Logo Kel 12 Cultura del viaggio

VIE D’ACQUA IN LAOS

LAOS

icona orologio 13 GIORNI
minimo 15 massimo 22 partecipanti
icona valigia PARTENZE:

    2018

  • Dal   27  novembre    al   9  dicembre  
Sistemazioni
Land Expeditions - Viaggi con Esperto

Un itinerario esclusivo in Laos, proposto solo da Kel 12. Da trascorrere in parte su una barca privata, lungo alcuni dei corsi d’acqua più famosi del Paese, e, in parte, sulla terraferma. Punto di partenza Chiang Rai, al confine con la Thailandia, per un’escursione tra le acque del Mae Kok. Poi, sempre in barca, il trasferimento a Luang Prabang, lungo il Mekong, passando per Houeixai. Un viaggio a bordo di una nave lunga 30 metri, perfetta per assaporare i ritmi lenti che - continua -

A PARTIRE DA: 4.250 €


ITINERARIO

Volo di linea Thai TG 941 da Malpensa alle 13,05.

Incontro con un rappresentante Kel 12 al banco accettazione del volo Milano Bangkok, 3 ore prima della partenza.

L'accompagnatore (M. Romualdi 340 3475697) attende il gruppo direttamente a Bangkok, al gate d’imbarco del volo in partenza per Chiang Rai.

Pasti e notte in volo.

 

L’arrivo a Bangkok è previsto alle ore 5,55. Disbrigo delle formalità di frontiera, incontro con l’accompagnatore e coincidenza col volo Thai TG 2130 delle 8,45 per Chiang Rai dove si giunge alle 10,15.

(Gli operativi di questo e di tutti gli altri voli interni anche in Laos, nonostante siano già stati prenotati e confermati, sono soggetti a riconferma. Eventuali variazioni, che potrebbero esserci comunicate anche in corso di viaggio, determinerebbero opportuni adeguamenti nel programma, inclusi possibili cambi nei luoghi di pernottamento e alberghi).

Accoglimento in aeroporto e trasferimento in hotel. Possiamo fruire subito delle stanze in albergo, aspetto che i nostri compagni certamente apprezzeranno, per un’opportuna doccia e relax sino al pranzo in hotel.

Scegliamo d’iniziare il viaggio in modo soft per evitare di andare in giro stanchi e frastornati come in genere succede appena scesi dall’aereo. Il primo giorno d’arrivo in un luogo con forte differente fuso orario, avrebbe sempre bisogno di un opportuno momento di ambientamento. In questo caso siamo in grado di soddisfare tale diffusa esigenza.

Nel pomeriggio prevediamo una non impegnativa escursione in barca di un paio d’ore in una vicina località posta sul fiume Mae Kok. Nulla di straordinario, ma è il primo approccio con un mezzo che useremo molto nel viaggio. Se possibile, attraccheremo in prossimità di un villaggio con etnia Lahu o Karen.

Normalmente, le località in cui ci si ferma, in questa e nelle altre occasioni, sono assolutamente “normali”, piccoli agglomerati nella cui “normalità” troveremo l’interesse per la nostra sensibilità e per le immagini che riporteremo a casa.

Vi risiedono persone che, più o meno coinvolte in uno sviluppo socioeconomico che tende ad omogeneizzare ogni anfratto di mondo, possono fornire immagini, seppur fugaci, per constatare il permanere di modelli diversi dal nostro. Sarà occasione per un “rapporto ravvicinato” con facce non ancora stravolte dal processo evolutivo di questa regione. Si riproporrà pure il dilemma sui modi e opportunità di tali contatti, in genere non invadenti solo se la situazione osservata è caratterizzata dall’aver perduto, in tutto o in parte, la sua “verginità originaria”. (Ricordiamo che il viaggio non ha pretese di “andare alla scoperta di etnie”).

Rientro a Chiang Mai nel tardo pomeriggio. E’ una piccola cittadina in cui semplicemente si transita e può costituire base di partenza per trekking o escursioni lungo il Mae Kok. A Chiang Rai, come in altre località thailandesi, esiste una tradizione di mercato notturno.

Pranzo e cena in hotel.

 

Il nostro hotel a Chiang Rai, “Wangcome Hotel” (wangcome.com)

Scegliamo questo albergo perché è centrale e vicino al mercato notturno. Non proponiamo il primo pernottamento nel migliore hotel del viaggio. Non è lussuoso né di charme, ma ha stanze grandi  accoglienti, in ottima posizione nel cuore della città. Prima o dopo cena suggeriamo una passeggiata approfittando proprio della localizzazione dell’hotel. A piedi si giunge agevolmente alla zona del mercato serale.

 

*Per il pernottamento di domani a Pakbeng sul Mekong è bene approntare un bagaglio a mano con il necessario per una notte, inclusi repellenti per gli insetti. La valigia resta in barca, la riavremo in hotel a Luang Prabang, per  evitare il trasbordo di pesanti bagagli.

 

Sveglia di primissimo mattino. Alle 6,30 circa partenza per andare in 2 ore a Chiengkong, città di commerci col Laos distante circa 120 chilometri, frequentata da elementi tribali che vivono sulle colline circostanti. Qui si attraversa il fiume per Houeixai sulla riva laotiana del Mekong.

Dopo le operazioni di frontiera per le quali occorre opportuna consistente pazienza, (le

procedure non sono sempre le stesse), si sale sulla nostra barca che ci porta a Luang

Prabang dopo due giorni di pacata navigazione sul Mekong.

 

Il Mekong è grande, immenso e portatore di vita, ma riesce a essere pure molto feroce quando le piene trasformano il fiume in nemico incontenibile. Da sempre, per le tantissime popolazioni che hanno scelto di vivervi accanto, è via di comunicazione, riserva d’acqua, mezzo di sostentamento per i pescatori. Scorre per oltre 4500 chilometri attraverso Cina, Birmania, lambisce la Thailandia, rientra in Laos, poi va in Cambogia e Vietnam dove forma l’enorme delta, la cui regione era un tempo parte del dominio khmer. Da quando è stato teatro dell’attacco che più ha caratterizzato la guerra del Vietnam (“l’offensiva del Tet” del 1968), il suo nome in Occidente è indissolubilmente legato a quella guerra che ha diviso il mondo in due schieramenti contrapposti.

Non ha una sola madre. Varie sono le sorgenti che gli danno vita. Nasce in Tibet e nella prima metà del suo percorso scorre in terra cinese dove è noto come “il fiume turbolento”, perché in circa 2.000 chilometri passa da una regione che sta a oltre 4.000 metri d’altezza a un’altra di soli 500. Fin qui non è navigabile. Poi fa da confine tra Birmania e Laos nella zona del “Triangolo d’Oro” e in seguito, prima di fecondare il Laos, costituisce la linea di divisione con la Thailandia.

Nelle lingue di questi due Paesi è definito da sempre “madre di tutte le acque”, a significare l’importanza estrema che ha per le popolazioni locali.

Nel nord laotiano conosceremo il fiume da una barca di circa 30 metri. È attrezzata con un “ristorantino essenziale”, la cucina è assai semplice, ma il lento andare della barca rende tutto apprezzabile. Potrebbe anche esserci un membro dell’equipaggio che in inglese fornisce qualche informazione sul Mekong. L’essenziale, però, in questo caso non è capire quella lingua ma osservare lo scenario che la natura ha architettato lungo il fiume. Un libro, osservare il circostante, puro relax... Un’esperienza che caratterizza l’intero viaggio.

Secondo le condizioni generali e del fiume, nei due giorni a bordo sostiamo in 2 occasioni lungo un itinerario punteggiato da capanne e villaggi.

Navighiamo sino al pomeriggio per giungere nei pressi del piccolo centro di Pakbeng. Pernottiamo e ceniamo in lodge lungo il Mekong sommersi nel verde. Barca e hotel sicuramente costituiscono le migliori soluzioni per approfittare della presenza del fiume e dormire in un ambiente inconsueto.

 

Il nostro hotel lungo il Mekong, “Sanctuary Pakbeng Lodge”, (sanctuaryhotelsandresorts.com)

Ha solo 30 stanze, per questo le abbiamo prenotate un anno prima. Arredate in legno, semplici e gradevoli, con ventilatori, sono in piccole costruzioni a due piani con stile tradizionale, ben inserite nel contesto naturale sulle alture che affacciano sul Mekong. Ciò che più si apprezza è senz’altro la vista sul fiume, in mezzo al verde a pochi minuti a piedi dal piccolo centro di Pakbeng. Da non perdere un aperitivo nel bar panoramico e un massaggio, peraltro economico. Per chi scrive, anche se non è la sistemazione più di “lusso”, è la più coinvolgente di quelle scelte per questo itinerario.

Le stanze prenotate, di due tipologie, sono a distanze diverse dal corpo centrale col ristorante. (Vedi “La quota comprende”).

Pranzo buffet a bordo (essenziale) e cena sulla terrazza dell'hotel a ridosso del Mekong.

 

Prima di riprendere la navigazione, chi vorrà alzarsi presto potrà visitare il mercato locale (non quotidiano) nel vicino villaggio di Pakbeng, in cui sono esposte merci di contadini e commercianti delle tribù stanziate sulle alture dei dintorni.

Colazione e partenza. Anche durante questa seconda giornata il Laos scorre richiedendoci solo quella distesa attenzione che l’andare per via d’acqua consente. La piacevolezza della permanenza in barca e del suo lento andare non è scalfita neanche da qualche motoscafo veloce, su cui sfreccia chi scelga di giungere dalla Thailandia a Luang Prabang in poche ore, indossando caschi per proteggersi anche dai rumori dei fastidiosi motori.

Nei due giorni di tranquilla slow boat saremo impegnati in un “relax contemplativo” per seguire le sponde che ci accompagnano, e cercare di intuire il legame del fiume con la vita quotidiana sulla terraferma. Faremo due soste, compatibilmente con lo stato del fiume, la prima in un villaggio dove distillano un diffuso “torcibudella” locale ed è pure reperibile qualche oggetto artigianale.

Prima di giungere a destinazione visitiamo le “Grotte dei diecimila Buddha”, vicino a Pak Ou Village, a circa 25 chilometri da Luang Prabang. E’ famoso per gli enormi anfratti dove sono state collocate nel corso del tempo innumerevoli statue del Budda.

Non vi è un motivo preciso per questa scelta, se non il richiamo a una religiosità legata a forme di animismo. L’animismo è certamente la sorgente cui ha attinto nei millenni la maggior parte delle credenze religiose. “La Grande Madre di ogni forma di religiosità”, si fonda sul principio che assegna a ogni aspetto della natura un significato e una consistenza che non è solo materiale. Dietro il fulmine non vi è semplicemente una scarica elettrica, un corso d’acqua non è una banale massa liquida, un grande albero non è solo un ammasso di legname…

Anche le grotte, specie quelle profonde che si presentano in modo articolato, che entrano nei meandri della madre terra, non sono intese come mere cavità nella montagna. Sono luoghi in cui la natura, presentandosi in modo così eclatante, indica la presenza di caratteristiche particolari verso cui avere un’attenzione altrettanto speciale. Così, un giorno, qualcuno ha deciso di collocare una statua di Budda in un anfratto protetto dentro il ventre della madre terra. E’ stato l’inizio di un gesto che si è sempre più diffuso.

Oggi vi si trovano tantissime statue realizzate in grandezze materiali e stili assai diversi, anche se prevalgono le raffigurazioni che richiamano lo “stile in piedi di Luang”.

Giunti a Luang Prabang incontriamo la guida laotiana in lingua italiana. Non sorprendiamoci se noteremo differenze con altre conosciute in diverse parti del mondo, per preparazione culturale e proprietà di linguaggio. In tutto il Laos le guide in lingua italiana sono rarissime, e questo aspetto è già sufficiente per farci apprezzare la nostra.

 

Il nostro hotel a Luang Prabang, “Grand Luang Prabang Hotel e Resort”.

(grandluangprabang.com).

E’ l’unico resort in un parco che affacci sul Mekong. Piccole costruzioni a due piani in un’area verde, ampie stanze, fontane, giardini curati, piscina, arredi in stile locale... Qualche particolare andrebbe “rinfrescato”, ma il tutto si presta ad un’armonia estetica che mescola coloniale e laotiano, caratterizzata da marmo acqua legno piante cortesia e viste sul fiume. Nel parco si trova ancora il vecchio palazzo ex residenza di un primo ministro laotiano. Siamo ospitati tre notti in un hotel assai piacevole per ambiente e strutture ricettive, all’altezza del luogo più interessante in Laos. Lo scegliamo perché garantisce pure opportuna tranquillità, a circa 4 chilometri dal centro assai frequentato della cittadina. Non sconsigliamo un aperitivo nel bar che sporge sul Mekong. 

Pranzo, modesto, sulla barca e cena in hotel accanto al fiume.

 

E’ la località più coinvolgente del Laos.

Con parole non originali ma opportune, Luang Prabang è stata definita all’inizio del XX secolo da una francese come ”l’ultimo rifugio dei sognatori”. La signora in questione seppe certamente apprezzare un luogo che era stato già meta di altri viaggiatori amanti del “Grand Tour”. (Si trattava di quel viaggiare “colto ed impegnato”, inizialmente limitato all’Europa, riservato alla élite economica che allora stava vivendo la rivoluzione industriale. Era il modo, da parte dei più colti e curiosi, per completare la formazione di membri della futura classe dirigente anche attraverso la conoscenza diretta di quelle parti di mondo di cui si iniziava a parlare in certi ambienti).

E’ inserita dall’UNESCO tra le località Patrimonio dell’Umanità.

“Adagiata sulle rive del fiume” è espressione troppo spesso usata per raffigurare località lungo i fiumi, più o meno da cartolina. Come tutte le parole utilizzate eccessivamente perdono significato e rischiano di non fornire più il senso originario. Nel nostro caso, pur abusate, le parole che indicano Luang Prabang come luogo adagiato sulle rive del fiume, colgono pienamente l’atmosfera con cui si presenta al visitatore.

Edifici antichi, case, templi, sono sparsi con noncurante grazia ai piedi della collina di Phu Si. Pure il nome della piccola altura che, specie per la nebbia al mattino presto, sembra sostare a mezz’aria al centro di Luang, denota dolcezza. E il fiume, lo stesso che più a nord è definito prima “turbolento” e poi “madre di tutte le acque”, qui pare rallentare ancora. Placido, lento, non distratto nel suo fluire dall’arrivo delle acque del Nam Khan. Col suo lambire attento, coccola le rive su cui si stende, adagiata appunto, Luang Prabang.

Palme, case di legno, bambù, edifici coloniali, strutture in puro stile laotiano, influenze francesi, tetti con tegole, mattoni che arredano muri. Circondata da montagne, sovrastata dal verde e dalla collinetta che da sempre veglia sulla sua incolumità, è protetta da un lato dal Mekong e dall’altro dal Nam Khan. Tutto sembra voler scongiurare che Luang cambi troppo rapidamente. (E’ però possibile che nel giro di qualche anno, grazie alla maggiore facilità con cui si può giungere via terra da Vientiane, la situazione sia stravolta da un numero di presenze di locali e turisti che ne modifichino irrimediabilmente la natura).

Fu capitale di un regno dai primi del Settecento alla seconda metà del Novecento. Nel suo centro vivono poco più di 20.000 persone e si stende a 700 metri sul livello del mare.

E’ particolarmente avvolgente e tranquilla. Basta evitare di andare sull’altura di Phu Si al tramonto, quando vi si danno appuntamento tutti i turisti presenti nella zona.

Comunque, troveremo il momento per superare i circa 100 metri di dislivello che portano alla sua sommità e osservare il panorama della cittadina cinta dal verde e dai due fiumi.

Ci si reca, non necessariamente in quest'ordine, anche al Vixoun Temple, (pur ricostruito in parte alla fine del XIX secolo, è il più antico tra i templi ancora oggi frequentati dai fedeli a Luang), al Wat Aham, (certo tra i più sacri del posto), al Wat Xiengthong (la migliore dimostrazione architettonica dell’arte sacra nello stile locale).

Avremo pure sufficiente tempo per altre visite come al Wat Mai e alcune ore libere per approfondimenti personali e acquisti. A questo scopo si potrà visitare il villaggio di Ban Phanom o altri noti per la lavorazione di tessuti in cotone e seta.

Chi lo vorrà, durante il tempo libero, potrà inoltre seguire l’accompagnatore in un'escursione a pochi chilometri da Luang Prabang lungo le rive dell’affluente del Mekong, il Nam Khan. In una radura, protetto dalla fitta vegetazione che si apre solo in direzione del fiume a lui molto caro, si trova la modesta tomba ove è sepolto un personaggio, Pierre-Henri Mouhot, importante nella storia della ricerca archeologica mondiale. E’ lo “scopritore” di Angkor. (Purtroppo, con grande rammarico, da qualche anno è stata realizzata una sua obbrobriosa e inopportuna statua che nelle intenzioni avrebbe dovuto omaggiarne la memoria. Stiamo raccogliendo adesioni per ridurla in frantumi).

Pranzo nel ristorante locale “View Point Cafè Restaurant”. Ottima posizione, alla confluenza dei due fiumi. Cena in hotel.

 

Chi vorrà, potrà svegliarsi molto presto per assistere all’uscita mattutina dei monaci per la questua. (“Alms Giving”). E’ esperienza da fare. (Qui o altrove, dopo aver appurato la quantità di presenze di turisti).

Dopo colazione, la mattinata è dedicata al completamento della conoscenza di Luang.

Visita del Royal Palace, trasformato in Museo Nazionale. Unisce allo stile tradizionale laotiano interventi con influenze francesi e scaloni di marmo italiano. All’interno vi sono ambienti di cui noteremo la particolare modestia, ma pure pareti riccamente affrescate, la pomposa sala delle udienze, gli oggetti religiosi, arredi vari, statue d’oro e di altri materiali preziosi risalenti a varie epoche a partire dal I secolo d.C.

Nel giardino del Palazzo Reale si trova un padiglione, da alcuni anni in costruzione, (dovrebbe essere terminato), che non migliora l’apprezzabilità estetica del luogo. Si pensa possa diventare il nuovo museo per collocarvi alcuni oggetti ora esposti nel Royal Palace. E’ un edificio con caratteristiche architettoniche e cromatiche assai contrastanti la sobrietà dello stile proprio dell’ex palazzo reale. Ricorda, invece, certe realizzazioni dell’architettura thailandese più roboante, non le ovattate e sobrie opere tipiche di Luang Prabang.

Il Royal Palace è edificato nel 1904 come residenza del re nel periodo iniziale della presenza francese, e la scelta della localizzazione è dovuta essenzialmente alla possibilità di accedervi direttamente dal fiume, che si trova proprio alle sue spalle. E’ utilizzato come reggia sino al 1975 anno della rivoluzione. Poi è adibito a museo.

All’interno vi sono decori, arredi, ambienti e oggetti assai diversi fra loro, abbellimenti ricchi d’eccessi nei colori e dorature, e stanze molto semplici come quelle private in cui trascorreva la quotidianità dei sovrani. La visita offre la sala delle udienze, con paraventi dorati, affreschi, statue del Buddha in oro, ritratti di regnanti, sala del trono,  pareti mosaicate, abiti reali, sciabole, teche con doni di rappresentanti d’altri paesi, porcellane, quadri, argenti... Forse, s’apprezzeranno soprattutto le camere dell’ala non pubblica del palazzo dove il re e la regina vivevano la loro porzione di privacy.

Il pomeriggio e il pranzo sono liberi per impiegare discrezionalmente il tempo, scegliere uno dei ristorantini lungo le rive dei fiumi e pranzare gustando soprattutto panorami. Si potrà così approfondire, nel modo personale più opportuno, per esempio noleggiando bici, “tuk tuk” o a piedi, la conoscenza di qualche altro aspetto di Luang Prabang e dintorni. Interessanti sono anche i mercati che si svolgono in vari momenti della giornata.

Cena in hotel.

 

 

Il percorso da Luang Prabang a Vang Vieng, ma anche quello successivo che ci porterà nella capitale, consente di attraversare un territorio caratterizzato da immagini che accompagnano piacevolmente i trasferimenti. Le molte ore necessarie denotano lo stato delle strade locali.

Di primo mattino, dopo aver lasciato non senza dispiacere Luang Prabang, la strada abbandona la valle del Mekong per iniziare a inerpicarsi sulle curve che portano prima a Xieng Ngeun e poi, attraverso Phu Khoun e Kasi, sino a Vang Vieng.

(Oggi, come in altre occasioni, sveglia, pranzo, cena e arrivo in hotel possono avvenire in ore inconsuete per motivi logistici legati alle condizioni stradali, mancanza di ristoranti sufficientemente affidabili e altre ragioni ora non note ma che potrebbero condizionare lo svolgimento pratico del viaggio stesso).

Vedremo picchi carsici, alture calcaree, valli coltivate, risaie, una vegetazione che non ha smesso di dare tonalità verdi ai panorami nonostante le pratiche legate al disboscamento e al debbio per ricavare terreni da coltivare. Si attraversano vari villaggi tra cui Ban Pha Tang (Pathang) posto a circa 20 chilometri da Vang Vieng. Il piccolo agglomerato che vive lungo il Nam Song River, segnala che stiamo per giungere alla destinazione finale della giornata.

Ci fermeremo per il pranzo nel ristorante Phouphiengfa, dopo Kasi, che prende il nome dalla vicina montagna in un ambiente naturale che contribuirà a rendere gustosi i piatti.

L’ora di arrivo ci suggerirà se andare in hotel o fare una breve escursione in barca sul fiume Nam Song. (Secondo l’andamento dei trasferimenti potremo usare la barca oggi sul Nam Song o domani nei pressi di Ban Keun sul lago Nam Ngum).

Vang Vieng vanta aspetti che esaltano le caratteristiche naturalistiche del Laos. Grotte, fiume, rocce, profili montani, il verde della vegetazione fanno da contorno ad un soggiorno, seppur breve, che non serve solo a spezzare il percorso da Luang Prabang alla capitale.

Comunemente si dice che Luang Prabang abbia il primato della quiete e bellezza delle architetture religiose e a Vang Vieng spetti quello di una natura che non mostra timidezze nel manifestarsi. Per apprezzare meglio l’atmosfera della località, che negli ultimi anni è diventata meta di un turismo non più elitario che sfrutta varie forme di divertimento del posto, alloggiamo in un resort fuori del centro abitato. Qui verificheremo quanto la natura sia stata generosa con Vang Vieng.

 

Il nostro hotel a Vang Vieng, “Riverside Boutique Resort (riversidevangvieng.com)

E’ un piccolo boutique resort a due piani che affaccia sul fiume. E’ il miglior hotel di Vang Vieng, ma non lo abbiamo selezionato per la sua posizione in classifica, bensì per la sua “location” incorniciata dal fiume, gobbe montuose e ponticello in legno che completano il quadretto. Gusto, semplicità e spunti etnici nell’arredo che vorremmo avere più tempo per apprezzare compiutamente. Cena in hotel.

 

Secondo l’ora di apertura per la visita della grotta più interessante delle tante presenti in zona, la Tham Jang (Tham Chang), decideremo quando lasciare il resort.

La caverna più nota della località sfrutta da sempre la sua posizione. Nel passato è servita come rifugio a quelli che volevano sfuggire ai predoni e oggi, da una sua apertura, mostra una visione assai scenica del panorama.

Poi ci allontaniamo da immagini montane per introdurci in quelle più pianeggianti con valli risaie e lagune. Procedendo verso sud sempre sulla Strada 13 che collega Luang Prabang a Vientiane, s'attraversa la regione col lago Nam Ngum. Anche oggi i panorami non invitano a sonnecchiare, anche se l’itinerario non è agevole per lo stato delle strade.

Pranzo al Thavonesouk Restaurant posto lungo il fiume nell’area di Vang Vieng o in un altro ristorante locale nei pressi del lago, secondo l’andamento effettivo della giornata.

 

Il nostro hotel a Vientiane, “Lao Plaza Hotel”, (laoplazahotel.com)

Dall’albergo in cui soggiorniamo si può camminare sino alle rive del Mekong. E’ posto in posizione centrale vicino al Museo di Storia nazionale e alla Casa della Cultura del Laos, in una zona con negozi ristoranti e bar. E’ certamente tra i più moderni e funzionali hotel della capitale. Gestito da una catena thailandese, è dotato di ogni servizio, piscina, sauna, centro fitness…. Si potrà anche approfittare del centro massaggi. Cena in Hotel.

 

A Vientiane, capitale di un Paese grande poco più di due terzi dell’Italia con circa dieci milioni di abitanti, pare risieda oltre un milione di persone. (La cifra è approssimativa perché il recente flusso migratorio dovuto al rompersi degli equilibri tradizionali nelle zone rurali, determina ondate migratorie anche stagionali non controllabili).

Risale a un migliaio di anni fa ed è localizzata su un’ansa del Mekong, assai vicina al confine con la Thailandia. Nel mezzo di questo gomito fluviale si trova il quartiere in cui sono stati di recente edificati alberghi, tra cui il nostro, ristoranti e negozi. Nella zona vi sono anche alcuni dei templi che visiteremo.

Durante la permanenza ci rechiamo al That Luang il grande stupa del XVI sec., al Patuxai Monument au Mort (arco alla memoria che ricorda quello più famoso in Francia, con decorazioni tipiche locali), al Wat Si Saket (inizio del XIX secolo con influenze thai ed elementi tipici laotiani, uno dei più famosi monumenti del Paese usato dagli studenti d’arte per elaborati dal vivo), al Haw Pha Kaew, (un ex tempio reale, oggi museo), al Wat Si Muang, (qui si trova il pilastro fallico in cui risiede lo spirito protettore della città).

Coglieremo anche altri aspetti significativi di Vientiane, considerando che l’ora d’accesso riscontrabile in loco potrà determinare anche il cambio dei luoghi indicati.

Il Wat Si Saket, pur possedendo caratteri siamesi, sfoggia anche aspetti specifici laotiani. Risale ai primi del XIX secolo e pare essere il più antico tra i templi ora aperti al pubblico e ai fedeli della capitale. Un muro di cinta protegge il manufatto centrale. La parte interna della muratura è caratterizzata da numerosissime nicchie che custodiscono centinaia di piccole rappresentazioni del Buddha. Altre di diverse dimensioni e materiali si trovano sempre nello spazio perimetrale del monastero. Sono in argento, pietra, legno. Stanno in posizione eretta o seduta. Realizzate scolpendo o fondendo vari materiali, risalgono dal XV al XIX secolo. Le varietà nelle forme, stili, significati rendono interessante l’insieme. Tra le altre si nota un Buddha seduto su un “naga” (il serpente sacro) le cui teste sono sollevate per proteggerlo. E’ immagine ricorrente nella tradizione religiosa e artistica del buddhismo in vari paesi in cui è diffuso tale credo. Il “sim” (l'ambiente più venerato dei luoghi sacri ove vengono ordinati i monaci), vanta un tetto a cinque livelli e nella sala interna le mura contengono nicchie con altre raffigurazioni dell’Illuminato e affreschi.

Nel complesso monasteriale si contano oltre 7000 rappresentazioni del Buddha. Da notare anche una grandissima tinozza di legno in cui ricompare il “naga”, usata durante il capodanno buddhista per lavare le immagini di Siddharta Gautama.

Nell’area del wat vi sono anche numerosi piccoli stupa con reliquie di uomini particolarmente pii che hanno onorato il monastero.

Anche l’antico tempio regale di Haw Pha Kaew, dislocato a poco più di cento metri dal Wat Si Saket, sarà oggetto del nostro interesse. Gli abitanti della capitale, pur se da tempo il “sim” di questo ex tempio non è più luogo adibito a rituali religiosi, vi si recano per pregare ed offrire doni alle divinità.

E’ noto che nel 1936 fu ricostruito quasi totalmente, ma la sua origine è poco certificabile. Secondo la tradizione locale pare sia stato realizzato nel XVI secolo. In ogni caso la struttura, nel mezzo di un giardino, merita la visita specie per le statue custodite all’interno e quelle che decorano il basamento esterno. Si tratta delle più apprezzabili sculture sacre antiche rinvenute nel Paese. Risalgono anche al VI secolo. Ritroviamo Buddha di bronzo e pietra, in piedi, seduto o in posizione particolare mentre si rivolge al cielo per invocare pioggia, il “Budda razzo”. All’interno si trovano pure oggetti khmer, statue lignee, manoscritti, altare con tante altre raffigurazioni dell’Illuminato.

Il Pha That Luang, “il grande stupa”, oltre ad essere l’immagine che identifica immediatamente Vientiane, è soprattutto il più importante monumento del Laos e simbolo principe della religiosità buddhista. La sua denominazione completa indica “lo stupa sacro con un valore mondiale”, e le più antiche storie intorno a questo luogo narrano di una struttura religiosa già esistente nel III secolo a.C. In realtà, i resti di cui si è effettivamente trovato traccia risalgono all’XI secolo quando, secondo gli archeologi, pare vi fosse un monastero con influenze khmer. Certo è che solo alla metà del XVI secolo, in occasione del trasferimento della capitale da Luang Prabang a Vientiane, inizia la realizzazione di quattro monasteri intorno ad uno stupa centrale. Ora rimangono solo due dei quattro iniziali. Anche in questo grande monumento si notano mura di protezione. Intorno al pinnacolo centrale se ne alzano tanti altri di più ridotte dimensioni distribuiti su tre livelli. La struttura a volte è accessibile ai fedeli sin quasi alla sommità attraverso corridoi e camminamenti.

La cima caratterizza l’intero complesso, è alta oltre 45 metri e ricorda il bocciolo di loto. In occasione del 20° anniversario della Repubblica Popolare, il regime ne ha deciso la copertura in lamine d’oro. Come in altre strutture monasteriali, il chiostro interno alle mura perimetrali mostra numerose immagini di Buddha e sculture in vari materiali e stili.

Il Wat Si Muang non ha la fama di altri luoghi della capitale ma è oggetto di grande devozione dei fedeli, anche per le diverse versioni delle leggende che circondano il momento della fondazione di questo complesso religioso. Ancora oggi, dopo quasi cinque secoli dalla sua realizzazione, i laotiani danno grande importanza a una piccola statua del Buddha qui venerata. Tradizione vuole che occorra sollevare più volte l’immagine sacra dal cuscino dove usualmente è poggiata, mentre si formulano richieste di grazia. All’accoglimento delle loro preghiere segue una donazione proporzionata al beneficio ricevuto. Ma, forse, l’aspetto più curioso delle ritualità del posto stanno in quei cocci che gli abitanti di Vientiane depositano in uno stupa del complesso sacro. Ritengono infatti che gli spiriti che vivono in questo wat, possano allontanare dalle loro case quella sfortuna che è stata evidenziata proprio dalla rottura degli oggetti qui portati. 

Il Wat Si Muang è nel quartiere più frequentato di Vientiane. E’ importante soprattutto perché qui è conservato il pilastro fallico in cui risiede lo spirito protettore della città.

Pranzo nel “Tamnak Lao Restaurant” e cena in hotel.

 

Sveglia di buon mattino, (breakfast box per colazione) e volo delle 7,50 che ci porta a Pakse alle 9,05. Così possiamo avere l’intera giornata a disposizione. Giunti in aeroporto, col nostro bus andiamo al Sinouk Coffee House dove incontriamo il personale della compagnia di navigazione che ci guiderà anche nelle visite terrestri.

(L’itinerario fluviale, da noi previsto da sud a nord, potrebbe svolgersi in senso inverso. In ogni caso, l’andamento effettivo di tali giornate è concordato di volta in volta col capitano della barca, compatibilmente con le condizioni concrete ambientali e del fiume. Per questo potrebbero essere introdotte variazioni anche senza preavviso).

Il Sinouk Coffee House a Pakse è un’istituzione. L’edificio, di epoca coloniale francese, è noto perché vi si possono gustare moltissimi tipi di caffè ed è un tradizionale punto d'incontro del posto. Si trova nel centro della cittadina vicino al ponte francese, sulla riva del fiume Don che poco più in là confluisce nel Mekong.

Scegliamo di navigare controcorrente da sud a nord sul Mekong per poter visitare alla fine del viaggio il tempio di Vat Phou, da cui prende nome la stessa nostra barca.

Col bus, lungo la Route 13, andiamo verso sud sino alle cascate di Pha Pheng, che si trovano nella parte terminale del tratto di fiume che percorreremo a ritroso. Sono assai vicine al confine fra il Laos e la Cambogia e localmente sono conosciute anche come “Niagara of the East”. (Chissà perché continuano ad affibbiare definizioni che creano eccessive aspettative e, contemporaneamente, fanno perdere specificità al luogo in questione). Qui le acque del Mekong fanno un salto di oltre trenta metri che impedisce la navigabilità del Mekong.

Poi ci dirigiamo verso il villaggio di pescatori di Xieng Di per pranzare in un ristorante locale. La tappa successiva, cui giungiamo su piccole barche, è Khone Island, una delle più grandi delle “4000 isole” che punteggiano questa parte del Mekong. Il fiume qui s’ingrandisce e circonda migliaia di piccolissime isole, di cui solo tre abitate.

In quest’area di racchiusa entro una cinquantina di chilometri di fiume, il Laos, ancor più che altrove manifesta pienamente la sua volontà di non voler cambiare troppo in fretta.

Durante la stagione monsonica il letto del fiume s’allarga per diventare un lago che si espande per oltre 15 chilometri. Nei periodi secchi le acque si ritirano facendo emergere migliaia d'isolotti.

In quelli abitati scorre una quotidianità fatta ancora di gesti ripetuti da secoli. Il quadro si completa con coltivazioni di riso, cocco, canna da zucchero, pescatori, imbarcazioni, reti, bufali…

L’Isola di Khone è unita a quella di Det da un ponte pedonabile costruito durante l’occupazione francese. Le piccole barche ci traghettano quindi sull'isola di Khong caratterizzata da alture ondulate, piccoli agglomerati, orti e risaie.

Nelle sue vicinanze ci attende la nostra Vat Phou Boat per accoglierci e attraccare nei pressi di Ban Dong per trascorre la notte.

Per raggiungere i luoghi da visitare usiamo la nostra barca o altre di ridotte dimensioni.

Cena e pernottamento a bordo.

 

Chi vorrà utilizzare al meglio il tempo sulla barca, sintonizzerà la propria sveglia col desiderio d’incamerare sensazioni che solo il primo mattino, e la solitudine, possono assicurare.

La barca dovrebbe salpare alle 6 e la colazione essere servita dalle 7.

Dopo colazione raggiungiamo il piccolo villaggio di Ban Deua Tia. Inutile cercarlo sulle guide. Minuscolo agglomerato come tanti, vive di gesti ripetitivi, rassicuranti, che da sempre raccontano l’esistenza di chi ha avuto la sorte di nascervi. Legno, paglia, canne, riso, risaie, bufali, palafitte… il tradizionale modo di vivere non è mutato e continua, in molti aspetti, a non voler cambiare.

I locali sono di etnia “lao-loum”, lao delle pianure, che costituiscono la maggioranza della popolazione laotiana, abbondantemente presenti in tutta la regione. Da secoli, proprio sfruttando la loro predominanza numerica, si sono insediati nelle zone più fertili delle valli formate dalle acque del Mekong. Sono buddhisti di scuola “theravada”, ma, come tutti quelli che nel mondo mantengono ancora un forte rapporto con gli elementi della natura, dai quali dipendono e proprio per questo deificano, sono anche animisti. Le loro principali fonti di sostentamento sono legate alla pesca e agricoltura, specie quella che abbisogna di molta acqua come il riso. Anche in quest’area, come in molte altre del Paese, non disdegnano la produzione del tradizionale torcibudella “Lao Lao”, che avremo già avuto modo probabilmente di assaggiare in una delle soste della barca nella parte iniziale del viaggio verso Luang Prabang.

Sino a poco tempo fa il villaggio non poteva contare sull’energia elettrica e anche l’approvvigionamento dell’acqua potabile era assai problematico. Usavano soprattutto quella attinta direttamente dal Mekong. (Non dimentichiamoci, nel bene e nel male, di essere nel Paese che non vuole, o a volte non può, cambiare troppo in fretta). Attraverseremo il villaggio cercando di coglierne, seppur fugacemente, aspetti interessanti anche per i nostri obiettivi fotografici.

Poi riprendiamo a navigare controcorrente verso nord oltrepassando terre emrse tra le “4000 isole”. Dopo pranzo visitiamo le rovine del “Mysterious Oum Moung forest temple” presso il villaggio di Huei Thamo. L’ambiente forestale fornisce un qualche fascino al sito, in sé non molto significativo. Il luogo, noto pure come Wat Tomo, ha paternità Khmer e si trova sulla riva ovest del fiume, non molto distante dal più noto Wat Phou. Pare risalga al IX secolo (ma altri ne posticipano la data di oltre tre secoli), ed era dedicato a una delle mogli del potentissimo Shiva. I resti dell’edificio, costruito in laterite e circondato da mura che in origine erano alte tre metri, assai modesti se paragonati ad altre opere degli stessi costruttori, mostrano immediatamente di essere figli della maestria di quegli stessi Khmer che ci hanno regalato Angkor.

Pranzo e cena in barca.

 

Giornata tanto intensa quanto soddisfacente.

Mentre consumiamo l’ultima colazione a bordo, la barca prosegue il suo andare verso Champassak. Il piatto forte della giornata, e dal punto di vista archeologico di tutto il tratto meridionale del Mekong, è la visita del Vat Phou Temple.

L’interesse di tale luogo è rilevante. Non sta semplicemente nel fatto di essere, assieme a Luang Prabang, il solo sito Patrimonio UNESCO dell’intero Laos, ma nel significato culturale e religioso intrinseco oltre che in quello architettonico, essendo la materializzazione più pregevole dell’arte archeologica sacra del Laos. Pur tenendo conto di ciò, occorre però evitare confronti con quanto già visto in altre regioni asiatiche egemonizzate dalle manifestazioni artistiche Khmer. Comunque, costituisce uno dei motivi d'attrazione più significativi di un viaggio in Laos. 

Le dimensioni del complesso sono notevoli perché si sviluppa poco meno di un chilometro e mezzo ai piedi di rilievi montuosi. Risale al IX secolo, quindi è precedente al periodo classico di Angkor e alcune sue parti possono addirittura essere ricondotte al V secolo, come sembrerebbero testimoniare fonti cinesi e iscrizioni in sanscrito rivenute in loco. Inizialmente l’intento era farne una rappresentazione grandiosa del paradiso, collegata a una ragnatela stradale che portava sino all’Angkor Wat in Cambogia e al tempio di Preah Vihear posto al confine tra Cambogia e Thailandia. Altri legami possiamo senz’altro trovarli con riferimento al sito di My Son in Vietnam.

Tra l’altro, è interessante notare che l’archeologa Patrizia Zolese ha dedicato molti anni di attività proprio alla mappatura e restauro conservativo del Vat Phou e My Son. (I due luoghi hanno in comune ulteriori aspetti specifici legati al rapporto tra ambiente naturale e scelte architettonico religiose).

Del sito sottolineiamo la forte valenza religiosa. Il Vat Phou, che nasce come centro di culto dell’Induismo per poi divenire buddhista, è stato realizzato seguendo i canoni classici del rapporto con le caratteristiche dell’area circostante. Al pari di My Son aveva bisogno della vicinanza di alture dove risiedono gli spiriti, dell’acqua per il significato che questo elemento ha in molte forme di religiosità, (soprattutto in quelle che rimarcano l’eterno ripetersi delle incarnazioni ed eventi), delle condizioni per rappresentare il Monte Meru, ritenuto il centro dell’universo e da alcuni pure luogo di residenza degli dei.

Nel posto vi sono montagne da sempre supposte sacre e una sorgente che un tempo bagnava il “linga” che rappresenta Shiva. Il complesso religioso si snoda su tre livelli nell’ultimo dei quali era il santuario principale. Una posizione elevata che rappresentava proprio il mitico monte. Il tempio è orientato da est a ovest con l’ingresso a Oriente. Presenta vasca cerimoniale, “baray”, ingresso decorato, viale con colonnine a mo’ di fior di loto (che rimandano a quelli del “Tempio Rosa” ad Angkor e a Preah Vihear), altre vasche, padiglioni con sculture, architravi con impresse raffigurazioni degli dei della Trimurti, Shiva e la consorte Parvati oltre a Nandi, la cavalcatura del più potente dio della stessa Trimurti. Inoltre, si incontrano scalinate, elementi architettonici non più in piedi come gallerie e altri padiglioni, “yoni” (rappresentazione della vagina spesso associata al “linga”), “naga” (serpente protettore che, come notato, spesso attornia addirittura interi templi)…

Nel terzo settore, il più elevato e sacro, un tempo contenente il “linga” che era bagnato direttamente dall’acqua della sorgente sacra, si trovano “l’orma del Budda”, la “pietra dell’elefante”, la “pietra del coccodrillo”. Soprattutto, è il luogo ideale per osservare il panorama circostante e il complesso templare.

Terminata la visita, nelle vicinanze del sito troviamo il nostro bus.

Ci dirigiamo direttamente verso il confine. Percorrere i 170 chilometri previsti impegna poco più di due ore e mezza. Noi ne mettiamo in conto circa il doppio per giungere all’aeroporto di Ubon Ratchathani in Thailandia, incluso l’attraversamento di frontiera a Vang Tao e Chong Mek, già in territorio thailandese, approssimativamente a metà strada. A pranzo consumiamo un leggero lunch-box sul bus perché i tempi non consentono soste in ristorante.

Il volo di linea Thai TG 2029 delle 19,25 arriva alle 20,30 a Bangkok. I bagagli possono essere imbarcati direttamente per Fiumicino.

 

Volo di linea Thai TG 940 per Malpensa che parte alle 00,35 e arriva alle 7,10.


Ponte superior della Vat Phou Cruise

Interno cabina

Riverside boutique resort

Monaci a Luang Prabang

 

APPROFONDIMENTI DI VIAGGIO

 Informazioni utili Si consiglia di dotarsi di:Medicinali di uso personale tra cui un disinfettante intestinale. Abbigliamento pratico e adeguato ai luoghi sacri, calzature comode, un impermeabile, calzini di ricambio per visite nei templi che si possono svolgere anche a piedi nudi. Creme solari, occhiali da sole, cappellino, salviette umidificate. Un costume da bagno può rivelarsi utile nelle ore libere in piscina o nelle SPA.Pila, per possibili black out, adattatore universale per - CONTINUA -

PERCHÈ CON KEL 12

  • Ad accompagnare il gruppo c’è un Esperto Kel 12
  • È un itinerario esclusivo Kel 12
  • Il tour include diversi giorni a bordo di una barca privata, navigando lungo vari fiumi e canali

ESPERTI

  

MARIO VINCENZO ROMUALDI

  • Dal 27  novembre  2018 al 9  dicembre  2018