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RAJASTHAN E KUMBH MELA, IN VIAGGIO COL FOTOGRAFO

INDIA

icona orologio 16 GIORNI
minimo 10 massimo 12 partecipanti
icona valigia PARTENZE:

    2019

  • Dal   22  gennaio    al   6  febbraio  
Sistemazioni
Photography Expeditions - Viaggi Fotografici

Un viaggio nell’India più colorata, in compagnia di un fotografo professionista che svela i segreti per portare a casa lo scatto perfetto. A immortalare turbanti, sari, dromedari e antiche residenze di maharaja. Ma anche castelli, gioielli, case di fango e città blu. Un tour del Rajasthan, arricchito da workshop per imparare a trasformare la fotografia in una narrazione. E ascoltare i preziosi consigli di chi, da trent’anni, racconta il mondo attraverso le immagini. - continua -

A PARTIRE DA: 3.870 €


ITINERARIO

Al mattino partenza da Milano Linate per Delhi con voli Lufthansa via Francoforte.

Arrivo alla 01,30 di notte e trasferimento in hotel.

 

Al mattino, prima di lasciare la capitale per andare verso Mandawa, ci dedicheremo ad una visita orientativa della capitale indiana, adagiata sulle rive del fiume Yamuna. Andremo nel complesso archeologico del Qutub Minar, con il minareto del XII secolo, affascinante esempio dell’incontro fra l’architettura araba e l’arte indiana, e osserveremo dall’esterno l’Indian Gate e alcuni Palazzi ministeriali.

Partenza per la zona di Shekhawati, la regione semidesertica famosa per l’eredità culturale del popolo locale e della ricca comunità Marwar proprietaria degli haveli affrescati. Arrivo a Mandawa e sistemazione in hotel.

Pranzo in ristorante locale. Cena in albergo a Mandawa.

 

A Mandawa, di mattina si visiteranno le meravigliose haveli che si trovano nei dintorni, con atmosfere di un mondo che ad ogni passo evocano la presenza della tradizione Rajput.

La maggior parte di queste haveli fu costruita fra il 1860 e il 1900 dai Bania, mercanti divenuti celebri come Marwar, che si erano avventurati a Calcutta e nei nuovi centri commerciali indiani. Il successo negli affari sviluppò un desiderio di predominio architettonico. Con il passare del tempo le haveli cominciarono a essere trascurate e oggi le cittadine della regione sono divenute strane città fantasma, gremite di splendide dimore abbandonate.

Proseguimento per Bikaner.

Pranzo in Hotel a Mandawa e cena in Hotel a Bikaner.

 

Bikaner è situata nel deserto del Thar, in un orizzonte sconfinato, punteggiato qua e là da piccoli villaggi costruiti in argilla e da carovane di cammelli. Al mattino si visita il Forte di Junagarh. Eretto nel 1588 dal rajah Raj Singh, racchiude all'interno massicci bastioni di arenaria splendidi palazzi con graziosi padiglioni da cui troneggiano numerose balconate. La parte più antica del complesso, Lal Niwas, è uno spettacolo di decorazioni floreali stilizzate in rosso e oro.

Partenza per Jaisalmer.

Sistemazione in Hotel.

Pranzo in hotel a Bikaner e cena in albergo a Jaisalmer.

 

Jaisalmer, la città più occidentale del Rajasthan, si trova in pieno deserto. Il deserto del Thar è al mondo quello con la maggiore pressione antropica e animale. Sul suo territorio vivono 8 milioni di persone e 16 milioni di animali, fra cui 650 mila dromedari. La vista di Jaisalmer si presenta come un miraggio di torrioni ocra sulla sommità di un colle che domina la piana.

Regina del deserto, ebbe un lunghissimo periodo di prosperità poiché le carovane, che attraversavano queste zone aride e desolate in direzione del Sind, vi passavano per rifornirsi d’acqua e di mercanzie. Il passato di questa meravigliosa città si legge attraverso i suoi numerosi monumenti, gli incredibili palazzi di filigrana, haveli, le piazzette, i templi jainisti. In questo luogo, tutto, dall’architettura delle case e dei templi, ai volti e costumi della gente, riporta indietro nel tempo. La visita si rivela, dunque, molto suggestiva. Tramonto sulle dune.

Pranzo e cena in albergo.

 

Di buon mattino partenza per Jodhpur, la “città azzurra” che si frastaglia intorno alle pendici irregolari della sua rocca. L’azzurro, il colore degli dei, un tempo distingueva le case dei bramini, la casta sacerdotale egemone nella società indiana. Salire al Forte Mehrengarh, oggi sede di un interessante museo, è uno spettacolo. Arroccato su un declivio roccioso, si staglia imponente con le sue mura, le torri cilindriche e le sette porte fortificate. L’ultima di esse, la Laha Pol, Porta di Ferro, riporta le impronte delle rani della città sacrificate sulla pira dei loro sposi nella cerimonia del sati.

Dal forte è possibile intravvedere il Jaswant Thada, monumento commemorativo dedicato ad un maharaja, caratterizzato da una serie di cupole bianche.

Pranzo, cena e pernottamento in Hotel.

 

Si parte per Udaipur. Lungo la strada sosta al superbo tempio jainista di Ranakpur, meta di pellegrinaggi da tutte le parti dell’India. La visita, che si effettua rigorosamente a piedi nudi, consente di ammirare i ricchi ornamenti del tempio dedicato ad Adinath. Complesso nel disegno e gigantesco nelle proporzioni sconcerta ed ammalia. Il gioco di luci e ombre creato dai 1444 pilastri scolpiti che lo sostengono, durante i diversi momenti della giornata, esercita un fascino insolito.

Proseguimento per Udaipur, la “città dell’aurora” sospesa nel mito e nella storia, fantastica e leggendaria, romantica e raffinata.

Pranzo in ristorante, cena e pernottamento in Hotel.

 

La mattinata è dedicata a Udaipur. In particolare si visiterà il City Palace, un tempo fastosa dimora dei sovrani del Mewar e oggi museo. Arroccato su una collina affacciata sul lago Pichola, il complesso edificio si presenta come un miscuglio di severa architettura militare rajput all’esterno e di sontuosa arte decorativa all’interno.

Visiteremo il Giardino delle Damigelle d’Onore (Sahelion-Ki-Bari), un piccolo giardino sulle rive del lago Fateh Sagar progettato da Maharana Sangram Singh per le damigelle d’onore della casa reale.

Il Jagdish Temple è vicino al City Palace, risale al XVII secolo e conserva vari rilievi e statue interessanti.

Escursione in barca sul Lago Pichola per ammirare la città dall'acqua.

Pranzo e cena in albergo.

 

A nord est di Udaipur, quando manca un terzo di strada per arrivare a Jaipur, s'incontra Pushkar. È luogo assai sacro, noto anche per una fiera di animali, sede di molti templi che si raccolgono intorno al lago. Ve n’è anche uno dei rarissimi dedicati a Brahma.

Arrivo a Jaipur e sistemazione in una deliziosa haveli arredata con mobili d’epoca.

Pranzo a Pushkar e cena in haveli a Jaipur.

 

Jaipur, la “città rosa” capoluogo del Rajasthan.

Al mattino, a 11 chilometri da Jaipur, si visita la Fortezza di Amber che dall’alto di una collina si riflette nel lago Maota. Il panorama sulla vallata è splendido ma ancor meglio è lo spettacolo delle architetture moghul e delle decorazioni che culminano nei mosaici formati da specchi e stucchi nel “Palazzo del piacere”. Pomeriggio dedicato alla visita di Jaipur, “la città rosa” fondata nel 1727 dal Maharaja Jai Singh II, ed oggi capitale del Rajasthan. Inizieremo con il Palazzo di Città che ospita le raccolte di tessuti, tappeti, armi e dipinti. L’Osservatorio Astronomico con un insieme di enormi strumenti per calcolare il movimento degli astri e il Palazzo dei Venti, una elaborata facciata in arenaria rosa a cinque piani con nicchie, grate e balconcini, che osserveremo dall’esterno. Consentiva alle donne dell’harem di guardare senza essere viste.

Pranzo presso una casa tradizionale indiana (Haveli) dove si potrà assistere ad una “Dimostrazione di cucina

Cena e pernottamento alla Shahpura House.

 

Al mattino partenza per Delhi che si raggiungerà dopo circa 6 ore di viaggio. Volo per Varanasi (durata circa un’ora e mezza). Arrivo e sistemazione in Hotel.

Varanasi, la più sacra città dell’India, dove l’induismo intero cerca la strada della salvezza.

Si assisterà, tempo permettendo, alla Ganga Aarti che poco dopo il tramonto si tiene tutte le sere sulle rive del Gange: i sacerdoti al suono di cimbali innalzano canti agli dei e la folla di pellegrini offre alle sacre acque del fiume una miriade di lumini ad olio.

Pranzo al sacco o in aeroporto, secondo l’orario del volo Delhi Varanasi. 

Cena e pernottamento in Hotel.

 

Varanasi non è solo una città. Non è un posto più o meno affollato, più o meno povero, più o meno pittoresco e colorito in cui vivono e muoiono uomini e donne. Il Gange per gli indiani non è solo un fiume. Non è un flusso d’acqua inquinato, grande, navigabile. Varanasi è il Gange, anzi è Ganga, la dea che impersonifica il Gange.

Varanasi non è terra e il fiume sacro non è acqua.

Varanasi è la terra di Shiva, il più potente fra gli dei indù. Il Gange feconda Varanasi ed insieme costruiscono quello spazio in cui terra e cielo s’incontrano, per dare la possibilità agli indiani che decidono di venire qui a morire di acquisire la moksha.

Date queste premesse, come stupirsi che si lavino e bevano sorsi d’acque assolutamente malsane? Che importanza può avere sapere che nel Gange vi sia una presenza di batteri fecali coliformi, oltre tremila volte quella compatibile con la possibilità di immergersi senza rischio per la salute?

Varanasi è eccessiva, coinvolgente, caotica. È la “città della morte” perché è il posto più ricercato in cui morire. Ma, è anche un “luogo celeste”. Non a caso in passato si chiamava, oltre a Benares, anche Kashi che vuol dire “Città della Vita”.

Oggi è Varanasi, nome che deriva dall’unione di due fiumi che proprio qui si fondono col Gange, Varuna e Asi.

Varanasi, che Mark Twain definisce “più antica della storia”, in realtà non ha memorie tanto antiche quanto il suo prestigio spirituale farebbe pensare. È solo nell’VIII secolo che la città di Shiva diviene davvero importante grazie ad un riformatore induista, Shankaracharya, che fa di Shiva la principale divinità religiosa. Ciò però non servì a salvarla dalle distruzioni islamiche degli Afghani nel XIV secolo e poi da Aurangzeb, controverso regnante moghul del XVII secolo, figlio del costruttore del Taj Mahal. Ciò che si vede oggi risale per la maggior parte ad un paio di secoli fa. Ma, non si viene a Varanasi soprattutto per ammirare antichità, anche se non mancano monumenti e templi.

Un viaggio come questo non può che approfittare di ogni occasione per avvicinarsi al Fiume per cercare di coglierne più aspetti possibili. Noi lo faremo camminando sulle rive ma anche osservandole navigando.

Sulle piccole barche l’acqua a volte amplifica i rumori che provengono dalla riva. Parole, preghiere, suoni, voci, addirittura gli odori sembrano poter giungere sino a noi, e noteremo i piccoli chiarori e bagliori che indicano fuochi di pire o più modesti lumicini.

Verso l’ora del tramonto, in tutti i luoghi in cui scorra acqua ritenuta sacra, si svolge il “Ganga Aarti”. Consiste in tante piccole ritualità che ogni individuo, non solo l’induista, può compiere in qualsiasi punto sulla riva semplicemente rivolgendo un pensiero, una parola, una preghiera alla Grande Madre Gange. Spesso accendono candele poggiandole su una base di foglie per farle galleggiare sulle acque che di notte non appaiono tanto nere quanto sono.  Come altrove, non si tratta di un evento memorabile, ma di semplici gesti che però introducono nel clima che ci si aspetta di trovare in questa città.  (Per questo, anche se può apparire ripetitivo riproponiamo alcuni aspetti perché sono centrali nella religiosità degli indiani, ogni giorno, in ogni luogo).

 

Secondo le condizioni che riscontreremo in loco, decideremo se trascorre a Varanasi tutta la mattinata e come impegnare il tempo a disposizione. Per ora prevediamo di andare presto in barca sul Gange.

All’alba saremo di nuovo ad osservare uomini e donne sui ghat.

I ghat sono il centro della vita non solo spirituale specie di questa città. Ve ne sono tantissimi che sbucano dai vicoli di Varanasi, per arrivare sino alle non chiare e fresche ma sacre acque sulla sponda occidentale del Gange. Si trovano tra i punti di confluenza del Varuna, che incontra il Gange a nord, e del più piccolo Asi che si getta a sud.

Riti funebri, offerte, abluzioni, semplice bucato, preghiere, cataste di legna pronte per essere date alle fiamme, corpi coperti di sari in attesa vicino l’acqua, intoccabili che svolgono il lavoro più ingrato di accudire i cadaveri e lavarli, pulire dai resti le piattaforme su cui bruciano legna e corpi, gente che fa yoga, altri che si fanno massaggiare, mendicanti, templi di varie dimensioni e ritualità religiose, piccoli cortei funebri che si arrestano al limitare dell’acqua osservando i corpi dei loro cari che vengono immersi nella Grande Madre per la purificazione finale, facciate di palazzi nobiliari anche in rovina, barelle che trasportano cadaveri coperti da veli coloratissimi, odori, grandi cumuli di diverso legname per poterne scegliere la qualità in base alle risorse economiche e bilance per pesarne la quantità opportuna a ridurre un corpo in cenere, fotografi spesso invadenti, olezzi, gente che guarda con interesse le cremazioni e altri che proprio accanto si fanno lo shampoo o lavano i denti...

(Volutamente associamo aspetti così contrastanti, come nel loro quotidiano).

Giorno e notte, all’alba e al tramonto, sempre, qualcuno veglia dorme muore, spera di abbandonare definitivamente questa “valle di lacrime”.

 

Rientro in hotel per la colazione.

Il resto della mattinata si dedica al relax, massaggi o pratiche ayurvediche in hotel, o a una (togliere “una” anche dove ci sia negli altri testi) passeggiare sui ghat per attraversarli e osservarli da vicino. La città è il cuore, ma anche l’anima e il corpo, la materialità e l’acqua di tutto l’universo indù, e camminare tra i ghat, non necessariamente fotografando, è un’esperienza.

È un viaggio tra gestualità quotidiane e riti, per pulire indumenti o mondarsi dai peccati, cercando la morte a contatto con quel liquido che facilita la moksha.

 

Dopo il pranzo in hotel, partenza per Allahabad dove arriveremo in serata.

E’ l’occasione in cui sarà inutile chiedere all’autista a che ora il nostro bus ci porterà a destinazione. Per avere una risposta attendibile bisognerebbe chiederlo a tutti quelli, crediamo tantissimi, che andranno nella nostra stessa direzione.

Solitamente, è possibile percorrere i 135 Km in circa 4 ore ma, considerata la concomitanza con l’evento, si presuppone un traffico assai intenso, che potrà rendere necessarie più ore del previsto. (In ogni caso, anche in assenza di condizioni straordinarie come questa, il traffico in India è sempre assai intenso, come si desume anche dal fatto che normalmente occorrano circa 4 ore per 135 chilometri).

Letture, le parole della guida e accompagnatore, musica nelle orecchie, qualche momento sonnacchioso, osservare ciò che proiettano fuori del finestrino, molta pazienza, consentiranno di arrivare. Prima o poi. L’unico aspetto certo è che ritardi e eccessi di traffico faranno parte del nostro itinerario.

Si va decisamente verso ovest, percorrendo la AH1, a meno che le condizioni riscontrabili quel giorno non consiglino altro itinerario.

Giunti ad Allahabad, il nostro bus si avvicinerà il più possibile all’area col campo tendato, anche se occorrerà camminare per arrivarvi e la distanza da percorrere a piedi dipenderà dal traffico. Sarà un utile allenamento per i giorni successivi. Infatti, la presenza di tante persone non consente il transito di auto, e gli spostamenti in andata e ritorno dal campo sino ai luoghi in cui si svolgono le ritualità  sono a piedi, con percorrenze che possono essere anche di un’ora circa.

 

Stiamo tre giorni in un campo e consumiamo i pasti in una tenda-ristorante a disposizione solo dei nostri gruppi, fruendo di tende   con più ambienti, veri letti, lenzuola, coperte, bagno privato, doccia, veranda, elettricità…

Qui incontriamo gli altri gruppi giunti con itinerari diversi. Ovviamente, ogni gruppo continua ad avere autonomia nella gestione delle giornate, tranne i momenti dei pasti, anche nelle ore non dedicate al Kumbh Mela. Vi sono, infatti, aspetti di Allahabad da conoscere durante l’eventuale tempo non riservato alle ritualità.

La città sacra è schematicamente caratterizzata dal più recente Civil Lines, un quartiere con viali, edifici anche coloniali, ristoranti e negozi moderni, e dalla città vecchia, Chowk, di cui segnaliamo alcuni punti di interesse.

Il massiccio Forte di Akbar, costruito dall’omonimo imperatore  della dinastia Moghul nel XVI secolo sulle rive dello Yamuna, è interdetto al pubblico essendo sede militare. Solo il Patalpuiru Temple è a volte accessibile. L’Anand Bhavan e lo Swara Bhavan, richiamano invece memorie della potente famiglia Nehru. Il Khusru Bagh, un parco con edifici e tombe del periodo moghul legate alla storia del Taj Mahal.

Sono tutti luoghi e architetture nella zona a nord dello Yamuna.

 

Pranzo in hotel a Varanasi o, secondo quanto riscontreremo lì, leggero lunch box.

Cena ad Allahabad in un nostro tendone. (Piatti vegetariani e divieto di alcolici).

 

Esempio di tenda utilizzata dai nostri gruppi nell’ultimo Kumbh Mela.

Ad Allahabad saranno simili.

 

 

 

 

Il possesso del Nettare dell’Immortalità, in sanscrito Amrita, fu motivo di lotta fra le forze del bene e del male, dei e demoni, durata dodici giorni e dodici notti.  Durante lo scontro, dalla Kumbh (urna vaso brocca o coppa) contenente l’Amrita, si dispersero a terra quattro gocce del nettare nei luoghi dove sono sorte le città sacre di Allahabad, Haridwar, Ujjain e Nasik. Qui si svolgono periodicamente feste religiose, Mela, assai partecipate. Ad Allahabad, in particolare, oltre ad altre ricorrenze, ogni sei anni si assiste al raduno di milioni di fedeli per la grande “Festa dell’urna”, in sanscrito Kumbh Mela. I dodici giorni divini di guerra tra dei e demoni corrispondono a dodici anni per gli umani. Sei anni sono la metà di dodici.

Ardh, in sanscrito, indica metà. Per questo ogni sei anni l’incontro religioso è chiamato “Ardh Kumbh Mela”, “Festa di medio termine dell’Urna”.

Allahabad è perennemente meta di fedeli che riempiono templi ashram dharamsala centri per la medicina ayurvedica e ghat. Il più famoso ricercato venerato è il Sangam il punto esatto dove, secondo la tradizione, sarebbe caduta una delle quattro gocce.

In questa zona il Gange viene alimentato nella sua portata, ma soprattutto nella sacralità, dalla confluenza dello Yamuna. È proprio da questo connubio tra due dei più venerati fiumi, in assoluto, che nasce il desiderio dei fedeli di accostarsi alle acque, perchè forniscono le condizioni più propizie per liberarsi dalla condanna delle inesauribili reincarnazioni. Se a questi due corsi d’acqua con cui ci si può rapportare fisicamente, si aggiunge la presenza di un terzo mitico fiume sotterraneo invisibile, il Saraswati, quello dell’Illuminazione, si capisce perché tanti milioni di persone si assembrino continuamente ad Allahabad. Ogni giorno, ogni stagione, ogni anno affollano i ghat non solo all’ora del Ganga Aarti, per immergersi nelle sue torbide acque con fede, per ricevere la benedizione della triade induista.

All’imbrunire, sempre, anche qui si celebra il Ganga Aarti, con immersioni e offerte di candele disposte su grandi foglie che galleggiano e seguono la corrente del fiume. Intanto, il sole scende, campanelli rintoccano, si accendono torce, il profumo d’incenso si spande assieme al vocio di preghiere… una cornice idilliaca che non deve far dimenticare un quadro denso di “amore o paura”.

L’acqua del Gange, è limacciosa, a tratti nerastra, appena schiarita da quelle più limpide, ma non per questo più sacre, dello Yamuna.

Vi galleggiano impurità, ma trasporta soprattutto passioni, speranza, ritualità, illusioni.

Una mano, tante mani di uomo o donna, tozze, dita grandi, pelle rugosa o tesa, quasi trasparente, vene sporgenti, affidano all’acqua foglie sagomate a mo’ di barchette che contengono fiori e fiammelle, per farle arrivare dove la corrente deciderà.

La speranza è che il fluire della Madre Gange porti le offerte il più lontano possibile.

Noi abbiamo deciso di fare un viaggio sin qui per seguire con gli occhi quelle fiammelle, assai numerose, infinite in occasione dell’Ardh Kumbh Mela. Coglieremo per lo meno un frammento di quella spiritualità che spinge tutti quegli uomini ad aggrapparsi al Cielo e immergersi nell’Acqua Sacra per sopravvivere su questa Terra dove, per definizione, l’esistenza è sofferenza, anelando la grazia della moksha.

Sono passati oltre centoventi anni da quando Mark Twain, dopo aver assistito a un Kumbh Mela, restò tanto impressionato da tale convegno d’anime e corpi, da osservare quanto fosse “meraviglioso che una fede come quella riuscisse a mettere insieme moltitudini e moltitudini di vecchi e giovani, di forti e fragili”, e partecipare a tali viaggi di fede, “sopportandone le difficoltà che ne derivano, senza esitazioni o rimpianti”. Lui non sapeva se lo facessero “per amore o per paura”.

Anche noi potremo fare riflessioni simili e non importa se non capiremo appieno gli impulsi che spingono qui tanti uomini. Ma, anche per noi “tutto sarà oltre l’immaginazione” e ogni cosa ci apparirà “meravigliosa, con un coinvolgimento inimmaginabile, soprattutto per quelli come noi, bianchi e freddi”.

 

Ad Allahabad, poco ad ovest di Varanasi, dove il Gange basso e limaccioso riceve le acque più limpide dello Yamuna e quelle meno visibili del fiume sotterraneo dell’Illuminazione, assistiamo all’arrivo di fedeli e sadhu, yogi e maghi, danzatori e asceti, auto e camion, animali e biciclette, pellegrini e risciò, corpi colorati, uomini vestiti di cielo e altri anch’essi più o meno nudi, ipnotizzati, mendicanti, vacche sacre e ricchi uomini, risciò, autobus e malati…

Qui si fondono, confondono, quasi si compenetrano sino ad avvicinarsi all’acqua che redime.

Tutto ciò, uomini, animali e cose che sembrano in moto perpetuo, sempre, giorno e notte, ad Allahabad, in vicinanza dei liquidi sacri, pare che vadano più piano. Le atmosfere che normalmente si vivono in India, che la fanno apparire un fiume in piena, sul fiume vero, quello della Madre Gange, perdono velocità e violenza emotiva, quasi frenate dalla particolare sacralità dell’Ardh Kumbh Mela.

Ma, forse, è proprio Gangadhara, Shiva nelle vesti di colui che porta il Gange, parola non a caso suadente e musicale, a far si che sul Gange l’India si rilassi e della sua carica emotiva si viva un eco più pacato.

Sulle rive, in realtà affollate ammassate pressate caotiche, tutto sembra più dolce e si trova persino la fantasia per sentire l’odore di incenso offerto dai fedeli.

E, pur non esistendo una sola India, quella fecondata dal Gange in quest'occasione, ci appiccica addosso un briciolo di emozione in più di quella che si può assorbire in altri pezzi di mondo e in altre regioni della stessa India.

Allahabad non è uno dei tanti posti in cui gli indiani trovino sacralità. È uno dei quattro luoghi più sacri legati alla tradizione più sentita e vissuta. Ogni sei anni, alternandosi con Haridwar, si ripropone l’Ardh Kumbh Mela, mentre altri eventi minori, Magh Mela, sempre con grande partecipazione e di elevata suggestione, si tengono annualmente nelle quattro città.

I fedeli arrivano sicuri di potersi liberare dai condizionamenti dell'esistenza materiale purificandosi attraverso il bagno. Nelle scritture vediche pare stabilito che, recandosi per almeno tre giorni alla confluenza dei tre fiumi sacri e immergendosi nei momenti più propizi specie durante le Mela più importanti, si ottenga la liberazione dall’interminabile ciclo di morte e rinascita, il samsara.

Qui, si accavallano vocii e immagini, colori e suoni, parole e urla, odori e preghiere, disperazioni e speranze, richieste e rassegnazione, invocazioni e delusioni. Tutto ciò lo avremo negli occhi naso e orecchie, e ci sbatterà addosso, senza mediazioni, i diversi volti di un Paese che, per quanto si frequenti, non consente mai di dire che lo si conosca.

 

Infatti, per esemplificare, in India qual è il punto di equilibrio individuale, sociale, etico tra il valore della vacca e dell’uomo? Molto difficile per noi individuarlo. A meno di non scoprire che il loro punto di equilibrio stia proprio in ciò che non condividiamo o, a volte, semplicemente non capiamo.

Grandiosa, coinvolgente, eccessiva, gioiosa, caotica, spirituale, incomprensibile, folgorante, ascetica, dolorosa, formicolante, fotogenica, interessante, strumentale, folcloristica, rinunciataria, oppiacea, liberatoria, consolatoria… la scena dell’Ardh Kumbh Mela che attraverseremo, non solo come spettatori che guardano da lontano con un potente tele, ci si offrirà così.

Ricca e contraddittoria.

Lontana da ogni sfumatura di banalità.

Ci sono esperienze che si presentano solo in alcuni luoghi e non frequentemente. Ci sono pochi momenti di esistenza terrena e spirituale che si mescolino in modo così vero trascendentale scenico ed eclatante come nell’Ardh Kumbh Mela.

È una sintesi di quella perenne e onnipresente aspirazione alla spiritualità connessa a teorie e pratiche sconosciute al cristianesimo e più in generale alla morale, alla filosofia e cultura occidentale che tendono a separare nettamente il sacro dal profano, la terra dal cielo, il godimento dalla sofferenza, la vita dalla morte.

Ovviamente anche qui tale palcoscenico di vita reale è pieno di quelle comparse che mostrano anche il folclore di queste forme di religiosità. Venditori di benedizioni e asceti a pagamento, impostori e semplici fumatori di hashish a buon mercato, tardo hippy e figure colorate con tariffe prestabilite per ogni clic, che si mescolano a moltitudini di pellegrini speranzosi e veri uomini di fede, tuttavia nulla tolgono al valore del luogo e dell’evento.

Qui tutto sembra possibile. Il miracolo, la liberazione, non è più occasione straordinaria riservata a pochi, ma quotidianità accessibile a tutti, effetto del carattere popolare, forte e gassoso, universale dell’induismo, capace di coinvolgere in maniera attiva da millenni una moltitudine infinita di indiani.

Ma, pure curiosi e sensibili viaggiatori, che giungono sino ad Allahabad armati non solo di macchine fotografiche ma pure dal desiderio di capire.

Almeno un po’.

 

I due giorni sono dedicati ad assistere a eventi di cui non si può dettagliare il programma perché legati a variabili rituali e organizzative non sempre note, o non note in anticipo. (Sembrerà strano, ma anche in queste occasioni intervengono aspetti che influenzano modalità dei riti e la presenza stessa di numeri più o meno consistenti di fedeli, legati alle diverse organizzazioni e filoni religiosi).

Purana, Sole, Luna, Brahma, Shiva, Vishnu, Devi, Asura, Amrita, Gange, Acquario, credenze tradizionali, allineamenti di astri, saggi cui è demandato il compito di individuare date propizie…

Tutto ciò concorre a complicare, nel senso di arricchire, eventi mai scontati nelle manifestazioni delle forme di fede e nelle loro sequenze temporali. Ma, proprio questo permette che milioni di uomini e donne, speranzosi, sconcertati, penitenti, si mescolino in ritualità individuali e di gruppo per creare la più incredibile, ma vera, scena di immensa eccessiva umana magnifica follia.

E anche a noi, pur non essendo scontato che si diventi diversi dopo aver respirato sotto il cielo indiano, sarà concessa una sentita esperienza, forse non solo visiva.

 

Dopo la colazione al campo, riprendiamo il bus per rientrare a Varanasi. (La durata della percorrenza dovrebbe essere più breve di quella dell’andata, ma per prudenza partiremo presto, in relazione al presunto andamento del traffico).

Pranzo durante il trasferimento (in ristorante locale/leggero lunch box).

Volo da Varanasi a Delhi (durata circa un’ora e mezza).

Per non rendere la parte finale del viaggio particolarmente intensa e faticosa, abbiamo previsto di poter fruire di un Hotel a Delhi vicino all’aeroporto fino al momento del trasferimento per il volo che ci porta prima a Francoforte e poi a Milano.

Pranzo lungo il trasferimento. Cena in Hotel. Pernottamento a bordo.

Arrivati a Delhi ci rechiamo in un Hotel situato vicino l’aeroporto.

 

Al mattino arrivo a Francoforte. Cambio di aeromobile e proseguimento per Milano Linate.

 

 

APPROFONDIMENTI DI VIAGGIO

 I PERCHE' DI UN VIAGGIO FOTOGRAFICO CON MICHELE DALLA PALMATi piacerebbe fare un viaggio con un professionista del foto/video reportage imparando i "trucchi" di come si realizza un racconto fotografico? In oltre trent'anni di professione fotogiornalistica, ha pubblicato oltre 500 reportage sulla stampa nazionale ed estera, raccontando gli angoli di mondo più remoti, società umane infinitamente lontane dalla nostra realtà, Nature ostili o straordinariamente accoglienti... Ha organizzato - CONTINUA -

PERCHÈ CON KEL 12

  • Ad accompagnare il gruppo c’è un Esperto Kel 12
  • Il viaggio prevede una sosta di tre giorni ad Allahabad per assistere alle celebrazioni del Kumbh Mela
  • Ad Allahabad si dorme in tende di lusso in “stile indiano”, allestite in un’area riservata Kel 12, dotate di tutti i comfort

ESPERTI

  

MICHELE DALLA PALMA

  • Dal 22  gennaio  2019 al 6  febbraio  2019

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