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IRIAN JAYA: RITORNO AL PASSATO

INDONESIA

icona orologio 22 GIORNI
minimo 8 massimo 10 partecipanti
icona valigia PARTENZE:

    2019

  • Dal   10  agosto    al   31  agosto  

Un viaggio di interesse antropologico. Un’occasione rara per entrare in contatto con le popolazioni indigene che abitano l’Irian Jaya, oggi provincia autonoma della Papua occidentale. Alla scoperta di etnie come i Korowai, che vivono nelle case sugli alberi, o i Dani e gli Yali,  che abitano tra gli altopiani della Valle di Baliem. Gruppi tribali che, pur non praticando più il cannibalismo da qualche decennio, vivono ancora seguendo antiche tradizioni. Isolati dal resto - continua -

A PARTIRE DA: 9.800 €


ITINERARIO

Partenza con voli di linea per Jakarta. Pasti e pernottamento a bordo.

Arrivo a Jakarta nel pomeriggio e proseguimento per Jayapura (i voli per Jayapura partono sempre di notte).  Pasti liberi e pernottamento a bordo.

 

Al nostro arrivo a Jayapura, proseguimento per Wamena, nella Valle del Baliem. Pasti liberi e pernottamento all’hotel Mas Budi.

Nota Bene. Nonostante ci sia un hotel migliore a Wamena, abbiamo preferito scegliere questo, in quanto il Pilamo Hotel è quasi sempre requisito dalle Autorità e non vorremmo trovarci nelle condizioni di non avere un posto dove pernottare.

 

Dopo la colazione, raggiungiamo l’aeroporto di Wamena per il volo charter per Kosarek, nelle Highlands (gli unici aerei che sorvolano quelle aree e possono atterrare sulla pista di Kosarek sono dei Pilatus Porter di proprietà dei missionari che possono trasportare fino a 7 passeggeri con un massimo 750 kg. e sarà quindi necessario effettuare due voli), territorio dove vive l’etnia degli Yali Mek. Durante il volo sarà possibile ammirare il panorama delle montagne della Papua coperte di vegetazione e vedere cosa i primi esploratori degli anni ’50 del 1900 videro nel primo sorvolo su questi territori. L’area di Kosarek è stata raggiunta dai missionari negli anni ’70, ma la popolazione locale mantiene ancora vive le loro tradizioni. Data la difficoltà per raggiungere quest’area, i contatti che la popolazione ha con gli occidentali sono molto rari e di conseguenza loro sono molto curiosi nei nostri confronti.

Dopo il nostro arrivo, si dovranno organizzare i portatori e partire per il nostro trekking che oggi prevede di arrivare al villaggio di Serkasi.

Pernottamento in tenda igloo o in una capanna locale.

Nota. Il trekking si svolge in un terreno spesso bagnato e scivoloso e dove i sentieri non sono segnati. Alcune volte sarà anche necessario effettuare dei guadi poiché non ci sono ponti che attraversano i corsi d’acqua. I nostri accompagnatori/portatori sono però presenti per darci il loro aiuto.  Ogni partecipante potrà anche decidere di prendere un accompagnatore personale a Kosarek, pagando una somma modesta.

 

Cinque giornate dedicate all’esplorazione di questa zona incredibile che sono le Highlands, durante le quali raggiungeremo e visiteremo diversi villaggi abitati dall’etnia degli Yali.

Gli Yali, circa 30.000, vivono generalmente sulle montagne a est della Grande Valle del Baliem, dove costruiscono i villaggi a un’altitudine compresa tra 700 e 2200 metri. Come i Dani e altri popoli delle montagne della Nuova Guinea, gli Yali sono orticoltori e allevatori di maiali grigi. Con la tecnica del debbio coltivano patate dolci, taro, igname, canna da zucchero, banane, miglio, cetrioli e pandàni. Oltre al cane, tenuto come animale da guardia e da compagnia e usato anche per la caccia, il maiale è l’unico altro animale domestico allevato con cura, usato non solo come risorsa alimentare, ma anche come merce di scambio. I villaggi Yali possono ospitare da 70 a 250-300 persone. Sono formati da due dozzine a un centinaio di capanne circolari con pareti di assi conficcate verticalmente nel suolo e tetto conico, sostenuto da quattro pali centrali. L’interno è diviso in due locali: tanto il pianoterra, costruito a circa un metro e mezzo dal suolo, quanto il piano superiore per dormire, cui si accede per mezzo di una botola, ospitano un focolare di fango secco.

Basandosi sulle classificazioni linguistiche finora proposte dagli specialisti, si può osservare che l’Irian Jaya ospita circa il 40% delle lingue parlate in Indonesia: 251 su poco meno di 600 e se le aggiungiamo le 770 lingue parlate nella Papua Nuova Guinea, si supera il numero di 1000 lingue parlate nell’isola, pari quasi a 1/5 di tutte le lingue del mondo. Il gran numero di lingue esistenti, dovuto probabilmente al lungo isolamento geografico in cui hanno vissuto i gruppi etnici che le parlano e al continuo stato di belligeranza tra loro, creava e crea anche oggi problemi di comunicazione tra le popolazioni.

Al di là dei caratteri genetici e fisici delle varie popolazioni, è importante fare una distinzione tra due principali tipi di culture: quella dell’altopiano e quella del bassopiano che hanno sviluppato diverse forme di adattamento sociale ed economico ai due rispettivi ecosistemi.

La cultura delle etnie dell’altopiano si basa sulla coltivazione della batata e di altre culture come il taro, la manioca, l’igname, piante a rizoma alimentare della canna da zucchero e del pandano, adatte agli altopiani tropicali e sull’allevamento dei maiali: due fattori economici importanti che, uniti alla maggiore salubrità dell’habitat, spiegano l’espansione demografica delle popolazioni di montagna, mentre raccolta, caccia e pesca risultano generalmente d’importanza secondaria.

La diffusione della batata accanto alle specie vegetali originarie dell’isola, come la banana, la canna da zucchero e altre, ha causato la colonizzazione delle aree montane, il progressivo disboscamento, la crescita della popolazione umana e di quella animale, cioè dei maiali grigi da zanne, il cui allevamento ha richiesto, a sua volta, un incremento della produzione di taro. Il possesso delle terre più fertili è diventato il presupposto per la ricchezza degli individui, calcolata soprattutto in maiali e mogli. I maiali sono diventati pregiati beni di scambio oltre che mezzi di ratifica d’ogni importante patto, alleanza o rituale, conferendo particolare prestigio e potere al loro proprietario. Nelle società papua delle montagne sono nati così i presupposti per l’imporsi della figura del big man, l’”uomo che conta”, colui che si afferma personalmente, occupando una posizione sociale preminente e gode del prestigio derivante dalle sue capacità e virtù, oltre che dalle sue ricchezze.

L’etnia degli Yali vive appunto sulle montagne a est della Grande Valle del Baliem, dove costruiscono i villaggi a un’altitudine tra 700 e 2200 metri. Il nome Yali, in lingua dani significa “quelli dell’est” e la loro lingua rappresenta uno dei tre sottogruppi in cui è suddivisa la famiglia linguistica dani.

I primi contatti tra gli Yali e l’uomo bianco furono casuali. Secondo gli abitanti della vali a sud della catena centrale, i primi Europei a spingersi nella regione furono, nel 1937, alcuni cercatori d’oro. In quel periodo e poi durante la seconda guerra mondiale gli Yali videro apparire i primi aeroplani, con il presentimento e la paura che queste apparizioni fossero un oscuro evento che era stato profetizzato. Infatti, la concezione indigena dello Yeli, l’albero primordiale, secondo un mito delle origini, è stato scagliato nell’aria producendo un rumore simile a quello del rumore di un aeroplano. Il fatto evocava i terremoti dei giorni della creazione, placati con l’abbattimento dell’albero mitico.

Nel 1945 un aereo da ricognizione americano precipitò tra le coltivazioni del villaggio di Muhumu. Per gli abitanti della zona fu un fatto spaventoso, mai accaduto prima, che metteva in pericolo l’ordine cosmico, l’equilibrio tra il mondo dei vivi e quello dei morti.

Verso la fine del 1950, una spedizione scientifica, diretta dallo zoologo olandese L.D. Brongersma, contattò altri Yali. Nel 1961 il missionario-etnologo tedesco Siegried Zollner e il medico olandese Wim Vriend con tre indigeni della costa attraversarono la valle dello Yahuli e raggiunsero Angguruk, dove fondarono la prima missione protestante. Si avverò così la profezia dell’antenato Sawi: i misteriosi uomini bianchi furono ritenuti dagli Yali dei morti, tornati, coi loro incredibili doni, nel mondo dei vivi. Il fatto provocò grande impressione, provocando la nascita di culti messianici e profetico-salvifici, i cosiddetti “culti del cargo”.

Nel 1964 arrivò nello Yalimo, l’antropologo Klaus Friederich Koch che compì le prime ricerche sulla struttura sociale, le cause, l’ideologia e i metodi di gestione dei conflitti tribali e l’antropofagia. A quell’epoca gli Yali vivevano ancora in guerra tra di loro e praticavano il cannibalismo per vendetta.

Anche gli Yali distinguono tra due tipo di conflitti: le guerre che possono durare da pochi giorni a qualche anno e quelle che possono protrarsi anche per più di una generazione, contro popoli stranieri o tribù di altre vallate e comportare il cannibalismo per vendetta.

Come i Dani e altri popoli delle montagne della Nuova Guinea, gli Yali sono orticoltori e allevatori di maiali grigi. Tagliando e bruciando tratti di vegetazione per preparare il terreno agricolo, coltivano patate dolci, taro igname, canna da zucchero, banani, miglio, cetrioli e pandàni. Altre specie vegetali forniscono loro prodotti d’uso quotidiano come le zucchine per fabbricare il lungo astuccio penico, il gonnellino d’erba per le donne e le fibre per le reti maschili e femminili. Il pandàno fornisce la copertura per i tetti delle capanne, foglie per fabbricare stuoie e cappucci impermeabili e pieghevoli per la pioggia; il bambù recipienti per l’acqua. Le canne servono per preparare le frecce; vari tipi di legno per le loro punte, i bastoni da scavo, i manici delle asce e le pareti delle abitazioni; le fibre di rotang per ogni tipo di legatura e per fabbricare le curiose corazze con cui gli Yali proteggevano i fianchi dalle frecce dei nemici e altri indumenti difensivi.

Mentre gli uomini, come in altre società della Nuova Guinea, si dedicano alla guerra, alla caccia di uccelli, pipistrelli e piccoli mammiferi, a disboscare e dissodare il terreno da coltivare, a costruire abitazioni e recinti per i maiali e ad incombenze rituali di vario genere, le donne accudiscono alla prole, coltivano gli orti, raccolgono i prodotti agricoli, la legna da ardere, insetti, lucertole, topi, rane e allevano maiali.

Oltre al cane, il maiale è l’unico altro animale domestico allevato con cura dagli Yali e considerato un bene prezioso, non solo come risorsa alimentare e merce di scambio, ma anche come strumento di ratifica per ogni relazione sociale di una certa importanza. Gli eventi rituali più importanti nel ciclo dell’esistenza richiedono un sacrificio o uno scambio di maiali.

I villaggi yali possono ospitare da 70 a 250-300 persone. Sono formati da due dozzine a un centinaio di capanne circolari, con pareti di assi conficcate verticalmente nel suolo a tetto conico, sostenuto da quattro pali centrali. L’interno è diviso in due locali: tanto il pianoterreno, costruito a circa un metro e mezzo dal suolo, quanto il piano superiore per dormire, cui si accede per mezzo di una botola, ospitano un focolare di fango secco, sistemato tra i pali centrali. Ciascun villaggio, comprende una “casa degli uomini”, circondata da varie case delle donne e familiari. La “casa degli uomini” è domicilio e centro rituale di tutti i maschi iniziati e, come tale, è tabù per le donne e per i giovani non ancora iniziati. Custodisce oggetti sacri del culto.

Nei primi anni di vita i bambini vivono costantemente a contatto corporeo con le loro madri, sino allo svezzamento, verso la fine del quarto anno. Tra gli undici e i dodici anni, con una complessa cerimonia, i maschi vengono allontanati dalla casa materna e introdotta in quella degli uomini.

Tra i diciassette e i vent’anni di età, al manifestarsi della prima mestruazione, le ragazze partecipano a una cerimonia di pubertà, dopo la quale possono avere rapporti sessuali coi maschi.

Come quella dani, la società yali è divisa in due metà (kobak e bahabol) o classi matrimoniali di origine mitica che discendono da due marsupiali, Houl e Hwesali, i quali rappresentano gli antenati Siringono e Samahun. Gli individui appartenenti a ciascuna metà devono rispettare l’esogamia, cioè hanno l’obbligo di sposarsi con membri della classe opposta.

Gli yali non hanno capi politici assimilabili ai big men di altre società papua, anche se la presenza fisica, l’eloquenza e l’abilità nello scambio dei maiali sono considerate qualità in grado di far assumere agli individui prestigio come veicoli di promozione sociale.

La visione del mondo di questi indigeni non si discosta molto la quella di molti altri popoli melanesiani. Essi credono in un cosmo integrato, in cui tutti gli esseri viventi, animati e inanimati, le montagne, le acque, le piante, i vivi e i morti e i loro spiriti vivono in armonia tra di loro.

La quasi totale mancanza di forme d’arte decorativa è compensata da un sorprendente sviluppo della tradizione orale e dell’oratoria: si manifesta nella rievocazione dei miti, nei racconti magici, nei numerosi canti poetici antichi e moderni, nella recitazione di formule esoteriche e nelle dispute verbali per dirimere controversie e conflitti.

Tra i miti yali si possono distinguere quelli delle origini, di contenuto religioso-segreto e i miti eziologici, leggende locali e racconti che spiegano i fenomeni naturali. Le due tradizioni mitiche più importanti riguardano il maiale primordiale che svela l’origine della popolazione e il cui culto si perpetua in una serie i miti culminanti nell’uccisione dell’animale e lo yeli, il gigantesco “albero della vita” che fu tagliato per porre fine ai terremoti che sconvolsero il mondo all’alba della creazione.

Il nostro trekking terminerà ad Angguruk.

Pensione completa e pernottamento in tenda/capanne.

Nota. È molto importante tenere presente che queste giornate di trekking saranno impegnative sia dal punto di vista fisico che di adattamento. I pasti saranno cucinati dal cuoco, si dormirà in tenda o all’interno di capanne locali o missioni, i servizi igienici saranno la natura e l’incontro con una popolazione molto diversa da noi sarà molto forte dal punto di vista emotivo. Queste zone sono infatti raggiunte da stranieri molto raramente, a causa della difficoltà di arrivare in questa regione e dei costi da sostenere (ci si può arrivare solo noleggiando degli aerei privati gestiti dalle missioni.

 

Presto la mattina, volo charter per Wamena (anche in questo caso come all’andata, l’aereo sarà un Pilatus Porter che può portare fino a 7 persone e 750 kg di peso totali).

Giunti a Wamena, il resto della giornata sarà dedicato al riposo per riprendere le forse dopo il faticoso trekking dei giorni scorsi.

Wamena è la città più importante della Valle di Baliem ed il centro urbano di un’area rurale che ospita la maggior concentrazione di popolazione delle Highlands della Papua occidentale. La cittadina in sé non ha molto da offrire, ma è il punto di partenza di molti trekking per visitare i villaggi dell’area.

Pasti liberi e pernottamento in hotel.

 

Dopo la colazione, trasferimento in aeroporto per il volo per Dekai, una piccola cittadina ad ovest di Wamena. Ci vogliono circa 30 minuti di volo per raggiungerla. La città si è sviluppata maggiormente dopo la recente politica d’autonomia adottata in Papua. L’area è abitata dall’etnia Manimo che sono oggi abbastanza civilizzati.

Pasti liberi e pernottamento in un piccolo e semplice hotel.

 

Dopo colazione, trasferimento in motocicletta, lungo una strada sterrata che in

circa un’ora ci condurrà al piccolo porto tradizionale di Lokbon. Da qui, navigheremo verso sud, lungo il fiume Braza, uno dei corsi d'acqua più grandi che scorrono verso sud e che si unisce ad altri fiumi dell’area Asmat. Durante il nostro tragitto in barca ammireremo la folta vegetazione della foresta e incroceremo altre imbarcazioni. Lungo il fiume ci fermeremo in alcuni villaggi dell’etnia Citak Mitak. Questa tribù costruisce le case lungo le rive del fiume e sono abitazioni di legno con il tetto di foglie. Negli anni ’80, queste popolazioni non indossavano vestiti, ma un accesso facilitato ai loro villaggi, ha portato a un cambiamento nel loro modo di vestire. Oggigiorno, indossano dei calzoncini e molto spesso sono a torso nudo. I Citak sono in tutto circa 8000, ma solo una parte di loro è insediata lungo l’alto corso del fiume Braza e in zone limitrofa. La maggior parte di loro sono ancora cacciatori e raccoglitori. Tra i Citak l’ingresso al “villaggio” è generalmente protetto dalla “casa degli uomini” (Jal), una costruzione meno elevata delle altre per permettere maggiore mobilità e velocità di reazione in caso di attacco. All’interno, tra le pareti di legno e il tetto coperto di foglie di palma nipa, sono ricavati due settori, uno per gli uomini e l’altro per le donne, con annessa una specie di veranda. Sul pavimento, coperto con cortecce battute e stuoie, che costituiscono rudimentali giacigli, sono ricavati due o più focolari di fango secco, in grado di isolare la brace e le fiamme dal pavimento altamente infiammabile. Nelle “case degli uomini”, sulle travi, annerite dal fumo e tra le fessure delle pareti di assi e frasche, sono posti archi, frecce, pugnali d’osso di casuario, mandibole di maiale, altri trofei di caccia e bellissimi scudi decorati (ormai, però, destinati a scomparire). Gli oggetti di proprietà dei vari nuclei familiari sono conservati nella stanza delle donne. Le foglie di tabacco sono fatte seccare sul focolare per poi essere fumate in lunghe pipe decorate di canna. L’alimentazione basilare è costituita dal sago e integrata dalla carne di alcuni animali (maiale, casuario...) e dai prodotti della pesca. Cani e maiali che vivono nel villaggio sono nutriti con lo stesso cibo degli uomini. Dopo il tramonto, uomini e donne fanno ritorno alle loro abitazioni per preparare il cibo separatamente e cenare. Conservano l’acqua in lunghi contenitori di bambù, da cui la bevono senza farla bollire. Sempre navigando raggiungiamo il villaggio di Mabu, la “casa” dei moderni Korowai. A Mabu organizzeremo lo staff di portatori che ci accompagnerà nel nostro trekking attraverso la zona acquitrinosa. Pensione completa e pernottamento in tenda.

 

 

 

Dopo colazione, comincia il nostro trekking nella regione Korowai. Dopo aver incontrato i nostri portatori, ci inoltriamo in un’area paludosa, attraversiamo fiumi, fitte foreste di sago e dopo circa otto ore di cammino raggiungiamo Yamu, il primo villaggio dei Stone Korowai, dove vivono due famiglie in una casa alta.

Pensione completa e pernottamento in tenda.

Nota. Nella regione dei Koroway il clima è caldo umido. Il trekking si svolge in piano, ma alcune volte è necessario camminare su alberi caduti, fango o guadare degli acquitrini. I nostri portatori saranno come sempre disponibili ad aiutarci.

 

 

Giornata dedicata alla scoperta della regione dei Stone Korowai. Faremo delle camminate attraverso la regione dei Korowai per osservare il modo in cui vivono. Le loro abitazioni, tra i rami delle piante, chiamate in indonesiano rumah-tinggi (case-alte) generalmente ospitano da uno a cinque gruppi familiari: sono costruite a un’altezza dal suolo che può variare da 6 a 20 metri soprattutto per difendere gli occupanti dai frequenti allagamenti, dagli spiriti maligni e nel passato anche dai nemici. Per costruire una di queste abitazioni, le etnie seminomadi del West Papua adottano due diverse tecniche: la prima consiste nel disporre la piattaforma di base sulla biforcazione dei rami di un solo grande albero, completando al di sopra la struttura portante dell’abitazione; la seconda nell’ancorarne la base a uno o più alberi vicini, privati delle fronde, col supporto di pali di sostegno piantati nel terreno. Per salirvi i Korowai utilizzano pali a tacche. Avremo la possibilità di approfondire la nostra conoscenza della cultura Korowai. Assisteremo alle loro attività quotidiane come l’abbattimento delle palme del sago e il processo attraverso il quale si ricava la farina di questa palma che costituisce l’alimento di base della maggior parte delle popolazioni del bassopiano. Come tra gli Asmat, tra questi semi-nomadi il sago è fonte sacra della vita. La “festa delle larve del sago” (larve di grossi coleotteri), celebrata con alcune variazioni presso le diverse etnie della regione, rappresenta il più importante avvenimento sociale e religioso. La palma del sago è “l’albero della vita”, la “madre” che genera i “figli” (le larve). I Korowai sono un’etnia nomade che vive spostandosi da un luogo all’altro circa ogni tre anni. I Korowai sono anche dei grandi cacciatori e difficilmente i  maiali

selvatici, i Cus-Cus (marsupiale presente in tutta l’isola) e uccelli riescono a fuggire alla loro caccia. Oltre ad alcuni ornamenti auricolari, nasali e crinali, le donne indossano un semplice gonnellino vegetale. Se si escludono gli ornamenti usati in occasioni cerimoniali, gli uomini sono completamente nudi: portano solo una piccola foglia verde arrotolata attorno al pene. Oltre ad alcuni ornamenti auricolari, nasali e crinali, le donne indossano un semplice gonnellino vegetale. Uomini e donne infilano nelle narici lunghi aculei scuri, ricavati dalle appendici cornee delle ali del casuario, mentre i Korowai indossano cinti di rotang, collari di denti di maiale e di cauri e inseriscono nel naso e negli orecchi sottili e grossi anelli di materiale corneo.

Pensione completa e pernottamento in tenda igloo.

 

Trekking di ritorno a Mabu. Ripercorreremo la stessa strada dell’andata.

Pensione completa e pernottamento in tenda.

 

Dopo la colazione, riprendiamo le nostre canoe a motore che da Mabu ci porteranno nell’area di Suator, territorio degli Asmat, “gli uomini-albero”.

Giornate dedicate alla scoperta di questa regione e dei villaggi abitati dagli Asmat che raggiungeremo utilizzando le canoe motorizzate.

Per la loro fama di abili scultori, ex cacciatori di teste e cannibali gli Asmat sono la più nota popolazione della Nuova Guinea indonesiana.

Il primo europeo a navigare al largo del territorio in cui essi vivono fu l’olandese Jan Carstensz. Il 10 marzo 1623 dal Mare di Arafura vide biancheggiare in lontananza le vette innevate delle più alte montagne dell’Irian Jaya, tra cui quella che doveva assumere il suo nome, il monte Carstensz (4.884 m.).

Dopo più di un secolo fu la volta di James Cook che, a bordo dell’Endeavour, dovette sperimentare la grande bellicosità degli Asmat

Il secondo tentativo di avvicinare gli Asmat fu compiuto nel 1626 dall’esploratore olandese D.H. Kolff.

Poi gli europei non tornarono nel sud dellIrian Jaya sino al 1902, anno in cui il governo coloniale creò un distaccamento amministrativo e militare a Merauke che divenne la base di partenza per esplorare l’interno del bassopiano.

I primi funzionari coloniali e missionari sbarcarono nei pressi dell’odierna Agats e vi stabilirono un avamposto nel 1938, abbandonandola però quattro anni dopo e dove tornarono i missionari dopo la seconda guerra mondiale.

I primi missionari, preoccupati di apprendere i vari dialetti locali e di studiare vari aspetti della cultura indigena, intrapresero studi etnologici ed etnografici sugli Asmat e, insieme al governo olandese proibirono la caccia alle teste e cercarono di sedentarizzare gli indigeni, riunendoli in villaggi stabili.

Negli anni Sessanta avvenne il famoso episodio che, attirando l’attenzione del mondo intero, contribuì a diffondere la sinistra fama degli Asmat: la misteriosa scomparsa di Michael Rockfeller, il figlio dell’ex governatore di New York, Nelson Rockfeller.

Gli Asmat abitano la parte nord-occidentale del grande bassopiano dell’Irian Jaya, Sparsi in villaggi e abitazioni isolate, che ospitano d trenta e duemila persone, chiamano sé stessi Asmat-ow, “il popolo della terra” o “il vero popolo”, per distinguersi dagli spiriti dei morti e degli antenati e dalle popolazioni vicine.

Gli Asmat parlano cinque dialetti principali, a loro volta suddivisi in vari dialetti minori. La loro terra è in gran parte coperta da foresta e occupata dai bacini idrografici di grandi fiumi.

Il suolo forestale è costituito da depositi alluvionali in cui la decomposizione di sostanze organiche produce fanghi neri di superficie. Questo fatto impedisce la coltivazione e limita la possibilità di allevare animali domestici. Perciò la sopravvivenza degli Asmat si basa sullo sfruttamento delle risorse vegetali e animali, specialmente sulla raccolta del sago e sulla pesca. Il sago (farina ricavata dal tronco della palma omonima) si trova abbondante in natura.

I villaggi asmat tradizionali sono costruiti lungo la costa o in località fluviali. Normalmente sono divisi in piccoli quartieri, ciascuno con la propria “casa degli uomini”, chiamata jeu, costruzione a pianta quadrangolare e a tetto a spioventi, poggiante su bassi pali, che misura circa 30 metri per 6, ma che può raggiungere anche i 90 metri di lunghezza. Lo jeu è la casa clanica, centro della vita politica, sociale e religiosa della comunità, luogo in cui si celebrano i rituali, si canta e si danza al suono di tamburi a clessidra e si scolpiscono le statue degli antenati. Secondo uno dei più noti miti della creazione, l’eroe culturale Fumeripitis (da fum = vento e ipitis = uomo, cioè personificazione dell’anima dell’uomo, che non può essere vista o “captata” dai suoi cinque sensi), creò il primo jeu presso la costa. Poi cominciò a scolpire figure di legno, sino a riempire “la casa degli uomini”. Poi scolpì un tamburo e, quando prese a percuoterlo, tutte le statue cominciarono a muoversi e a danzare come sanno fare gli Asmat. Dopo una violenta lotta, Fumeripitis riuscì ad uccidere un coccodrillo che aveva cercato di distruggere lo jeu appena costruito. Lo fece a pezzi e gettò quei pezzi in tutte le direzioni. Da ciascuno di essi nacquero vari tipi di uomini: i neri, i bruni e i bianchi. Questo mito esprime un concetto su cui si basano la filosofia dell’esistenza e la concezione magico-religiosa degli Asmat: che la morte è presupposto della vita.

Mimando l’atto della creazione compiuto dall’eroe mitico Frumeripitis, gli Asmat scolpiscono mbis, pali di legno che rappresentano figure di antenati, animali e simboli della caccia alle teste. Questi magnifici esempi d’arte indigena venivano eretti per celebrare e vendicare la morte di personaggi uccisi in battaglia e per placare i loro spiriti.

La produzione scultore degli Asmat, una delle più straordinarie che si conoscano nel campo dell’arte indigena, non si limitava all’esecuzione dei famosi pali. Infatti, includeva grandi scudi di guerra (jamasi), decorati con gran varietà di motivi magico-simbolici, barche degli spiriti (wuramon), lunghe piroghe scavate in tronchi d’albero, pagaie, tamburi, lance, animali, strumenti musicali di bambù, recipienti e vari oggetti d’uso quotidiano.

Durante le giornate nella regione degli Asmat i pasti saranno preparati dal nostro cuoco e si dormirà in tenda o in case locali.

L’ultimo giorno si arriverà ad Agats e il pernottamento sarà in hotel.

 

Dopo la colazione, trasferimento in canoa motorizzata alla pista d’atterraggio di Ewer e volo charter per Timika.

Resto della giornata libero per relax.

Pasti liberi e pernottamento in hotel.

 

Dopo la colazione, trasferimento in aeroporto e volo per Jakarta. In tarda serata, volo per l’Italia. Pasti e pernottamento a bordo.

 

L’arrivo in Italia è previsto nel primo pomeriggio.

 


 

 

 

  1. Villaggio Yali 2. La preparazione del sago dei Koroway 3. Il forno dei Dani

 

 

 

 

APPROFONDIMENTI DI VIAGGIO

Per ragioni tecnico-operative l'itinerario potrà essere invertito o modificato dalla guida e/o accompagnatore sul posto se ritenuto necessario e nell’interesse del gruppo. Una vera e propria SPEDIZIONE ADATTA A VIAGGIATORI MOTIVATI e spinti dalla curiosità di conoscere e scoprire popolazioni che ancora vivono seguendo i ritmi della natura. Queste spedizioni hanno luogo in una delle aree più remote del mondo dove è particolarmente difficile organizzare dei viaggi. Sono richieste: - CONTINUA -

PERCHÈ CON KEL 12

  • Ad accompagnare il gruppo c’è un Esperto Kel 12
  • È un viaggio di interesse antropologico che permette di entrare davvero in contatto con le tribù locali
  • Si utilizzano vari mezzi di trasporto, dalle jeep alle canoe fino alle lance a motore

ESPERTI

  

NICOLA PAGANO

  • Dal 10  agosto  2019 al 31  agosto  2019

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