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“VIE D’ACQUA NELL’INDIA DEL GANGE” E KUMBH MELA

INDIA

icona orologio 16 GIORNI
minimo 15 massimo 22 partecipanti
icona valigia PARTENZE:

    2019

  • Dal   23  gennaio    al   7  febbraio  
Sistemazioni
Land Expeditions - Viaggi con Esperto

Da Farakka a Calcutta in barca, lungo il Gange. Otto giorni di navigazione sulle acque del fiume più sacro dell’India, con escursioni quotidiane nell’entroterra. A Gaur, con le sue moschee e mausolei. E Baranagar, celebre per i templi finemente decorati. E poi Murshidabad e Khushbagh, dove si trova la tomba di Siraj-ud-Daulah, l’ultimo nababbo che regnò in Bengala. E Matiari, centro specializzato nella lavorazione dell’ottone.  Una sosta a Mayapur per - continua -

A PARTIRE DA: 5.700 €


ITINERARIO

Volo di linea Emirates EK206 alle 13,40 Malpensa/Dubai con arrivo alle 22,45.

I partenti da Roma hanno il volo EK 98 alle 14,55 che atterra a Dubai alle 23,50. Quelli da Venezia prendono invece l’EK136, alle 15,25, giungendo alle 00,15. L’appuntamento con l’accompagnatore (M. Romualdi 340 3475697) è a Dubai nella sala di imbarco per Calcutta.

 

Tutto il gruppo si ritrova nella sala di imbarco di Dubai per volare alle 2 del mattino. A Calcutta arriviamo alle 7,40.

Trasferimento immediato in hotel per la colazione e uso delle nostre stanze. Tutti apprezzeremo una salutare doccia e relax. Poter recarsi subito in albergo non costringe ad iniziare subito le visite dopo un lungo volo. Però, non ci lasceremo tentare da un sonnellino. Meglio arrivare a sera sufficientemente stanchi per cenare e regalarsi una bella dormita in grado di ricostruire più agevolmente il ciclo giorno/notte.

Tra oggi e domani andremo nei luoghi evidenziati in neretto, con una sequenza che ottimizzi i tempi, e tenga conto di distanze e orari di aperture riscontrabili in loco.

 

Calcutta.

Non è il set de “la Città della Gioia”. Non del libro, non del film. Calcutta è Calcutta. Anzi, dal 2001 è Kolkata.

Quando descriviamo metropoli, specie se del “terzo mondo”, siamo portati giustamente a rilevarne il carattere contraddittorio quasi in modo scontato. Per Kolkata affermare che si tratti di una realtà contraddittoria non è per niente banale, perché troppo spesso si tende ad identificarla con una sola dimensione quella della povertà, emblema dell’India che soffre, individuata non a caso da Madre Teresa come luogo in cui svolgere la sua opera di misericordia.

Calcutta non è così. O, meglio, è anche così, alla pari di tanti altri posti che non hanno avuto la sorte di essere stati eletti luogo simbolo di qualcosa o di qualcuno attraverso un libro o un film.

Calcutta è immensa, povera, colta, con una marginalità sociale che intristisce e anche vivaci occasioni in cui cogliere la bellezza dell’arte, della danza, del teatro, della poesia, delle architetture indù islamiche e cristiane. Presenta un passato fatto di edifici coloniali che evocano sfarzo frammisto a nuovi e moderni quartieri e al “vietato l’ingresso ai cani e agli indiani”. (Purtroppo ciò non deve stupirci se, anche in Italia recentemente, un albergatore ha pubblicamente rifiutato di ospitare “animali e gay”).

Nell’ex capitale dell’India coloniale non mancano certo le occasioni per incontrare discriminazioni e povertà in molte forme, ma da questo punto di vista non è diversa da altre eccessive concentrazioni umane. Andandoci, non pensate quindi di stare dove stiano girando il sequel di un famoso film.

Chi voglia, quindi, potrà mostrare solidarietà in varia forma a chi abbia avuto la ventura di nascere qui, ma vi sono anche aspetti della città che consentono di viverla in modo non angosciato.

In ogni caso, anche Calcutta non può non avere nella sua carta di identità un pezzo di storia che sfuma nella leggenda.

Tra impersonificazioni e incarnazioni, la moglie dell’acclamato Shiva*, si presenta con vari nomi e caratteristiche. Tra le tante, nelle vesti di Sati ha la sfortuna di morire poco dopo aver sposato il potente ma terribile dio che, sconvolto dalla sua morte, in un impeto di rabbia decide di distruggere il mondo. (Non a caso nella Trimurti svolge il ruolo di “distruttore” – ma anche di “creatore” nella forma del “linga”). L’intervento di Vishnu (il “preservatore”) distoglie Shiva dall’intento, ma non fa in tempo a impedire che smembri il corpo della sposa lanciandone un piede proprio dove sorgerà Calcutta. (Pur essendo i piedi la parte più impura del corpo, svolgono un ruolo notevole nella tradizione induista. Ricordiamo che lo stesso Gange, secondo alcune interpretazioni, sgorga da un piede).

Un mercante inglese alla fine del XVII secolo sceglie proprio il villaggio che era nato nel punto della sfuriata di Shiva, per far crescere sulle rive dell’Hooghly una città che volle con caratteristiche simili a quelle di Londra. Lo sviluppo fu rapido e turbolento, connotato da grandi contraddizioni a scapito delle fasce sociali più deboli. Nel 1756 Calcutta diviene la capitale dell’India inglese sino al 1911 quando fu formalmente trasferita a Delhi. A Calcutta la situazione sociale peggiora a causa delle migrazioni incontrollate di profughi la cui prima enorme ondata si ebbe nel 1905. In quell’anno, il malriuscito tentativo inglese di scissione del Bengala dall’India, porta milioni di persone ad ingrossare la marginalità sociale della metropoli. I “bustee”, le baraccopoli, da quel momento divengono il simbolo stesso di Calcutta. Altro flusso incompatibile con una condizione di decente vivibilità vi si abbatte nel 1971 durante la guerra tra India e Pakistan**.

Dai primissimi anni del nuovo millennio è in atto un notevole sviluppo economico in sintonia col più generale trend della parte più dinamica indiana.

Le zone di maggior interesse turistico sono localizzate sulle sponde orientali.

Anche Calcutta ha un fiume, non meno inquinato del Gange. Scindendo nettamente il suo aspetto fisico dal significato religioso, in realtà neppure ponendosi questo problema, i locali s’immergono per purificarsi, svolgere ritualità sacre e accendere lumini che lasciano andare su foglie sagomate per affidarle alla corrente dell’Hooghly. (Avremo occasione di riproporre più dettagliatamente particolari di questo aspetto rituale non secondario

Il tempo di permanenza permette di avvicinare gli aspetti culturali architettonici e sociali più significativi.

 

Il Raj*** Bhawan, costruito nel 1803, nel passato residenza di rappresentanza del Governatore Generale dell’India, attualmente è la sede del Governo del West Bengal. La sua bianca struttura neoclassica presenta somiglianze vaghe con la White House. Si trova a poche centinaia di metri dal fiume e dalla Dalhouise Square.

Come detto, anche a Calcutta nei ghat del fiume sacro, nonostante la sua sostanza terrena, si ripropongono le stesse scene di devozione e di normale quotidianità di altre città particolarmente riscontrabili all’alba e al tramonto.

Non distante dal nostro hotel si trova il luogo più sacro della ex capitale dell’India coloniale, il Kali Temple****. Qui, in base alla leggenda che contribuisce a rendere fumose le origini della città, cadde un dito del piede di Devi, consorte di Shiva, quando il marito incollerito per la sua morte decise di smembrarne il corpo.

Devi, Durga, Parvati, Kali, Sati sono forme in cui si manifesta, secondo specifiche esigenze e caratteristiche, la consorte di Shiva.

Il Tempio di Kali è nella zona di Kalighat (kalikata). Il quartiere prende nome dalla dea e probabilmente dà anche origine alla denominazione della città, e non è un caso che qui si trovi il tempio più venerato.

Quella che ora si può visitare, risalente a circa due secoli fa, è solo l’ultima delle strutture religiose che nel corso dei secoli sono state realizzate nello stesso luogo, per onorare la temibile dea rappresentata con tre occhi. I pellegrini vi si affollano quotidianamente. Al pari di quanto avvenga anche in altri templi a lei dedicati, come a Dakshinkali in Nepal, i fedeli vanno per pregare offrire doni e sacrificare animali alla “sanguinaria” dea. Lo sgozzamento rituale si officia dietro il tempio, ma, al contrario di ciò che si riscontra in Nepal, qui la dea non pretende che le siano sacrificati solo animali maschi. Chi si sia già recato a Dakshinkali non potrà non notare anche un’altra differenza fondamentale architettonica. Lì, infatti, il tempio della dea è assai modesto, una statua all’aperto con una semplice copertura accanto ad un fiumiciattolo tra le montagne, mentre a Calcutta si tratta di un complesso edificio con arcate e cupole a più piani in pieno centro cittadino.

Abbiamo rilevato che la città presenta caratteristiche e contrasti riscontrabili nelle grandi concentrazioni urbane non solo indiane. Sviluppo urbanistico, traffico, inquinamento, uniti a quella speranza di miglioramento della vita di una parte dei residenti, che è una delle note positive dell’India nell’ultimo ventennio.

Ma Calcutta, come detto, non mostra una sola dimensione.

Oggi e domani prevediamo visite di gruppo nei luoghi evidenziati in grassetto.

Pranzo nel ristorante locale “Zaranj”. (zaranj.in)

 

*Shiva è il dio distruttore ma anche il creatore, ed in questa veste appare spesso come “linga”, simbolo fallico. E’ anche il più presente e venerato componente della Trimurti indiana, la triade delle divinità più significative, che comprende anche Brahma – il creatore - e Vishnu – il preservatore.

 

**Il Bangladesh. Per cercare di chiarire un poco una situazione assai complessa, ricordiamo che i confini dell’odierno Bangladesh - dal 1947 al 1971 era il “Pakistan Orientale” - sono stati stabiliti con la divisione tra Bengala e India nel 1947 . Il Pakistan Orientale diventa così la parte est del Pakistan appena costituito, sebbene separato da 1.600 km di India. Discriminazioni di varia natura portarono alla guerra per l'indipendenza nel 1971 dal Pakistan e alla successiva costituzione dello Stato del Bangladesh.

 

***Raj. Con questo termine, o con la più completa definizione di British Raj, ci si riferisce a tutto quanto concerne il dominio coloniale britannico.

 

****Kali, nella forma di Sati, la “virtuosa”, è la dea che si suicida per compensare uno sgarbo del padre nei confronti del fumantino marito Shiva. A questo evento, frutto della tradizione leggendaria dell’Induismo, per secoli si è fatto riferimento per giustificare l’omonimo terribile fenomeno del “Sati”. Consisteva nel sacrificio “volontario” delle vedove. Queste, durante la cremazione del defunto marito, si immolavano facendosi ardere vive sulla stessa pira. La pratica era molto diffusa in India sino all’arrivo degli inglesi i quali la vietarono, anche se dovettero passare diversi decenni prima che divenisse evento raro. Purtroppo, pare che ancora oggi in alcuni remoti villaggi del nord il “Sati” sia praticato.

Tutto trovava motivazione e legittimazione sostanziale nel ruolo della donna, considerato assai marginale come mera appendice dell’uomo. Quando l’uomo moriva, specie se era di casta elevata, la donna, non potendo più svolgere il ruolo che ne giustificasse l’esistenza, quello di moglie, per dimostrare attaccamento e virtù, “decideva” di immolarsi. La pressione sociale e della famiglia del defunto aveva ovviamente un ruolo preponderante nell’evento.

 

Pranzo e cena in hotel.

 

In mattinata terminiamo le visite.

Il Victoria Memorial, in stile “rinascimentale italiano”, è stato inaugurato nel 1921 dal Principe di Galles per onorare i cinquant’anni di regno della regina Vittoria, intanto defunta.

Marmo bianco, cupole, giardini, statue, molti oggetti che risalgono al periodo del Raj. Tra questi un pianoforte usato dalla regina quando era giovane, e pare non tanto vittoriana. Nella Kolkata Gallery è descritta la storia della città anche relativamente ad aspetti non molto gratificanti del periodo Raj.

Da alcuni è ritenuto un’autentica opera d’arte oltre che essere oggettivamente grande, tanto da essere accumunato contemporaneamente, e pretenziosamente, al Campidoglio della capitale USA e al Taj Mahal. Si trova lungo Queen’s Way nella zona di Chowringhee all’interno del parco Maidan, il polmone verde di Calcutta.

Poco distante, a poche centinaia di metri, sempre all’interno del parco, c’è la Cattedrale di San Paolo. È stata costruita nel 1847 in stile Indo-Gothic. Bianca, con una torre che ricorda vagamente il Big Ben, presenta una grande navata e arredi di oltre un secolo e mezzo fa.

Il BBD Bagh, è un acronimo che indica Dalhouise Square, dal nome del governatore inglese degli anni ’30. È la zona di Calcutta che mostra più architetture coloniali. Le osserveremo dall’esterno passandoci accanto in bus. Tra queste, oltre a chiese cristiane e altri edifici pubblici, ricordiamo il Writer’s Building, che oggi ospita il Secretariat Office of West Bengal ed un tempo era la sede della Compagnia delle Indie Orientali, il General Post Office, dove una volta era il Fort William noto per essere stato nel 1756 luogo di detenzione e morte per molti aristocratici colonialisti inglesi.

 

Pranzo e partenza con treno “Shatabdi” per Farakka.

Il treno permette di evitare le 10 (o più) ore che normalmente sono necessarie in bus per percorrere strade tipicamente indiane, da Farakka a Calcutta. Senza dubbio, pur essendo un treno ovviamente con standard locale, ma che non comporta particolari disagi, lo preferiamo al bus. Si tratta dello “Shatabdi” che parte alle 14,15 e arriva a Farakka alle 18,27 in tempo per imbarcarsi e cenare.

Nel porto di Farakka, sul Gange, incontriamo la barca che sarà la nostra casa galleggiante per oltre una settimana. Saliamo a bordo accolti dal cruiser manager Mr. Barun Katoch e dalle altre 27 persone dell’equipaggio. Ci sistemiamo nelle cabine e cominciamo a familiarizzare con spazi certamente adeguati ad ospitare solo il nostro gruppo. La barca rimane nel porto perché domani visiteremo località nelle vicinanze.

Farakka è già nello stato del West Bengal e si trova in una zona in cui il fiume si restringe prima di allagarsi ed articolarsi in due rami che attorniano isolotti. E’ a circa dieci chilometri dal confine col Bangladesh. Imponente è la sua diga lunga oltre due chilometri che, attraverso un canale, consente dal 1975 di incrementare la portata del ramo più occidentale del Gange, Lower Ganges, che assume il nome di Hooghly River. Il fiume, che attraversa Calcutta, necessita infatti di essere arricchito d’acqua per soddisfare le esigenze della vasta metropoli. Sfocia nel Golfo del Bengala poco più a ovest della foce gangetica. Il nostro lento percorso di circa 400 chilometri si conclude a Calcutta navigando sul Lower Ganges.

Buona parte del viaggio, quella in barca e a Calcutta, si svolge nello stato del West Bengal. È grande poco meno di 90.000 kmq con quasi 95 milioni di abitanti e si snoda da nord a sud, partendo dall’alto della catena himalayana. Poi si abbassa formando prima la pianura gangetica e poi quella che rende fertile l’area intorno a Calcutta e ancora più a est. Coltivazioni di tè a nord sulle alture di Darjeeling e, a sud, risaie nel delta del Gange e riserve naturali con le tigri del Bengala. Lo stato vanta l’aver contribuito alla rinascita dell’India dal punto di vista artistico e civile, dando vita a movimenti culturali che hanno positivamente influenzato tutto il subcontinente e la lotta anticolonialista.

Consistente è anche l’eredità costruita dalle culture induiste e islamica con particolare riferimento alle architetture in terracotta.

 

Pranzo in hotel (presto) a Calcutta e cena (tardi) in barca a Farakka.

 

La navigazione.

Importante: le condizioni logistiche generali della barca e del fiume stabiliranno concretamente, di giorno in giorno, tempi e modi di navigazione, soste e visite.

Evitiamo dettagli di orari e chilometri quotidiani, perché in precedenti esperienze sulla stessa barca anche se in regioni indiane diverse, raramente siamo stati in grado di rispettarli, pur assicurando lo svolgimento complessivo delle visite previste. Informiamo quindi solo su queste ultime seguendo un itinerario che garantisca la sostanza del programma, anche se con sequenze diverse e possibili variazioni in relazione alle specifiche condizioni che si incontreranno.

Le indicazioni ora fornite, di cui apprezzare essenzialmente l’ordine di grandezza, sono relative ad una personale esperienza e a quanto comunicatoci di recente da Assam Bengal Company.

Normalmente la barca naviga durante le ore diurne. Tra le 6 e le 7 del mattino sono già a disposizione tè caffè e biscotti, prima della colazione che si può consumare dalle 7 alle 8. I pasti li prevediamo intorno alle 13 e 19,30.

 

 

 

 

Cabina con due letti

Sala lettura

 

Chi sia già stato in Birmania sulla “Paukan 1947”, potrà notarne qualche somiglianza. (Invitiamo, però, a non confrontare le due esperienze per le diversità non solo delle barche ma del Paese, abitanti, siti archeologici, architetture e servizi).

Da anni pensavamo di ripercorrere il Gange in barca, come riusciamo a fare regolarmente su altri fiumi in Vietnam, Cambogia, Laos o Birmania. Esistono da tempo più imbarcazioni che pubblicizzano navigazioni in India. La compagnia che abbiamo scelto è però quella che più garantisce continuità di servizio e affidabilità.

Riproponiamo “Vie d’acqua sul Gange” perché siamo finalmente riusciti di nuovo a noleggiare interamente per il nostro gruppo la “ABN Sukapha”. (assambengalnavigation.com).

Percorreremo a favore di corrente un lungo tratto del Lower Ganges/Hoogly da Farakka a Calcutta di circa 400 chilometri. Andremo decisamente verso sud parallelamente al confine col Bangladesh attraversando lo stato del West Bengal. Sono regioni che più difficilmente possono essere visitate via terra per le condizioni di viabilità stradale e servizi turistici.

Non ci recheremo in territori inesplorati ma avremo la possibilità di osservare persone, gesti, spezzoni di quotidianità, riti, architetture, piccole cose fatte di odori sensazioni rumori con cui avere contatti, seppur fugaci, che non sono edulcorati dalla presenza del turismo massificato come in altre regioni indiane. Piccoli privilegi che apprezzeremo solo se troveremo nella normalità delle architetture, della vita nei suoi aspetti pubblici e di tutti gli altri che avvicineremo, elementi che possano coinvolgerci emotivamente.

In fondo, pensandoci bene, da questo punto di vista il viaggio è un po’ “rischioso”.

Durante le soste nelle varie località, come già rilevato, non visiteremo luoghi famosi, non riconosceremo monumenti notati su riviste specializzate, non fotograferemo templi maestosi che ci siano già familiari prima di esserci stati. Sarà sufficientemente interessante farlo?

 

La Sukapha è stata costruita circa 11 anni fa migliorando alcune caratteristiche e ottimizzando gli spazi della “sorella” più anziana, la “Charaidew”.

Le dimensioni della “Sukapha”, circa 40 metri per 10, ne fanno il mezzo più adatto per navigare sul fiume. Offre solo 12 cabine (11 per i passeggeri) tutte poste nel ponte superiore e misurano circa 4X3 metri. Hanno bagno privato, aria condizionata, prese per caricare apparecchi elettrici, due letti, poltroncine accanto all’ampia finestra. In questo modo (oltre che dal sundeck, il ponte più alto, dal salone e dal ristorante) si può osservare quanto scorre fuori standosene comodamente nella propria cabina, da cui si ha vista direttamente sull’esterno.

La “Sukapha” è strutturata con un ponte più basso, “main deck”, in cui è il ristorante. Al secondo piano, “upper deck”, oltre alle cabine vi è un salone bar con grandi aperture finestra. Il confort nel ristorante e nel salone è garantito anche dall’aria condizionata. Nel ponte più alto, “sundeck”, c’è una vasta area in parte coperta dedicata al relax con poltroncine e “sunloungers”.

Legno e vimini caratterizzano l’arredo delle stanze e delle aree comuni.

Bar e ristorante servono bevande anche alcoliche, a differenza di quanto succede in altri tratti del Gange per le restrizioni introdotte dalle autorità locali. I pasti prevedono piatti indiani e “occidentali”, ma non aspettiamoci manicaretti. In ogni caso useremo le cautele consuete per le verdure, cibi non ben cotti, bevande...

Normalmente l’approvvigionamento delle verdure fresche avviene durante le varie soste, mentre le carni sono acquistate prima a Calcutta.

Il Cruise Manager e il personale sono affabili, non solo per la prevista gratificazione. Gli spazi privati e comuni sono in grado di ospitare adeguatamente il nostro gruppo che può essere composto al massimo da 20 o 22 persone.

L’equipaggio, 28 uomini, è composto dal Cruiser Manager, 9 addetti alla navigazione, 1 massaggiatore (potrebbe non possedere una “mano da fata”), 4 in cucina, 10 per servizi vari (camerieri, addetti alle pulizie, barista….), 2 stagisti, 1 guida locale. (Quest’ultima, accompagna i gruppi di vari paesi che normalmente non hanno una propria guida durante le escursioni a terra. Non parla italiano ma noi potremo contare anche sulla nostra guida che ci farà da interprete).

Non si segnala particolare presenza di zanzare durante la navigazione, mentre potrebbero essercene nelle soste. Comunque non provocano in genere grossi problemi, ma solo quelli risolvibili con normali accortezze e repellenti.

Il periodo da noi scelto presenta un buon clima e coincide con l’alta stagione turistica, come denotano i prezzi pubblicati sul sito della compagnia di navigazione “ABN”.

Il percorso per vie d’acqua a favore di corrente, dal 25 gennaio al 1 febbraio, ci porterà a Calcutta seguendo a favore di corrente gli infiniti contorcimenti della via d’acqua.

Il nostro itinerario si snoda attraverso Farakka, Gaur, Mayaban, Jangipur, Baranagar, Hazarduari, Murshidabad, Khushbagh, Plassey, Katwa, Matiari, Mayapur, Kalna, Chinsura, Chandernagore, Barrackpore, sbarcando l’ottavo giorno a Calcutta.

È un modo certo diverso di rapportarsi col fiume e con la vita che si svolge lungo le sue rive, che gli amanti dello scatto fotografico potranno apprezzare particolarmente, anche per la “velocità” di navigazione.

L’accompagnatore concorderà con il capitano soste e visite lungo l’itinerario, compatibilmente con le specifiche condizioni ambientali e del fiume. Il suo stato e livello, che appureremo quotidianamente in loco ce ne suggeriranno il modo più opportuno.

A volte l’attracco potrebbe essere reso difficoltoso da un livello delle acque inadeguato (o da altri aspetti ora non noti). Normalmente in questo periodo ciò non dovrebbe riscontrarsi. Nel caso, potremo utilizzare un’imbarcazione più piccola per sbarcare o sceglieremo di sostare in località diverse.

Ogni volta che si sbarca ci sono dei mezzi (anche senza aria condizionata), per andare nelle vicinanze dei luoghi da visitare ed è possibile che si debbano percorrere tratti a piedi di diversa lunghezza. Di volta in volta, secondo il punto di possibile attracco, sarà indicato il tipo di percorso esistente.

In genere i posti non turisticizzati in cui ci si ferma sono assolutamente “normali”, piccoli agglomerati in cui il nostro passaggio è accolto dai locali spesso con curiosità.

Durante la navigazione l’India scorre a sinistra e destra con quella distesa attenzione che solo l’andare per via d’acqua consente.

I trasferimenti da una località all’altra ci vedranno comodamente impegnati in un “relax contemplativo” per seguire le sponde che accompagnano il nostro andare. Potremo intuire il forte legame del fiume con la vita quotidiana che osserveremo dal parapetto della barca e durante le soste. Dove abbiamo previsto di fermarci vivono persone di varie etnie che, pur interessate da uno sviluppo verso un modello che sembra ineludibile in ogni parte del mondo, permettono di costatare come ancora oggi esistano modi di vita molto distanti dalla nostra, e anche fra loro.

È l’occasione per un “rapporto ravvicinato” con facce non ancora pienamente coinvolte nel processo evolutivo di questa regione asiatica. Si ripropone pure il solito dilemma sul come e sull’opportunità di questi contatti, che in genere non risultano invadenti solo se la situazione specifica è caratterizzata dall’aver perduto, in tutto o in parte, la sua “verginità originaria”. Molto però dipende dal modo con cui sapremo rapportarci con le varie realtà.

(Occorre però aver realisticamente presente che per quanto si sia sensibili, disponibili verso “l’altro”, e persino “relativisti”, in genere il rapporto con le diversità non riesce a entrare, non sempre per motivi di tempo, nelle specificità delle realtà attraversate. Nonostante ciò, tutti noi, siamo tentati di emettere giudizi che spesso sono essenzialmente conferme di ciò che presupponevamo. Potrà sembrare strano, ma un viaggio potrebbe essere più produttivo, da tale punto di vista, se invece di tornare con rassicuranti “conferme”, potessimo “appesantirci” con nuove domande).

 

Indichiamo l’itinerario schematico quotidiano, i luoghi in cui sostiamo, le visite previste per dare idea generale dell’andamento di questo tratto fluviale dell’itinerario.

Durante le giornate ci possono essere occasioni in cui si sta a bordo senza navigare. Ciò potrebbe succedere per impossibilità di navigare, inopportunità di scendere a terra, avere tempo in più in base alle effettive condizioni di navigazione. Come evidenziato, queste stabiliranno concretamente l’andamento delle giornate.

A costo di essere eccessivamente ripetitivi, sottolineiamo ancora le necessità di adattabilità alle condizioni descritte o altre che potrebbero emergere senza preavviso. Quindi, siccome il viaggio deve essere anche “rilassatezza”, chi pensi che le eventuali soddisfazioni ricavabili dall’esperienza possano essere inferiori ai sicuri disagi cui si sarà sottoposti (imprevisti, visite ritenute di scarsa soddisfazione, annullamenti di visite, informazioni culturali scarse rispetto ad altre situazioni, qualità della barca, navigazioni troppo lunghe o soste in barca senza apparente motivo, pasti monotoni, noia, guide non all’altezza e quant’altro…), è bene non prenda in considerazione questo viaggio.

 

Normalmente, già dalle 6,30 è possibile bere un caffè e assaggiare qualche biscotto nel saloon e circa un’ora dopo consumare la colazione. Alle 19 ci si incontra, sempre nel saloon, per informare circa il programma dell’indomani, concordato tra manager cruise e accompagnatore. Cena alle 19,30. Dopo cena, caffè e tè nel saloon.

Ovviamente, i pasti sono previsti in modo da non ostacolare lo svolgimento del programma.

Per sbarcare dove ci attendono i mezzi per raggiungere le varie località da visitare (a volte sono tanto vicine da andarci a piedi), usiamo la tender boat che segue la Sukapha.

In ogni caso, a qualsiasi ora si faccia colazione, suggeriamo di non andare al ristorante all’ultimo momento per godere anche di queste prime fasi delle giornate in barca, con rilassatezza. Anzi, ancor prima della colazione un salto sul ponte più alto senza la presenza di molti altri passeggeri, può essere un buon modo per iniziare la giornata.

 

Oggi approcciamo un pezzo d’India incontrando memorie storiche islamiche.

(Ricordarsi di portare il passaporto perché in questa occasione potrebbe essere utile).

Sbarco e auto per andare nella zona di Gaur, una trentina di chilometri a nord est. (Questa trentina di chilometri non prevede un tempo di percorrenza di trenta chilometri).

Nell’area non rimane quasi nulla del periodo tra il VII e XII secolo caratterizzato da culture e domini prima induisti e poi buddhisti. Vi sono invece segni non trascurabili di ciò che hanno prodotto nei trecento anni successivi i mussulmani.

I resti sparsi nella regione di Pandua dove si trova Gaur non rimandano a immagini già note di stili legati a forme e colori tipici delle architetture islamiche. Le strutture, alcune delle quali ben conservate, presentano spesso nei materiali e decori caratteri che contrastano i classici edifici adibiti a madrase o moschee in altre regioni del mondo e nella stessa India.

La Moschea Tantipara, e quelle di Baradwari, Adina, Qadam Rasul, Lattan e Chamkati, oltre alla Tomba di Fath Khan e al Mausoleo di Eklakhi sono nel nostro itinerario. Presentano sale, navate, corridoi, ingressi, parti di fortezze, archi, residui di piastrelle colorate, cupole, memorie di grandiosità sacre che propongono persino la suggestione di un’impronta del Profeta.

Lo scenario che circonda tali monumenti è rurale con diffusi rettangoli di terre allagate per farne risaie. Le strade che li attraversano non sono però così attraenti. Offrono la possibilità di uno slalom tra buche da scansare che fanno invidia a quelle romane.

In precedenza abbiamo elencato vestigia presenti in quest’area, con l’ovvia avvertenza che non necessariamente saremo in grado di recarci in tutte, ma solo in quelle più interessanti consentite dal tempo a disposizione e dallo stato della transitabilità. In ogni caso il bilancio della giornata sarà soddisfacente anche senza aver piantato tutte le bandierine nei luoghi descritti.

Nel pomeriggio rientriamo in barca. Occorreranno circa 2,5 ore perché intanto la Sukapha si sarà spostata più a sud di una cinquantina di chilometri, a Jangipur.

Navigazione sino a Baranagar.

Pranzo nel ristorante dell’Hotel Mayaban durante le escursioni e cena in barca.

 

Si sbarca per passeggiare nel villaggio di Baranagar. È un piccolo centro ma racchiude alcuni templi con caratteristiche non comuni.  Sembrano essere stati realizzati proporzionandoli alla grandezza del luogo che li ospita. Graziosi, solidi ma quasi miniature, finemente decorati.

Nel XVIII secolo, Rani Bhabani un ricco possidente terriero, li fece edificare in mattoni e ancora adesso rappresentano una significativa espressione dell’arte in terracotta. I mattoni sono stati messi in opera e sagomati producendo facciate ornate anche da lavori in gesso. Le estese decorazioni esterne disegnano scene di tradizioni epiche indiane incluso il “Ramayana*”.

Quattro sono i monumenti rilevanti. Bhabaniswara, Char Bangla, Jod Bangla e Rajrajeshwari formano un complesso di templi affacciati l’uno all’altro. Condividono uno spazio dal centro del quale la vista può soffermarsi a guardare, circondati a 360°, da opere tra le più interessanti dello stile che prende nome dalla regione in cui siamo. Tre arcate  limitano facciate d’ingresso su cui ci soffermeremo per osservarne intensi lavori che rappresentano animali trainanti carri, divinità che la fantasia degli artisti ha reso a volte non riconoscibili, simbolismi vari, deità con tante teste e tantissime braccia, cavalieri, svastiche**, arcieri, esseri metà umani e metà animali, personaggi insigni su portantine elefanti cammelli, e quant’altre immagini il costruttore avesse interesse e piacere a tramandare per proporre nel tempo sé stesso e la tradizione.

Dopo il rientro sulla barca si naviga per arrivare vicino a Murshidabad. Qui, camminando un poco, si trova il Palazzo Museo di Hazarduari ex residenza del vicerè. Imponente, introdotto da una scala che ne accentua l’importanza, è stato costruito nella prima metà del XIX secolo. Tutto pare essere stato realizzato all’insegna del mega. Enorme facciata, massicce colonne, oltre cento stanze, il lampadario donato dalla regina Vittoria che si dice sia il più grande al mondo dopo, obviously, quello di Buckingham Palace. Lo stesso termine, Hazarduari, indica palazzo con mille porte. Non è detto che siano effettivamente così numerose, ma pare assodato che cento di queste siano false per confondere le idee e rendere più difficile la fuga di eventuali ladri. Ora il palazzo è un museo che conserva antichità, mobili, pitture.

Ritorno in barca per il pranzo, probabilmente più tardo del solito.

Subito dopo si prendono veicoli per andare nella Moschea Katra sempre intorno a Murshidabad. Vi si trova la tomba di Murshid Khan che trasferì qui nel 1705 la capitale della regione bengalese. Architetture originali e possenti.

Nel pomeriggio saremo ancora sulla Sukapha.

Cena.

 

*Ramayana. È una famosa storia, la più diffusa nella tradizione culturale indiana. Narra di una tormentata, non potrebbe essere altrimenti, vicenda d’amore tra l’eroico Rama e Sita, dea anche dell’agricoltura, contro il cattivo demone Ravana. Indovinate chi vince? Sita è il personaggio femminile principale del poema epico e causa del conflitto tra Rama e Ravana, un principe del male suo rivale in amore che proviene da Ceylon. Ramana è sconfitto e sorte migliore non tocca a suo fratello Kumbhkarna e al figlio di questi Meghnath.

Più in generale l’opera rappresenta la sempiterna lotta tra il bene e il male.

È però interessante notare che Rama è parte di una sorta di “scala evoluzionistica sacra” che potrebbe essere curiosamente collegata alle teorie darwiniane. Secondo la tradizione, infatti, a Vishnu sono attribuite dieci reincarnazioni, “avatar”, la prima delle quali è il pesce e, in un “crescendo evoluzionista darwiniano” finiscono con Buddha, la nona. In questo modo l’Induismo è riuscito a smorzare e quasi annullare la forza rinnovatrice del Buddhismo nato come contrapposizione ad alcune storture dell’Induismo stesso, inglobando il personaggio sacro nella filosofia indù.  La decima reincarnazione deve per fortuna ancora verificarsi perché legata alla fine del mondo come si presenta oggi.

 

**La Svastica. Il termine deriva dal sanscrito ed ha un significato beneaugurante e di benvenuto per induisti, buddisti e jainisti. È simbolo usato sin dalla più remota antichità in varie parti del mondo e da culture assai diverse fra loro. Se ne sono trovate tracce addirittura in tombe etrusche ed è adottato oggi dalla setta cinese “Falung Gong”. La croce uncinata può essere rappresentata con gli uncini,”rebbi”, rivolti verso destra o sinistra. Quello più diffuso nell’iconografia religiosa li prevede orientati a sinistra. Secondo interpretazioni molto diffuse rappresenta il disco solare o una ruota, e indica anche l’eterno scorrere degli eventi.

Il nazismo ne fece la sua bandiera, con i rebbi che ruotano in senso orario, anche se non tutti concordano su uno stretto legame con la tradizione indù. Secondo alcuni, però, il rapporto esisterebbe e andrebbe individuato nel bisogno che Hitler aveva di darsi una legittimazione culturale, allacciandosi ad una memoria storica che interpreta la svastica come simbolo di vita eterna e di predominio perenne della razza ariana.

 

Sbarco e camminata per arrivare a Khushbagh. Un poco pomposamente il nome significa “giardino della felicità”. È un ampio parco che custodisce le tombe di Siraj-ud-Daulah e della sua famiglia. Fu un importante personaggio, ultimo Nawab of Bengal, “nababbo regnante del Bengala”. Governò su Bengala Bihar e Orissa prima che sull’India iniziasse il dominio colonialista della British East India Company. Morì a 22 anni nel 1757 e fu sepolto in questa struttura con tratti tipicamente moghul.

Di nuovo a bordo per navigare un poco e arrivare nei pressi di Plassey.

Pranzo e auto per una decina di minuti.

Camminiamo nell’area di Plassey famosa per la sconfitta del nababbo ad opera del barone Clive primo governatore del Bengala. La battaglia è il risultato dei contrasti tra Gran Bretagna e Francia per i possedimenti coloniali in India, soprattutto durante la Guerra dei Sette Anni combattuta in Europa ma anche in Asia. Dopo questo evento la Gran Bretagna estromise quasi completamente la Francia, con cui era alleato Siraj-ud-Daulah, dal territorio indiano.

Dopo il nostro imbarco verso le 16 la barca si muove per arrivare a Katwa dove si attracca per il pernottamento.

 

La Sukapha inizia a navigare presto per arrivare a Matiari. Da tempo, qui sono specializzati nella lavorazione dell’ottone. Noi osserveremo il tradizionale processo di produzione di oggetti in questo materiale, in particolare dei contenitori per l’acqua.

Riprendiamo la barca che continua a sfruttare la corrente.

Dopo il pranzo ci fermiamo a Mayapur e camminiamo un poco per entrare nel complesso dell’ISKCON International Society for Krishna Consciousness, Associazione Internazionale per la Coscienza di Krishna. Si tratta di un centro religioso degli Hare Krishna*. La sacralità del luogo necessita che nell’edificio principale non si entri con pantaloni corti o canottiere né si introducano macchine fotografiche.

Cupole, decori architettonici con forme di grandi foglie di loto, uso del bianco marrone dorature, specchi d’acqua, palme, statue, fiori, preghiere, danze, atmosfere religiose. Ma non mancano neppure voci sul carattere eccessivamente commerciale, secondo alcuni addirittura con aspetti coercitivi, delle attività che vi si svolgono. Ciò, però, non pare frenare i flussi di pellegrini e visitatori che trovano ospitalità nelle strutture appositamente create per seguire le ritualità degli Hare Krishna.

 

*Non ho conoscenza diretta della Fabbrica di San Pietro ma l’ho sempre immaginata come un’impresa che impegnava tanti uomini a sudare e sbraitare, intenti a realizzare impalcature. E macchine di ogni tipo per sagomare e spostare sollevare collocare materiali, costruire muri, tagliare e lucidare marmi, predisporre sostegni per innalzare anello dopo anello le cupole e volte, e altri uomini meno manovali gridare ordini e studiare fogli con segni geometrici. È però questa la confusa coinvolgente scena che mi sono trovato di fronte quando quasi casualmente sono venuto la prima volta a Mayapur da Calcutta.

L’ ISKCON fu fondata nel 1966 e incentra la sua attività sull’adorazione di Krishna. La stima dei numeri di loro templi e di fedeli/adepti varia secondo la vicinanza a questa forma di religiosità. Probabilmente sono meno di quelli dichiarati ufficialmente, ma chi non ha mai incontrato un piccolo corteo o singoli praticanti vestiti di arancione che propongono letture o corsi di cucina vegetariana? A volte sono stati confusi o collegati a proto/dardo hippy e persino agli indiani metropolitani.

In realtà però scarsa è la conoscenza della loro dottrina e agire quotidiano. Spesso non sappiamo neppure se devono essere intesi come seguaci di una religione o setta. Non si è neppure certi che il rapporto con le loro credenze sia risultato di una scelta libera e cosciente o asservimento a un credo indiscutibile che, una volta abbracciato, non ammetta assolutamente l’uso della ragione. Alcuni critici affermano che nella loro pratica religiosa e nel vivere d’ogni giorno siano fortemente indotti a pensare il meno possibile, perché le linee guida del loro essere e le certezze di vita terrena e non derivino esclusivamente dall’accettazione senza riserve degli insegnamenti del fondatore.

In ogni caso, si considerano eredi di una forma di induismo cresciuta nel XVI secolo, anche se ne hanno rivisto abbondantemente i principi ispiratori. Ne è riprova il fatto che il Krishna cui loro fanno riferimento non è una delle incarnazioni di Vishnu, ma una divinità con una propria spiccata autonomia. Un’entità unica onnisciente e onnipotente, non legata alla Trimurti né emanazione di uno dei suoi componenti. 

La loro filosofia si basa essenzialmente sull’evitare di contagiarsi col mondo sensoriale materiale, e purificarsi per cercare di acquistare quella natura spirituale non corporea che consenta di ricongiungersi con Krishna. Il mezzo per raggiungere l’obiettivo è rinunciare allo stile di vita, amicizie, alimentazione, letture, precedenti il momento in cui hanno deciso di abbracciare senza riserve questa forma di religiosità. Si impegnano perciò a recitare mantra, rifiutare di pensare e ragionare per seguire pedissequamente gli insegnamenti dei maestri in materia di pensiero alimentazione sessualità isolamento… Uno stato di asservimento a principi rigidi che fa parlare alcuni di totale annullamento della personalità, “lavaggio del cervello”, obbedienza cieca. Per i fedeli/adepti, invece, si tratta di una forma di completa dedizione al bene dell’umanità che consente il congiungersi alla purezza immateriale di Krishna.

 

Nel pomeriggio la barca ci riceve per portarci in serata a Kalna dove si ormeggia per la notte.

 

Scendiamo a Kalna. Saliamo su risciò elettrici che ci portano in un complesso di templi in terracotta. Originali edifici con numerose cupole, tempietti, elaborati decori, scene sacre e rappresentazioni animali e umane, ornano un luogo che non a caso è noto anche come Città dei templi e Città di terracotta.  Anche l’ambiente verde in cui sono inseriti e la particolarità delle forme accentuano l’interesse della visita specie a quella dei “108 santuari”.

Prima del pranzo si fa ritorno alla Sukapha che continua a muoversi a favore di corrente verso Chinsura. (Il posto doveva essere di rilevo visto che nel 1825 gli olandesi lasciarono agli inglesi il controllo di questa città in cambio di Sumatra, in quel tempo possedimento inglese).

Nel pomeriggio, nell’area della città di Hooghly, conosciamo l’Imambara. (Luogo sacro o tomba realizzata per un santo uomo musulmano seguace dello sciismo). Se è ancora accessibile al pubblico saliremo sulla torre per la vista sul vicino fiume. Si tratta di una duplice torre perché contiene due scale realizzate per consentire a uomini e donne di salire separatamente. Le strutture risalgono al 1836 e sono evidenti anche architettonicamente i riferimenti al filone sciita dell’islam. Una vasca centrale attorniata da una sorta di porticato con arcate a due livelli, dominate dal doppio torrione, costituiscono le caratteristiche principali di questa struttura, anch’essa diversa dalle solite rappresentazioni islamiche. Un aspetto decadente ma non sciatto, che offre immagini di solidità pur scarna.

L’ultimo tratto di oggi in barca ci porta a Chandernagore, da cui si sente già l’odore di Kolkata.

 

 

L’ultimo giorno di permanenza in barca non prevede le soste più interessanti, ma propone per motivi logistici quanto c’è nelle vicinanze di Calcutta.

Sbarchiamo a Chandarnagore per andare prima alla Chiesa del Sacro Cuore realizzata nel XVIII secolo, che si trova nel centro sulla via parallela a quella del fiume. Vi entreremo per una breve visita. Non è detto, invece, che si possa accedere nel palazzo che ospita il Centro Culturale. Il Palazzo, noto come Museo Dupleix che prende il nome da un governatore francese della città, è un edificio risalente a circa tre secoli fa. È a pochi metri dalla chiesa proprio sulla Strand Road che costeggia l’Hoogly River e conserva monete del periodo moghul, dipinti, oggettistica dei secoli XVIII e XIX.

Rientro in barca e navigazione verso Barrackpore dove scendiamo dopo il pranzo.

Non molte sono le sue attrattive ma vi sostiamo il tempo di una passeggiata. Storicamente ha avuto una certa rilevanza perché è stato il luogo da cui sono iniziate varie rivolte contro il dominio coloniale inglese. Si trova poco a nord di Kolkata ed è nota perchè vi si trova la più prestigiosa e antica scuola di formazione di polizia.

Risaliamo in barca dopo circa un’ora per dirigerci verso il Babu Ghat conosciuto anche come Babughat o Babooghat. È un ghat sulle rive del fiume a Calcutta che risale, come tanti altri in India, al periodo di dominazione coloniale del British Raj. È luogo di sbarco e anche di varie attività umane, affollato di viaggiatori e venditori, uomini che trasportano di tutto e gente indaffarata.

Nel pomeriggio si potrà partecipare ad una dimostrazione di cucina per avvicinarsi un poco a quella che per noi è una cucina piccante, (definizione a loro estranea quando non sgradita), che gli indiani considerano solo speziata.

 

Giunge il momento di lasciare la barca. Colazione, e, dopo aver con dispiacere (si spera) salutato e ringraziato l’equipaggio per le attenzioni ricevute, sbarchiamo nel Outram Ghat.

Il nostro volo è in mattinata anche se ad oggi non è ancora stata confermata l’ora esatta. Nel caso avessimo del tempo disponibile potremmo utilizzarlo per aggiungere qualche visita a quelle già svolte a Calcutta. Per esempio nella Casa Madre delle Missionarie della Carità, fondate da Madre Teresa. (La missionaria riceve il Premio Nobel per la Pace nel 1979, muore nel 1997 ed è beatificata nel 2003). Si trova ad un paio di chilometri in linea d’aria dalla Cattedrale di San Paolo. Qui si trova la modesta tomba che conserva i resti della famosa suora, la quale, anche se potrà sembrare strano, non riceve l’apprezzamento di una parte pur minoritaria degli abitanti di Calcutta. Le motivazioni di tali giudizi critici stanno nel suo essere stata contro la contraccezione, aver contribuito ad associare Calcutta soprattutto con un’immagine di povertà e marginalità sociale e, soprattutto, aver fatto si che la città a stragrande maggioranza induista sia identificata con un personaggio cattolico. Oltre ogni altra considerazione (comunque difficili da far emergere) la sostanza è che nessuno ha fatto quanto la suora albanese.

L’ora di arrivo a Varanasi influenzerà il programma del pomeriggio che dovrebbe comunque consentirci di osservare i ghat al tramonto durante le ritualità del Ganga Aarti.

 

Varanasi, dove il Fiume Sacro non è acqua

Varanasi non è solo una città. Non è un posto più o meno affollato, più o meno povero, più o meno pittoresco e colorito in cui vivono e muoiono uomini e donne. Il Gange, ne avremo già avuto riprova, per gli indiani non è solo un fiume. Non è un flusso d’acqua inquinato, grande, navigabile. Varanasi è il Gange, anzi è Ganga, la dea che impersonifica il Gange.

Varanasi non è terra e il fiume sacro non è acqua.

Varanasi è la terra di Shiva, il più potente fra gli dei indù*. Il Gange feconda Varanasi ed insieme costruiscono quello spazio in cui terra e cielo si incontrano, per dare, come oramai noto, la possibilità agli indiani che decidono di venire qui a morire, di acquisire la moksha.

Date queste premesse, come stupirsi che si lavino e bevano sorsi d’acque assolutamente malsane? Che importanza può avere sapere che nel Gange vi sia una presenza di batteri fecali coliformi, oltre tremila volte quella compatibile con la possibilità di immergersi senza rischio per la salute?

Varanasi è eccessiva, coinvolgente, caotica. È la “città della morte” perché è il posto più ricercato in cui morire. Ma, è anche un “luogo celeste”. Non a caso in passato si chiamava, oltre a Benares, anche Kashi che vuol dire “Città della Vita”.

Oggi è Varanasi, nome che deriva dall’unione di due fiumi che proprio qui si fondono col Gange, Varuna e Asi.

Varanasi, che Mark Twain definisce “più antica della storia”, in realtà non ha memorie tanto antiche quanto il suo prestigio spirituale farebbe pensare. È solo nell’VIII secolo che la città di Shiva diviene davvero importante grazie ad un riformatore induista, Shankaracharya, che fa di Shiva la principale divinità religiosa. Ciò però non servì a salvarla dalle distruzioni islamiche degli Afghani nel XIV secolo e poi da Aurangzeb, controverso regnante moghul del XVII secolo, figlio del costruttore del Taj Mahal. Ciò che si vede oggi risale per la maggior parte ad un paio di secoli fa. Ma, non si viene a Varanasi soprattutto per ammirare antichità, anche se non mancano monumenti e templi.

(Il caotico scorrere del traffico potrebbe non consentire le visite indicate perché in certe ore del giorno sono decisi blocchi della circolazione, anche senza preavviso).

Nel tardo pomeriggio/sera abbiamo un’escursione in barca per osservare, stando nel mezzo del Gange, quanto si svolge sui ghat. (È probabile che, visto il traffico, si debba percorrere un tratto a piedi per arrivare alle sponde).

 

Un viaggio per “Vie d’Acqua nell’India del Gange” non può che approfittare di ogni occasione per avvicinarsi ai fiumi, al Fiume, per cercare di coglierne più aspetti possibili. Noi lo faremo camminando sulle rive ma anche osservandole navigando la sera e all’alba.

Sulle piccole barche l’acqua a volte amplifica i rumori che provengono dalla riva. Parole, preghiere, suoni, voci, addirittura gli odori sembrano poter giungere sino a noi, e noteremo i piccoli chiarori e bagliori che indicano fuochi di pire o più modesti lumicini.

Verso l’ora del tramonto, in tutti i luoghi in cui scorra acqua ritenuta sacra, si svolge il “Ganga Aarti”. Consiste in tante piccole ritualità che ogni individuo, non solo l’induista*, può compiere in qualsiasi punto sulla riva semplicemente rivolgendo un pensiero, una parola, una preghiera alla Grande Madre Gange. Spesso accendono candele poggiandole su una base di foglie per farle galleggiare sulle acque che di notte non appaiono tanto nere quanto sono.  Come altrove, non si tratta di un evento memorabile, ma di semplici gesti che però introducono nel clima che ci si aspetta di trovare in questa città.  (Per questo, volutamente, anche se può apparire ripetitivo riproponiamo alcuni aspetti perché sono centrali nella religiosità degli indiani, ogni giorno, in ogni luogo).

 

*Indù è il termine che indica l’abitante dell’India non islamico, ciò che è relativo agli indù alla loro religione e civiltà. Induismo si riferisce al movimento religioso. Induista è il seguace dell’Induismo.

 

Pranzo: se il volo lo permette andremo in ristorante, oppure leggero lunch-box.

Cena in hotel. La cena potrà essere prevista prima o dopo il giro in barca.

 

Nota importante: per evitare di portare tutti i bagagli nel campo tendato ad Allahabad dove si pernotterà tre notti da domani, si può approntarne uno più piccolo con l’occorrente. La valigia può restare in hotel ed essere di nuovo disponibile a Varanasi.

 

Secondo le condizioni che riscontreremo in loco, decideremo se trascorre a Varanasi tutta la mattinata e come impegnare il tempo a disposizione. Per ora prevediamo di andare presto in barca sul Gange. (Potremmo anche scegliere di farlo quando rientreremo a Varanasi).

All’alba saremo di nuovo ad osservare uomini e donne sui ghat.

I ghat sono il centro della vita non solo spirituale specie di questa città. Ve ne sono tantissimi che sbucano dai vicoli di Varanasi, per arrivare sino alle non chiare e fresche ma sacre acque sulla sponda occidentale del Gange. Si trovano tra i punti di confluenza del Varuna, che incontra il Gange a nord, e del più piccolo Asi che si getta a sud.

Riti funebri, offerte, abluzioni, semplice bucato, preghiere, cataste di legna pronte per essere date alle fiamme, corpi coperti di sari in attesa vicino l’acqua, intoccabili che svolgono il lavoro più ingrato di accudire i cadaveri e lavarli, pulire dai resti le piattaforme su cui bruciano legna e corpi, gente che fa yoga, altri che si fanno massaggiare, mendicanti, templi di varie dimensioni e ritualità religiose, piccoli cortei funebri che si arrestano al limitare dell’acqua osservando i corpi dei loro cari che vengono immersi nella Grande Madre per la purificazione finale, facciate di palazzi nobiliari anche in rovina, barelle che trasportano cadaveri coperti da veli coloratissimi, odori, grandi cumuli di diverso legname per poterne scegliere la qualità in base alle risorse economiche e bilance per pesarne la quantità opportuna a ridurre un corpo in cenere, fotografi spesso invadenti, olezzi, gente che guarda con interesse le cremazioni e altri che proprio accanto si fanno lo shampoo o lavano i denti...

(Volutamente associamo aspetti tanto contrastanti, proprio come si presentano nella loro quotidianità).

Giorno e notte, all’alba e al tramonto, sempre qualcuno veglia dorme muore spera di abbandonare definitivamente questa “valle di lacrime”.

Rientro in hotel per la colazione.

Il resto della mattinata potremo dedicarlo a qualche ora di relax, massaggi o pratiche ayurvediche* in hotel, o ad una passeggiata lungo i ghat per attraversarli e osservarli da vicino.

La città è il cuore, ma anche l’anima e il corpo, la materialità e l’acqua di tutto l’universo indù, e camminare tra i ghat, non necessariamente fotografando, è un’esperienza.

È un viaggio tra le gestualità quotidiane e riti di chi vi si rechi per pulire gli indumenti o mondarsi dai peccati, cercando la morte a contatto con quel liquido che facilita la “moksha”, la fine del “samsara”.

Dopo il pranzo in hotel, partenza per Allahabad dove arriveremo in serata.

 

È l’occasione in cui sarà inutile chiedere all’autista a che ora il nostro bus ci porterà a destinazione. Per avere una risposta attendibile bisognerebbe chiederlo a tutti quelli, crediamo tantissimi, che andranno nella nostra stessa direzione.

Solitamente, è possibile percorrere i 120 Km in circa 3 ore ma, considerata la concomitanza con l’evento, si presuppone un traffico assai intenso, che potrà rendere necessarie più ore del previsto.

(In ogni caso, anche in assenza di condizioni straordinarie come questa, il traffico in India è sempre assai intenso, come si desume anche dal fatto che normalmente occorrano circa 3 ore per 120 chilometri).

Letture, le parole della nostra guida e accompagnatore, musica nelle orecchie, qualche momento sonnacchioso, osservare ciò che proiettano fuori del finestrino, molta pazienza, consentiranno di arrivare. Prima o poi. L’unico aspetto certo è che ritardi e eccessi di traffico faranno parte del nostro itinerario.

Si va decisamente verso ovest, percorrendo la AH1, a meno che le condizioni riscontrabili quel giorno non consiglino altro itinerario.

Giunti ad Allahabad, il nostro bus si avvicinerà il più possibile all’area col campo tendato, anche se occorrerà camminare per arrivarvi e la distanza da percorrere a piedi dipenderà dalle condizioni di traffico presenti in loco. Sarà un utile allenamento per i giorni successivi. Infatti, la presenza di tante migliaia di persone non consente il transito di auto, e gli spostamenti in andata e ritorno dal campo sino ai luoghi in cui si svolgono le ritualità sono previsti a piedi, con percorrenze che possono essere anche di un’ora circa.

 

Stiamo tre giorni in un campo tendato e consumiamo i pasti in una tenda-ristorante a disposizione solo dei nostri gruppi, fruendo di tende   con più ambienti, veri letti, lenzuola, coperte, bagno privato, doccia, veranda, elettricità…

Qui incontriamo gli altri gruppi giunti con itinerari diversi. Ovviamente, ognuno continua ad avere autonomia nella gestione delle giornate, tranne i momenti dei pasti, anche nelle ore non dedicate al Kumbh Mela. Vi sono, infatti, aspetti di Allahabad da conoscere durante l’eventuale tempo non riservato alle ritualità.

La città sacra è schematicamente caratterizzata dal più recente Civil Lines, un quartiere con viali, edifici anche coloniali, ristoranti e negozi moderni, e dalla città vecchia, Chowk, di cui segnaliamo alcuni punti di interesse.

Il massiccio Forte di Akbar, costruito dall’omonimo imperatore della dinastia Moghul nel XVI secolo sulle rive dello Yamuna, è interdetto al pubblico essendo sede militare. Solo il Patalpuiru Temple è a volte accessibile. L’Anand Bhavan e lo Swara Bhavan, richiamano invece memorie della potente famiglia Nehru. Il Khusru Bagh, un parco con edifici e tombe del periodo moghul legate alla storia del Taj Mahal.

Sono tutti luoghi e architetture nella zona a nord dello Yamuna.

 

*Ayurveda risulta dalla commistione di due termini sanscriti che indicano vita - “ayu” - e conoscenza - “veda” -. Si tratta di una “medicina” praticata da oltre duemila anni, i cui princìpi si basano sulla considerazione che la vita sotto ogni forma e il mondo nella sua interezza abbiano un proprio intimo equilibrio. I guai per le persone, le “malattie”, deriverebbero dalla rottura di questo equilibrio. Il suo ripristino fornisce nuovamente la condizione positiva a chi l’abbia persa. Da questo punto di vista generale non si è molto distanti da altre tradizioni come la “geomanzia” praticata in Vietnam, di derivazione cinese.

Nel caso specifico, il ritorno allo stato di equilibrio corpo-mente con l’ayurvedica si può ottenere mediante l’intervento congiunto di purificazione interna e massaggi. Erbe e oli sono tra gli strumenti adatti per raggiungere, od avvicinarsi, allo scopo.

È vero che, come altri aspetti della cultura tipica indiana quali yoga o kamasutra, la traduzione occidentale tende troppo spesso a coglierne più gli aspetti esterni, folcloristici, fisici e “goderecci”, che quelli legati al loro inestricabile complesso connubio material-spirituale-psico-fisico. In realtà queste pratiche necessiterebbero non solo di starsene “semplicemente sdraiati a pancia in giù”, ma particolari diete, esercizi respiratori ginnici e di meditazione. Però, è altrettanto vero che anche nelle forme meno impegnative se ne possa ricavare una reale soddisfazione persino in alcuni hotel, se si ha sufficiente tempo.

I Veda sono scritture sacre induiste, inni in sanscrito raccolti nel corso del secondo millennio a.C. la cui origine temporale non è però ben nota.

 

Pranzo in hotel a Varanasi o, secondo ciò che riscontreremo lì, leggero lunch box. 

Cena al campo di Allahabad. (Solo piatti vegetariani e divieto di alcolici).

 

Esempi di interni ed esterni delle nostre tende nell’ultimo Kumbh Mela. Ad Allahabad saranno simili

 

 

 

Il possesso del Nettare dell’Immortalità, in sanscrito Amrita, fu motivo di lotta fra le forze del bene e del male, dei e demoni, durata dodici giorni e dodici notti.  Durante lo scontro, dalla Kumbh (urna vaso brocca o coppa) contenente l’Amrita, si dispersero a terra quattro gocce del nettare nei luoghi dove sono sorte le città sacre di Allahabad, Haridwar, Ujjain e Nasik. Qui si svolgono periodicamente feste religiose, Mela, assai partecipate. Ad Allahabad, in particolare, oltre ad altre ricorrenze, ogni sei anni si assiste al raduno di milioni di fedeli per la grande “Festa dell’urna”, in sanscrito Kumbh Mela. I dodici giorni divini di guerra tra dei e demoni corrispondono a dodici anni per gli umani. Sei anni sono la metà di dodici.

Ardh, in sanscrito, indica metà. Per questo ogni sei anni l’incontro religioso è chiamato “Ardh Kumbh Mela”, “Festa di medio termine dell’Urna”.

 

Allahabad è perennemente meta di fedeli che riempiono templi ashram dharamsala centri per la medicina ayurvedica e ghat. Il più famoso ricercato venerato è il Sangam il punto esatto dove, secondo la tradizione, sarebbe caduta una delle quattro gocce.

In questa zona il Gange viene alimentato nella sua portata, ma soprattutto nella sacralità, dalla confluenza dello Yamuna. È proprio da questo connubio tra due dei più venerati fiumi, in assoluto, che nasce il desiderio dei fedeli di accostarsi alle acque, perchè forniscono le condizioni più propizie per liberarsi dalla condanna delle inesauribili reincarnazioni. Se a questi due corsi d’acqua con cui ci si può rapportare fisicamente, si aggiunge la presenza di un terzo mitico fiume sotterraneo invisibile, il Saraswati, quello dell’Illuminazione, si capisce perché tanti milioni di persone si assembrino continuamente ad Allahabad. Ogni giorno, ogni stagione, ogni anno affollano i ghat non solo all’ora del Ganga Aarti, per immergersi nelle sue torbide acque con fede, per ricevere la benedizione della triade induista.

All’imbrunire, sempre, anche qui si celebra il Ganga Aarti, con immersioni e offerte di candele disposte su grandi foglie che galleggiano e seguono la corrente del fiume mentre il sole scende, campanelli rintoccano, si accendono torce, il profumo d’incenso si spande assieme al vocio di preghiere… una cornice idilliaca in un quadro comunque di aspettative “per amore o paura”.

L’acqua del Gange, è limacciosa, a tratti nerastra, appena schiarita da quelle più limpide, ma non per questo più sacre, dello Yamuna.

Vi galleggiano impurità, ma trasporta soprattutto passioni, speranza, ritualità, illusioni.

Una mano, tante mani di uomo o donna, tozze, dita grandi, pelle rugosa o tesa, quasi trasparente, vene sporgenti, affidano all’acqua foglie sagomate a mo’ di barchette che contengono fiori e fiammelle, per farle arrivare dove la corrente deciderà.

La speranza è che il fluire della Madre Gange porti le offerte il più lontano possibile.

Noi abbiamo deciso di fare un viaggio sin qui per seguire con gli occhi quelle fiammelle, assai numerose, infinite in occasione dell’Ardh Kumbh Mela. Coglieremo per lo meno un frammento di quella spiritualità che spinge tutti quegli uomini ad aggrapparsi al Cielo e immergersi nell’Acqua Sacra per sopravvivere su questa Terra dove, per definizione, l’esistenza è sofferenza, anelando la grazia della moksha.

 

Sono passati oltre centoventi anni da quando Mark Twain, dopo aver assistito a un Kumbh Mela, restò tanto impressionato da tale convegno d’anime e corpi, da osservare quanto fosse “meraviglioso che una fede come quella riuscisse a mettere insieme moltitudini e moltitudini di vecchi e giovani, di forti e fragili”, e partecipare a tali viaggi di fede, “sopportandone le difficoltà che ne derivano, senza esitazioni o rimpianti”. Lui non sapeva se lo facessero “per amore o per paura”.

Anche noi potremo fare riflessioni simili e non importa se non capiremo appieno gli impulsi che spingono qui tanti uomini. Ma, anche per noi “tutto sarà oltre l’immaginazione” e ogni cosa ci apparirà “meravigliosa, con un coinvolgimento inimmaginabile, soprattutto per quelli come noi, bianchi e freddi”.

 

Per questi viaggi di “Rendez Vous”, tra le tante possibili facce dell’India noi vi proponiamo di venire nel luogo che ne mostra moltissime. Ogni sei anni l’area di Allahabad per alcune settimane accoglie milioni di fedeli, che superano divisioni di casta, filoni religiosi del vasto panorama induista, aree di provenienza.

Il cuore dei vari itinerari sarà l’Ardh Kumbh Mela. Non è solo occasione di approfondimento per chi già conosca il Subcontinente Indiano. E’ la possibilità di assistere a un incontro religioso assai particolare e visitare altre località degne del nostro interesse.

Sottolineiamo ancora che per avvicinarsi e non essere solo spettatori esterni e distanti da quanto accade, pernottiamo in un campo nell’area al centro degli eventi.

Tra il 3 e 4 febbraio si svolgono i momenti più importanti e partecipati, con processioni, bagni e ritualità che coinvolgono i fedeli giorno e notte. Avremo modo di assorbire quelle atmosfere per entrare un poco nell’intimo vero dell’India che accosta i propri dei e le loro rappresentazioni terrestri, e approfondire con la presenza di esperti, filosofie e ritualità di tale pezzo di mondo. E, forse, riusciremo a capire qualcosa di più su akharas shivaiti e vishnuiti, naga baba e puje e altro di quanto riempia l’immenso mondo gassoso dell’induismo.

 

Ad Allahabad, poco ad ovest di Varanasi, dove il Gange basso e limaccioso riceve le acque più limpide dello Yamuna e quelle meno visibili del fiume sotterraneo dell’Illuminazione, assistiamo all’arrivo di fedeli e sadhu, yogi e maghi, danzatori e asceti, auto e camion, animali e biciclette, pellegrini e risciò, corpi colorati, uomini vestiti di cielo e altri anch’essi più o meno nudi, ipnotizzati, mendicanti, vacche sacre e ricchi uomini, risciò, autobus e malati…

Qui si fondono, confondono, quasi si compenetrano sino ad avvicinarsi all’acqua che redime.

Tutto ciò, uomini, animali e cose che sembrano in moto perpetuo, sempre, giorno e notte, ad Allahabad, in vicinanza dei liquidi sacri, pare che vadano più piano. Le atmosfere che normalmente si vivono in India, che la fanno apparire un fiume in piena, sul fiume vero, quello della Madre Gange, perdono velocità e violenza emotiva, quasi frenate dalla particolare sacralità dell’Ardh Kumbh Mela.

Ma, forse, è proprio Gangadhara, Shiva nelle vesti di colui che porta il Gange, parola non a caso suadente e musicale, a far si che sul Gange l’India si rilassi e della sua carica emotiva si viva un eco più pacato.

Sulle rive, in realtà affollate ammassate pressate caotiche, tutto sembra più dolce e si trova persino la fantasia per sentire l’odore di incenso offerto dai fedeli.

E, pur non esistendo una sola India, quella fecondata dal Gange in quest'occasione, ci appiccica addosso un briciolo di emozione in più di quella che si può assorbire in altri pezzi di mondo e in altre regioni della stessa India.

Allahabad non è uno dei tanti posti in cui gli indiani trovino sacralità. È uno dei quattro luoghi più sacri legati alla tradizione più sentita e vissuta. Ogni sei anni, alternandosi con Haridwar, si ripropone l’Ardh Kumbh Mela, mentre altri eventi minori, Magh Mela, sempre con grande partecipazione e di elevata suggestione, si tengono annualmente nelle quattro città.

I fedeli arrivano sicuri di potersi liberare dai condizionamenti dell'esistenza materiale purificandosi attraverso il bagno. Nelle scritture vediche pare stabilito che, recandosi per almeno tre giorni alla confluenza dei tre fiumi sacri e immergendosi nei momenti più propizi specie durante i Mela più importanti, si ottenga la liberazione dall’interminabile ciclo di morte e rinascita, il samsara.

Qui, l’accavallarsi del vocio e immagini, di colori e suoni, parole e urla, odori e preghiere, disperazioni e speranze, richieste e rassegnazione, invocazioni e delusioni che avremo negli occhi naso e orecchie, ci sbatte addosso, senza mediazioni, i diversi volti di un Paese che, per quanto si frequenti, non consente mai di dire che lo si conosca.

Infatti, per esemplificare, in India qual è il punto di equilibrio individuale, sociale, etico tra il valore della vacca e dell’uomo? Molto difficile per noi individuarlo. A meno di non scoprire che il loro punto di equilibrio stia proprio in ciò che non condividiamo o, a volte, semplicemente non capiamo.

Grandiosa, coinvolgente, eccessiva, gioiosa, caotica, spirituale, incomprensibile, folgorante, ascetica, dolorosa, formicolante, fotogenica, interessante, strumentale, folcloristica, rinunciataria, oppiacea, liberatoria, consolatoria… la scena dell’Ardh Kumbh Mela che attraverseremo, non solo come spettatori che guardano da lontano con un potente tele, ci si offrirà così.

Ricca e contraddittoria.

Lontana da ogni sfumatura di banalità.

Ci sono esperienze che si presentano solo in alcuni luoghi e non frequentemente. Ci sono pochi momenti di esistenza terrena e spirituale che si mescolino in modo così vero trascendentale scenico ed eclatante come nell’Ardh Kumbh Mela.

È una sintesi di quella perenne e onnipresente aspirazione alla spiritualità connessa a teorie e pratiche sconosciute al cristianesimo e più in generale alla morale, alla filosofia e cultura occidentale che tendono a separare nettamente il sacro dal profano, la terra dal cielo, il godimento dalla sofferenza, la vita dalla morte.

Ovviamente anche qui tale palcoscenico di vita reale è pieno di quelle comparse che mostrano anche il folclore di queste forme di religiosità. Venditori di benedizioni e asceti a pagamento, impostori e semplici fumatori di hashish a buon mercato, tardo hippy e figure colorate con tariffe prestabilite per ogni clic, che si mescolano a moltitudini di pellegrini speranzosi e veri uomini di fede, tuttavia nulla tolgono al valore del luogo e dell’evento.

Qui tutto sembra possibile. Il miracolo, la liberazione, non è più occasione straordinaria riservata a pochi, ma quotidianità accessibile a tutti, effetto del carattere popolare, forte e gassoso, universale dell’induismo, capace di coinvolgere in maniera attiva da millenni una moltitudine infinita di indiani.

Ma, pure curiosi e sensibili viaggiatori, che giungono sino a Allahabad armati non solo di macchine fotografiche ma pure dal desiderio di capire.

Almeno un po’.

 

I due giorni sono dedicati ad assistere a eventi di cui non si può dettagliare il programma perché legati a variabili rituali e organizzative non sempre note, o non note in anticipo. (Sembrerà strano, ma anche in queste occasioni intervengono aspetti che influenzano modalità dei riti e la presenza stessa di numeri più o meno consistenti di fedeli, legati alle diverse organizzazioni e filoni religiosi).

Purana, Sole, Luna, Brahma, Shiva, Vishnu, Devi, Asura, Amrita, Gange, Acquario, Panda, credenze tradizionali, allineamenti di astri, saggi cui è demandato il compito di individuare date propizie…

Tutto ciò concorre a complicare, nel senso di arricchire, eventi mai scontati nelle manifestazioni delle forme di fede e nelle loro sequenze temporali. Ma, proprio questo permette che milioni di uomini e donne, speranzosi, sconcertati, penitenti, si mescolino in ritualità individuali e di gruppo per creare la più incredibile, ma vera, scena di immensa eccessiva umana magnifica follia.

E anche a noi, pur non essendo scontato che si diventi diversi dopo aver respirato sotto il cielo indiano, sarà concessa una sentita esperienza, forse non solo visiva.

 

 

Dopo la colazione al campo, riprendiamo il bus per rientrare a Varanasi. (La durata della percorrenza dovrebbe essere più breve di quella dell’andata, ma per prudenza partiremo presto, in relazione al presunto andamento del traffico).

Pranzo durante il trasferimento (in ristorante locale/leggero lunch box), o in hotel a Varanasi dove, in ogni caso, dovremmo essere per l’ora di cena.

Tra oggi pomeriggio e domani mattina ne completiamo le visite.

Il Tempio d’Oro. Informiamo che, dopo ripetute esperienze negative, preferiamo evitare le lunghe file, le strette misure di sicurezza e i minuziosi controlli operati dai tanti militari a difesa del luogo, dover lasciare ogni oggetto inclusi i cellulari in un deposito, solo per avere accesso all’esterno del tempio perché l’ingresso è inibito ai non induisti. Per completezza informativa ne indichiamo comunque alcune caratteristiche.

Il Vishwanath Temple, più comunemente conosciuto come Tempio d’Oro, è al centro della città vecchia a poche centinaia di metri dal Gange. È il più famoso tra i templi indù di Varanasi e non poteva che essere dedicato al potente dio Shiva, “patrono” della città e “signore dell’universo” (in questa veste è conosciuto appunto come Vishwanath). Risale alla seconda metà del XVIII secolo e i circa 800 chili d’oro che, si dice, impreziosiscano la sua cupola, sono stati donati da un maharaja circa mezzo secolo dopo. L’ingresso al sacrario è vietato ai non induisti. La presenza massiccia di molti militari, che esercitano controlli assai accurati, caratterizza il posto. Il timore è che questo importante luogo religioso possa essere oggetto di attenzioni non benevole.

Il Durga Temple si trova anch’esso a poca distanza dal fiume, ma più a sud in una stradina che conduce al ghat di Asi (Assi) uno dei più noti di Varanasi perché qui l’Asi River incontra il Sacro Fiume. Costruito nel XVIII secolo è dedicato a Durga una delle forme in cui appare la moglie di Shiva. È anche conosciuto come il “tempio delle scimmie”, perché questi animaletti presidiano in gran numero il posto.

Vicino al quartiere abitato da musulmani che sono specializzati nella lavorazione della seta, tra il nostro albergo e il fiume, si trova il Bharat Mata Temple, letteralmente il Tempio di Madre India. Si chiama così perché all’interno dell’edificio risalente all’inizio del XX secolo è stata realizzata una mappa in marmo dell’India.

Pranzo e cena in hotel.

 

Oggi, a meno che siano da completare le visite indicate, la sveglia potrà essere a piacere e il tempo restante dedicato a completare gli acquisti, preparare le valigie, tornare in un luogo già noto o andare in uno di cui si sia sentito parlare, passeggiare ancora sui ghat, restare in hotel per un ultimo massaggio, poltrire a bordo piscina…

È anche possibile andare a Sarnath distante una decina di chilometri, apprezzabile essenzialmente dal punto di vista storico.

Non prevediamo la visita di gruppo perché in precedenti esperienze molti hanno preferito una mezza giornata libera dopo tante visite. (Se gli interessati sono un discreto numero, mettiamo a disposizione bus e guida locale. Altrimenti ci si va in taxi).

Comunque, ecco alcune note pur sommarie delle caratteristiche di Sarnath.

Quattro sono i luoghi buddhisti più sacri al mondo*. Siddharta Gautama raggiunge l’illuminazione, divenendo Buddha, a Bodhgaya. Poi va a Sarnath per diffondere il messaggio in cui per la prima volta illustra la sua “via di mezzo”, che rappresenta per lui e per il mondo buddhista il modo realistico che può condurre al Nirvana**.

Qui, il citatissimo imperatore Ashoka***, oltre a lasciare una colonna con alcune incisioni che ora si trova in prossimità del luogo dove il Buddha tenne il sermone, promosse la costruzione di stupa e monasteri in cui potevano alloggiare migliaia di monaci. 

Sino al VII secolo d. C. a Sarnath vi erano edifici che ben glorificavano il posto sacro, tra cui, pare, uno stupa alto oltre cento metri. L’arrivo dei musulmani, oltre a distruggere molti complessi religiosi, provocò l’oblio del luogo finchè gli inglesi non si preoccuparono, dalla prima metà dell’Ottocento, di iniziare scavi sistematici per restaurare quanto era sopravvissuto alla furia islamica.

Oggi il parco archeologico conserva il Dhanekh Stupa di oltre trenta metri che indica il luogo della prima predica e il Chaukhandi Stupa che fu realizzato dove il Buddha incontrò i suoi discepoli. Del primo manufatto alcuni particolari paiono farlo risalire al V secolo d.C. altri addirittura al II prima dell’era cristiana. Datato V secolo è invece il secondo manufatto. La costruzione è strana e risulta dalla sovrapposizione di una torre islamica del XVI secolo edificata sull’originario stupa.

Nell’area, come è avvenuto anche a Lumbini in Nepal luogo di nascita dell’Illuminato, alcuni paesi buddhisti hanno fatto costruire templi che denotano i propri diversi stili di architettura religiosa.

Rientro a Varanasi in tempo per chiudere le valigie prima di lasciare la stanza alle 12.

Pranzo libero per consentire l’uso più flessibile del tempo a disposizione.

 

*I quattro luoghi più sacri del mondo buddhista: il Buddha nasce a Lumbini, attualmente in Nepal; a Bodhgaya diviene l’Illuminato; a Sarnath tiene il suo primo sermone pubblico; a Kushinagar si trova lo Stupa della sua cremazione.

 

**Il Nirvana è lo stato di pace che si raggiunge solo superando la fase delle eterne reincarnazioni, il Samsara. Sino a che non ci si libera dal vivere, una condizione ritenuta di inevitabile sofferenza, si è costretti a reincarnarsi. Il tipo di reincarnazione è stabilito dalla qualità del Karma di cui si dispone, che stabilisce se ci si reincarnerà a livelli superiori o inferiori secondo la qualità del proprio agire. La Moksha è la liberazione dal Samsara. Tutto ciò, quasi integralmente, vale per induisti, buddhisti e sikh.

 

***Ashoka, vissuto nel III secolo a. C., regnò su un territorio nell’estremo sud indiano e nell’attuale Sri Lanka. È molto famoso perché, dopo la sua conversione, dedicò l’esistenza a diffondere il Buddhismo in una vasta regione d’Oriente. Molti sono i segni del suo passaggio perché era sua consuetudine lasciare colonne con iscrizioni, in cui erano in genere indicate date motivazioni della sua presenza in un certo luogo o editti.

 

Chi abbia destinazione finale Milano va in aeroporto per il volo da Varanasi a Delhi delle 15.30. Arriva alle 17,10 e prosegue con Emirates EK 515 delle 21,25 con arrivo a Dubai alle 23,55.

Gli altri compagni di viaggio che vanno a Roma o Venezia (oltre a prevedere il late check out in hotel sino al trasferimento in aeroporto) prendono il volo Varanasi Delhi delle 21 per essere a Delhi alle 22,45.

 

Quelli che vanno a Malpensa prendono Emirates EK 101 delle 3,45 da Dubai che arriva a Milano alle 7,40.

Chi rientri a Roma e Venezia sale sul volo per Dubai Emirates EK 513 delle 04,10 che atterra alle 06,35 a Dubai. I primi proseguono con Emirates EK 97 delle 9,00 e sono a Roma alle 12,40. I secondi con destinazione finale Venezia hanno il volo Emirates EK 135 alle 9,40 con arrivo alle 13,20.