumatori di hashish a buon mercato, tardo hippy e figure colorate con tariffe prestabilite per ogni clic, che si mescolano a moltitudini di pellegrini speranzosi e veri uomini di fede, tuttavia nulla tolgono al valore del luogo e dell’evento.

Qui tutto sembra possibile. Il miracolo, la liberazione, non è più occasione straordinaria riservata a pochi, ma quotidianità accessibile a tutti, effetto del carattere popolare, forte e gassoso, universale dell’induismo, capace di coinvolgere in maniera attiva da millenni una moltitudine infinita di indiani.

Ma, pure curiosi e sensibili viaggiatori, che giungono sino a Allahabad armati non solo di macchine fotografiche ma pure dal desiderio di capire.

Almeno un po’.

 

I due giorni sono dedicati ad assistere a eventi di cui non si può dettagliare il programma perché legati a variabili rituali e organizzative non sempre note, o non note in anticipo. (Sembrerà strano, ma anche in queste occasioni intervengono aspetti che influenzano modalità dei riti e la presenza stessa di numeri più o meno consistenti di fedeli, legati alle diverse organizzazioni e filoni religiosi).

Purana, Sole, Luna, Brahma, Shiva, Vishnu, Devi, Asura, Amrita, Gange, Acquario, credenze tradizionali, allineamenti di astri, saggi cui è demandato il compito di individuare date propizie…

Tutto ciò concorre a complicare, nel senso di arricchire, eventi mai scontati nelle manifestazioni delle forme di fede e nelle loro sequenze temporali. Ma, proprio questo permette che milioni di uomini e donne, speranzosi, sconcertati, penitenti, si mescolino in ritualità individuali e di gruppo per creare la più incredibile, ma vera, scena di immensa eccessiva umana magnifica follia.

E anche a noi, pur non essendo scontato che si diventi diversi dopo aver respirato sotto il cielo indiano, sarà concessa una sentita esperienza, forse non solo visiva.

 

Rientro da Delhi a Milano Malpensa con volo diretto Air India.

Dopo la colazione al campo, riprendiamo il nostro bus per rientrare a Varanasi. (La durata della percorrenza dovrebbe essere più breve di quella dell’andata, ma per prudenza partiremo molto presto, in relazione al presunto andamento del traffico).

Pranzo durante il trasferimento (in ristorante locale/leggero lunch box), o in hotel a Varanasi dove, in ogni caso, dovremmo essere per l’ora di cena.

 

Varanasi non è solo una città. Non è un posto più o meno affollato, più o meno povero, più o meno pittoresco e colorito in cui vivono e muoiono uomini e donne. Il Gange non è solo un fiume. Non è un flusso d’acqua inquinato, grande, navigabile. Varanasi è il Gange, anzi è Ganga, la dea che impersonifica il Gange.

Varanasi non è terra e il fiume sacro non è acqua.

Varanasi è la terra di Shiva, il più potente fra gli dei indù. Il Gange feconda Varanasi ed insieme costruiscono quello spazio in cui terra e cielo si incontrano, per dare, come oramai noto, la possibilità agli indiani che decidono di venire qui a morire, di acquisire la moksha.

Date queste premesse, come stupirsi che si lavino e bevano sorsi d’acque assolutamente malsane? Che importanza può avere sapere che nel Gange vi sia una presenza di batteri fecali coliformi, oltre tremila volte quella compatibile con la possibilità di immergersi senza rischio per la salute?

Varanasi è eccessiva, coinvolgente, caotica. È la “città della morte” perché è il posto più ricercato in cui morire. Ma, è anche un “luogo celeste”. Non a caso in passato si chiamava, oltre a Benares, anche Kashi che vuol dire “Città della Vita”.

Oggi è Varanasi, nome che deriva dall’unione di due fiumi che proprio qui si fondono col Gange, Varuna e Asi.

Varanasi, che Mark Twain definisce “più antica della storia”, in realtà non ha memorie tanto antiche quanto il suo prestigio spirituale farebbe pensare. È solo nell’VIII secolo che la città di Shiva diviene davvero importante grazie ad un riformatore induista, Shankaracharya, che fa di Shiva la principale divinità religiosa. Ciò però non servì a salvarla dalle distruzioni islamiche degli Afghani nel XIV secolo e poi da Aurangzeb, controverso regnante moghul del XVII secolo, figlio del costruttore del Taj Mahal. Ciò che si vede oggi risale per la maggior parte ad un paio di secoli fa. Ma, non si viene a Varanasi soprattutto per ammirare antichità, anche se non mancano monumenti e templi.

(Il caotico scorrere del traffico potrebbe non consentire le visite indicate perché in certe ore del giorno sono decisi blocchi della circolazione, anche senza preavviso).

Nel tardo pomeriggio/sera andiamo in barca per osservare, stando in mezzo al Gange, quanto si svolge sui ghat. Avremo già osservato i fedeli vivere il loro fiume di mattino presto, ma crediamo opportuno ripetere l’esperienza anche la sera.

(Visto il traffico, è probabile che si percorra un pezzo a piedi per arrivare alle sponde).

Sulle piccole barche l’acqua a volte amplifica i rumori che provengono dalla riva. Parole, preghiere, suoni, voci, addirittura gli odori sembrano poter giungere sino a noi, e noteremo i piccoli chiarori e bagliori che indicano fuochi di pire o più modesti lumicini.

Verso l’ora del tramonto, come ad Allahabad e in tutti i luoghi in cui scorra acqua ritenuta sacra, si svolge il “Ganga Aarti”.

Come altrove, non si tratta di un evento memorabile, ma di semplici gesti che però sono parte imprescindibile del clima che ci si aspetta di assorbire in questa città.

 

Pranzo durante il trasferimento in ristorante, lunch box o in hotel a Varanasi.

La cena, in hotel, potrà essere prevista prima o dopo il giro in barca.

 

Stamattina completiamo le visite a Varanasi.

Tempio d’Oro. Dopo ripetute esperienze negative, preferiamo evitare le lunghe file, le strette misure di sicurezza e i minuziosi controlli dei tanti militari a difesa del luogo, dover lasciare ogni oggetto inclusi i cellulari in un deposito, solo per avere accesso all’esterno del Tempio d’Oro perché l’ingresso è inibito ai non induisti. Per completezza informativa ne indichiamo comunque alcune caratteristiche.

Il Vishwanath Temple, conosciuto come Tempio d’Oro, è al centro della città vecchia a poche centinaia di metri dal Gange. È il più famoso tra i templi indù di Varanasi e non poteva che essere dedicato al potente dio Shiva, “patrono” della città e “signore dell’universo” (in questa veste è conosciuto appunto come Vishwanath). Risale alla seconda metà del XVIII secolo e i circa 800 chili d’oro che, si dice, impreziosiscano la sua cupola, sono stati donati da un maharaja circa mezzo secolo dopo. L’ingresso al sacrario è vietato ai non induisti. La presenza massiccia di molti militari, che esercitano controlli assai accurati, caratterizza il posto. Il timore è che questo importante luogo religioso possa essere oggetto di attenzioni non benevole.

Il Durga Temple si trova anch’esso a poca distanza dal fiume, ma più a sud in una stradina che conduce al ghat di Asi (Assi) uno dei più noti di Varanasi perché qui l’Asi River incontra il Sacro Fiume. Costruito nel XVIII secolo è dedicato a Durga una delle forme in cui appare la moglie di Shiva. È anche conosciuto come il “tempio delle scimmie”, perché questi animaletti presidiano in gran numero il posto.

Vicino al quartiere abitato da musulmani che sono specializzati nella lavorazione della seta, tra il nostro albergo e il fiume, si trova il Bharat Mata Temple, letteralmente il Tempio di Madre India. Si chiama così perché all’interno dell’edificio risalente all’inizio del XX secolo è stata realizzata una mappa in marmo dell’India.

Pranzo in hotel.

 

Trasferimento in aeroporto per il volo verso Delhi delle 15,30. Arrivo alle 17,10.

Il volo di linea per Dubai Emirates EK 515 delle 21,25 giunge alle 23,55.

 

Ripartiamo per Milano con Emirates EK 101 alle 3,45 dove arriviamo alle 7,45.