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RENDEZ VOUS: LAOS E ANGKOR, TRA I MANGIATORI DI FIORI DI LOTO

CAMBOGIA LAOS

icona orologio 15 GIORNI
minimo 12 massimo 20 partecipanti
icona valigia PARTENZE:

    2020

  • Dal   12  gennaio    al   26  gennaio  
Sistemazioni
River Cruises - Vie d'Acqua

Esperienza appassionante sostanziosa con aspetti assai diversi. In Laos per dieci giorni seguiamo il Mekong in barche private e via terra, sino al Wat Phou sito UNESCO. Poi, Angkor per quattro giorni e Preah Vihear. Pernottiamo anche in boutique hotel affacciati su fiumi e con piccole barche c’introduciamo in una realtà che si concede ancora ritardi nello sviluppo. Il dispiacere di allontanarsi da un’oasi rintanata dove solo chi ne apprezzi le particolarità decide di - continua -

A PARTIRE DA: 4.800 €


ITINERARIO

Volo di linea Thai TG 945 da Roma Fiumicino alle 13,30. L’accompagnatore attende il gruppo al banco accettazione per Bangkok 3 ore prima della partenza. Pasti e notte in volo.

Siamo a Bangkok alle 6,05. Disbrigo delle formalità di frontiera e coincidenza col volo Thai TG 2130 delle 8,30 per Chiang Rai, dove si giunge alle 10,05*.

 

Arrivo in aeroporto e trasferimento in hotel per il pranzo e una meritata doccia, aspetto che i nostri compagni di valigia certo apprezzeranno.

Scegliamo d’iniziare il viaggio in   modo soft, per evitare d’andare subito in giro stanchi e frastornati come in genere succede appena scesi dall’aereo e con molta differenza di fuso orario. Arrivo in hotel, pranzo e assegnazione delle camere alle 14.

Nel pomeriggio prevediamo una breve escursione in barca di un paio d’ore in una vicina località sul fiume Mae Kok. Nulla di straordinario, ma è il primo approccio con un mezzo che useremo abbondantemente nel viaggio. Attraccheremo in prossimità di un villaggio con etnie Lahu o Karen.

Normalmente, le piccole località in cui ci si ferma, in questa e nelle altre occasioni durante il viaggio, sono assolutamente normali. Si tratta di villaggi nella cui “normalità” si potrà individuare motivo d'interesse per la nostra sensibilità e per le immagini che riporteremo a casa.

Vi risiedono persone che, in varia misura coinvolte in uno sviluppo verso un modello socioeconomico che pare tendere ad omogeneizzare ogni spicchio di mondo, possono fornire immagini, seppur fugaci, per constatare il permanere di modalità di vita diverse dalla nostra. Potrà essere occasione per un “rapporto ravvicinato” con facce non ancora pienamente coinvolte nel processo evolutivo di questa regione asiatica.

Si riproporrà pure il solito dilemma sui modi e opportunità di questi contatti, che in genere non risultano invadenti solo se la situazione osservata è caratterizzata dall’aver perduto, in tutto o in parte, la sua “verginità originaria”.

(Ricordiamo che il viaggio non ha pretese di “andare alla scoperta di etnie”).

Rientro a Chiang Rai nel tardo pomeriggio. È una cittadina in cui semplicemente si transita e può costituire base di partenza per trekking o escursioni lungo il Mae Kok. A Chiang Rai esiste una tradizione di mercato notturno.

Pranzo e cena in hotel, set menù.  (Pranzeremo più presto del solito, ma il primo giorno non siamo certo in grado di adeguarci subito al nuovo fuso orario).

 

Il nostro hotel a Chiang Rai, “Wangcome Hotel” (www.wangcome.com)

Scegliamo quest'albergo perché è centrale e vicino al mercato notturno.  Non proponiamo il primo pernottamento nel migliore hotel del viaggio. Non è lussuoso né di charme ed è senz’altro tra i meno gratificanti che frequenteremo, ma ha stanze grandi e accoglienti e si trova in ottima posizione nel cuore della città. Prima o dopo cena suggeriamo una passeggiata approfittando proprio della localizzazione dell’hotel. A piedi si giunge agevolmente nella zona del mercato serale.

 

*Gli operativi di questo e di tutti gli altri voli interni, pur prenotati e confermati, sono soggetti a ulteriore riconferma. Eventuali variazioni, che potrebbero comunicarci anche in viaggio, determinerebbero opportuni adeguamenti nel programma, inclusi possibili cambi nei luoghi di pernottamento e alberghi.

*A Chiang Rai fruiamo di una guida in inglese con traduzione dell’accompagnatore. A Luang Prabang incontreremo la guida laotiana parlante italiano.

*Per il pernottamento di domani a Pak Ben (Pakbeng) lungo il Mekong occorre un piccolo bagaglio a mano in cui mettere il necessario, inclusi repellenti per gli insetti. La valigia resta sulla barca, per evitare il trasbordo di pesanti bagagli, e sarà fruibile all’arrivo in hotel a Luang Prabang.

 

Sveglia di primissimo mattino per andare a Chiengkong, città di commerci col Laos. Qui si attraversa il fiume per Houeixai sulla riva laotiana del Mekong. Dopo le operazioni di frontiera, per le quali occorre opportuna consistente pazienza, (le procedure non sono sempre le stesse), si sale sulla nostra barca che ci porta sino a Luang Prabang dopo due giorni di navigazione sul Mekong.

 

Il Mekong è grande, immenso e portatore di vita, ma riesce a essere pure molto feroce quando le piene trasformano il fiume in nemico incontenibile. Per le tantissime popolazioni che hanno scelto di vivervi accanto, è da sempre via di comunicazione, riserva d’acqua, mezzo di sostentamento non solo per i pescatori. Scorre per oltre 4500 chilometri

attraverso Cina, Birmania, lambisce la Thailandia, entra in Laos per quasi 1.900 chilometri, poi va in Cambogia e Vietnam dove forma l’enorme delta, un tempo parte del dominio kmer.

Da quando è stato teatro dell’attacco che più ha caratterizzato la guerra del Vietnam (“l’offensiva del Tet” del 1968), il suo nome in Occidente è indissolubilmente legato a quella guerra che ha diviso il mondo in due schieramenti nettamente contrapposti.

Non ha una sola madre. Varie sono le sorgenti che gli danno vita. Nasce in Tibet e nella prima metà del suo percorso scorre in terra cinese dove è noto come “fiume turbolento”, perché in circa 2.000 chilometri passa da una regione che    sta a oltre 4.000 metri d’altezza a un’altra di soli 500. Fin qui non è navigabile. Poi fa da confine tra Birmania e Laos nella zona del “Triangolo d’Oro” e in seguito, prima di introdursi in Laos, costituisce la linea di divisione con la Thailandia.

Nelle lingue di questi due Paesi è definito da tempo immemore “la madre di tutte le acque”, a significare l’importanza estrema che ha per le popolazioni locali.

Noi lo conosceremo da una barca di una trentina di metri che offre anche un “ristorantino” per mangiare a bordo. La cucina è semplice, ma il lento andare della barca rende tutto apprezzabile. Potrebbe anche esserci un membro dell’equipaggio che in inglese fornisce qualche informazione sul Mekong. L’essenziale, però, in questo caso non è capire quella lingua ma osservare lo scenario che la natura ha architettato lungo il fiume. Un libro, osservare il circostante, puro relax...

Un’esperienza che caratterizza positivamente l’intero viaggio.

Secondo le condizioni generali e del fiume, nei due giorni a bordo sostiamo due volte lungo un itinerario punteggiato da capanne e villaggi.

Navigazione sino al pomeriggio per giungere nei pressi del piccolo centro di Pakbeng. Pernottiamo e ceniamo in un lodge infilato nel verde lungo il Mekong. La barca è modesta e l’hotel non è lussuoso, ma sicuramente costituiscono le migliori soluzioni per incontrare il fiume e dormire in un ambiente per noi poco consueto.

Pranzo buffet (essenziale) a bordo.

Cena (set menù) sulla terrazza dell’hotel affacciati sul Mekong. Piacevole.

 

Il nostro hotel lungo il Mekong, “Sanctuary Pakbeng Lodge”, (www.sanctuaryhotelsandresorts.com)

Ha solo 30 stanze, per questo abbiamo prenotato le nostre un anno prima. Arredate in legno, semplici e gradevoli, con ventilatori, sono in piccole costruzioni a due piani con stile tradizionale, ben inserite nel contesto naturale sulle alture che affacciano sul Mekong.  Ciò che più si apprezza è senz’altro la vista sul fiume, in mezzo al verde a pochi minuti a piedi dal piccolo centro di Pakbeng. Da non perdere un aperitivo nel bar panoramico e un massaggio, peraltro economico. Per chi scrive, anche se non è la sistemazione più di “lusso”, è la più coinvolgente di quelle selezionate per questo itinerario.

 

Prima di riprendere la navigazione, chi vorrà alzarsi presto potrà visitare il mercato locale (non quotidiano) nel vicino villaggio di Pakbeng, in cui sono esposte merci di contadini e commercianti delle tribù stanziate sulle alture dei dintorni.

Colazione nel lodge e partenza. Anche durante questa seconda giornata il Laos scorre placido, richiedendo da parte nostra solo quella distesa attenzione che l’andare per via d’acqua consente. Per riempire questo vuoto di tensione non è neppure necessario un libro impegnativo, (“l’Ulisse” di Joyce può essere riletto in altra occasione). La piacevolezza della permanenza in barca e del suo lento andare non è scalfita neanche da qualche rombante motoscafo veloce. Sono quelli su cui sfreccia chi, avendo scelto di giungere dalla Thailandia a Luang Prabang in poche ore, è costretto a indossare il casco per proteggersi anche dai rumori prodotti dai fastidiosi motori.

Nei due giorni di tranquilla slow boat saremo comodamente impegnati in un relax contemplativo per seguire con gli occhi le sponde che accompagnano il fluire della barca, e avremo modo di intuire il forte legame del fiume con la vita sulla terraferma. Faremo due soste, compatibilmente con lo stato del fiume, la prima in un villaggio dove distillano un diffuso “torcibudella” locale ed è pure reperibile qualche oggetto artigianale.

Prima di giungere a Luang si visitano le grotte dei Diecimila Budda, nelle vicinanze   del Pak Ou Village, a circa 25 chilometri da Luang Prabang. È famoso per enormi anfratti dove sono state collocate nel corso del tempo innumerevoli statue del Budda. Non vi è un motivo preciso per questa scelta, se non il richiamo a una religiosità legata a forme di animismo. L’animismo è certamente la sorgente cui ha attinto nei millenni la maggior parte delle credenze religiose.

“La Grande Madre di ogni forma di religiosità”, si fonda sul principio che assegna a tutti gli aspetti della natura un significato e una consistenza che non è solo materiale. Dietro il fulmine non vi è semplicemente una scarica elettrica, un corso d’acqua non è una banale massa liquida, un grande albero non è solo un ammasso consistente di legname.

Anche le grotte, specie quelle profonde e articolate che entrano nei meandri della Madre Terra, non sono intese come mere cavità nella montagna. Sono luoghi in cui la natura, presentandosi in modo così eclatante, indica la presenza di caratteristiche particolari verso cui avere un’attenzione altrettanto speciale. Così qualcuno ha deciso un certo giorno di collocare una statua di Budda in un anfratto protetto dentro il ventre della terra. È stato l’inizio di un gesto che si è sempre più diffuso.

Oggi vi si trovano tantissime statue realizzate in grandezze materiali e stili assai diversi fra loro, anche se prevalgono quelle che richiamano lo “stile in piedi di Luang”.

Giunti a Luang Prabang ci rechiamo in hotel per la sistemazione nelle stanze.

L’ora è propizia (a meno di ritardi della barca) per gustare lo scenario in cui è inserito.

Il nostro hotel a Luang Prabang, “Grand Luang Prabang Hotel e Resort”.

(grandluangprabang.com).

È l’unico resort in un parco di Luang che affacci sul Mekong. Piccole costruzioni a due piani in un’area verde, ampie stanze, fontane, giardini curati, piscina, arredi in stile locale. Tutto si presta ad un’armonia estetica che mescola coloniale e laotiano, caratterizzata da marmo acqua legno piante cortesia e viste sul fiume. Nel parco si trova ancora il vecchio palazzo ex residenza di un primo ministro laotiano. Siamo ospitati tre notti in un hotel assai piacevole per ambiente e strutture ricettive, all’altezza del luogo più interessante in Laos. Lo scegliamo perché garantisce pure opportuna tranquillità, a circa 4 chilometri dal centro assai frequentato della cittadina. Non sconsigliamo un aperitivo nel bar che sporge sul Mekong.

Pranzo, modesto, sulla barca e cena (set menù) in hotel accanto al fiume.

 

E’ la località più coinvolgente del Laos.

Con parole non originali ma non fuori luogo, Luang Prabang è stata definita all’inizio del XX secolo da una francese” l’ultimo rifugio dei sognatori”. La signora in questione seppe certamente apprezzare un luogo che era stato già meta di altri viaggiatori amanti del “Grand Tour”.

(Si trattava di quel viaggiare “colto ed impegnato”, inizialmente limitato all’Europa, riservato all’élite culturale ed anche economica che allora stava vivendo la rivoluzione industriale. Era il modo, da parte dei più colti e curiosi, per completare la formazione di membri della futura classe dirigente, anche attraverso la conoscenza diretta delle parti di mondo di cui si iniziava a parlare in certi ambienti).

È inserita dall’UNESCO tra i Patrimoni dell’Umanità.

“Adagiata sulle rive del fiume” è espressione spesso abusata per raffigurare località lungo i fiumi, più o meno da cartolina. Come tutte le parole utilizzate eccessivamente perdono significato e rischiano di non fornire più il senso originario. Nel nostro caso, pur troppo usate, le parole che indicano Luang Prabang “adagiata sulle rive del fiume”, colgono pienamente l’atmosfera con cui si presenta al visitatore.

Tra gli altri aspetti si nota una consistente presenza di turismo giovanile più o meno saccopelista che ricerca, e qui ancora trova, suggestioni che nei decenni passati altri ragazzi hanno cercato a Kathmandu Goa o Atitlan.

Edifici antichi, case, templi, sono sparsi con noncurante grazia ai piedi della collina di Phu Si. Pure il nome della piccola altura che, specie il mattino presto, sembra sostare a mezz’aria tra le brume al centro di Luang, denota dolcezza. E il fiume, lo stesso che più a nord è definito prima turbolento e poi “madre di tutte le acque”, qui pare rallentare ancora. Placido, lento, non distratto nel suo fluire dal ricevere le acque del Nam Khan. Col suo

lambire attento, coccola le rive su cui si stende, adagiata appunto, Luang Prabang.

Palme, case di legno, bambù, edifici coloniali, strutture in semplice stile laotiano, influenze francesi, ponti provvisori che attraversano i fiumi, tetti con tegole, mattoni che arredano muri. Circondata da montagne, sovrastata dal verde e dalla collinetta che da sempre veglia sulla sua incolumità, è protetta da un lato dal Mekong e dall’altro dal Nam Khan. Tutto sembra voler scongiurare che Luang cambi troppo rapidamente.

(Però, in qualche anno, grazie alla maggiore facilità con cui si può giungere via terra da Vientiane, la situazione sarà stravolta da un numero di presenze di locali e turisti che   ne modificherà, forse irrimediabilmente, la natura. Si riproporrà così il diffuso dilemma legato all’opportunità di cambiamenti che modificano consistenti caratteristiche tradizionali dei luoghi che ci attraggono a favore di migliori condizioni di vita locale).

Fu capitale di un regno dai primi del ‘700 alla seconda metà del ‘900. Nel suo centro vivono circa 30.000 persone ed è a 700 metri sul livello del mare.

È particolarmente coinvolgente e tranquilla. Basta evitare di andare sull’altura di Phu Si al tramonto, quando vi si danno appuntamento tutti i turisti presenti nella zona.

Comunque, troveremo il momento per salire i circa 100 metri che portano alla sua sommità e osservare il panorama della cittadina cinta dal verde e dai due fiumi.

Ci si reca, non necessariamente in quest'ordine, anche al Vixoun Temple, (pur ricostruito in parte alla fine del XIX secolo, è il più antico tra i templi ancora oggi frequentati dai fedeli a Luang), al Wat Aham, (certo tra i più sacri del posto), al Wat Xiengthong (la migliore dimostrazione architettonica dell’arte sacra nello stile locale).

Avremo pure sufficiente tempo per altre visite come al Wat Mai e ore libere per approfondimenti personali e acquisti. A questo scopo si potrà visitare il villaggio di Ban Phanom o altri noti per la lavorazione di tessuti in cotone e seta.

Chi lo vorrà, durante il tempo libero, potrà seguire l’accompagnatore in un'escursione a pochi chilometri da Luang Prabang lungo le rive dell’affluente del Mekong, il Nam Khan. In una radura, protetto dalla fitta vegetazione che si apre solo in direzione del fiume a lui molto caro, ma che gli è anche costata la vita, si trova la modesta tomba ove è sepolto un personaggio, Pierre-Henri Mouhot, importante nella storia della ricerca archeologica mondiale. E’ lo “scopritore” di Angkor. (Purtroppo, con grande sorpresa, da qualche anno è stata realizzata una sua obbrobriosa statua che nelle intenzioni avrebbe dovuto omaggiarne la memoria. Stiamo raccogliendo adesioni per ridurla in frantumi).

 

Pranzo nel “View Point Cafè”. Ottima posizione, dove s’incontrano i due fiumi. Cena in hotel. (Set menù).

 

Oggi o domani, assieme all’accompagnatore, ci si potrà svegliare ancor più presto del solito per assistere all’uscita mattutina dei monaci per la questua. (“Alms Giving”). È un’esperienza che suggeriamo di fare.

(È bene, però, avere indicazioni sul posto più opportuno in cui recarsi, per evitare luoghi dove la presenza dei turisti sia superiore a quella dei locali).

Rientro in hotel per la colazione. Tutto il gruppo dedica le mattinate di oggi e domani a proseguire nella conoscenza di Luang e a un’escursione alle cascate di Khouangsi.

(Ricordiamo ancora che l’ordine delle visite nei tre giorni si definisce in loco in relazione agli orari di apertura dei templi e svolgimento dei mercati. Anche se andare alle cascate si deciderà dopo aver appurato la presenza di sufficiente acqua. In generale è consigliabile concentrare il tempo libero per attività individuali nei pomeriggi del secondo e terzo giorno, quando già si è presa confidenza con Luang).

Visita del Royal Palace, trasformato in Museo Nazionale. Unisce allo stile tradizionale laotiano interventi con influenze francesi e scaloni di marmo italiano. All’interno vi sono ambienti di cui noteremo la particolare modestia e pure pareti riccamente affrescate, la pomposa sala delle udienze, oggetti risalenti a varie epoche a partire dal I secolo d.C.

Nel giardino del Palazzo Reale si trova un padiglione che non migliora l’apprezzabilità estetica del luogo. Dovrebbe diventare il nuovo museo per collocarvi alcuni oggetti ora esposti nel Royal Palace. È un edificio con caratteristiche architettoniche e cromatiche assai contrastanti la bellezza e sobrietà dello stile proprio della residenza reale. Ricorda, invece, certi edifici thailandesi più roboanti, non le più ovattate opere tipiche di Luang Prabang.

Il Palazzo Reale è edificato nel 1904 come luogo di abitazione e rappresentanza del re laotiano, in coincidenza con la fase iniziale della presenza francese. È stato localizzato qui per potervi accedere direttamente anche dal fiume, che si trova proprio alle sue spalle. È utilizzato come reggia sino al 1975 anno della rivoluzione. Poi è adibito a museo.

All’interno vi sono decori, arredi, ambienti e oggetti assai diversi fra loro, abbellimenti ricchi d’eccessi nei colori e dorature, e stanze molto semplici come quelle private in cui trascorreva la quotidianità dei sovrani. La visita offre la sala delle udienze, con paraventi dorati, affreschi, statue del Budda in oro, ritratti di regnanti, sala del trono, pareti mosaicate, abiti reali, sciabole, teche con doni di rappresentanti d’altri paesi, porcellane, quadri, argenti…. Ma, forse, s’apprezzeranno maggiormente le camere situate nell’ala non pubblica del palazzo dove il re e la regina vivevano la loro porzione di privacy.

Pomeriggio e pranzo sono liberi per impiegare come si voglia il tempo, scegliere uno dei ristorantini lungo i fiumi gustando anche panorami.

(Lasciamo alla discrezionalità di ognuno dove pranzare oggi e domani, avendo sperimentato che è assai piacevole decidere tra uno dei tanti graziosi ristoranti notati sulle rive durante le visite).

Pranzo libero. Cena in hotel. (Set menù).

 

Luang Prabang è uno di quei luoghi in cui è obbligatorio ricavarsi il più possibile tempo per assaporarlo senza che sia scandito dall’accompagnatore. E, anche oggi, ne avremo possibilità compatibilmente con le visite di gruppo ancora da svolgere.

Gli aspetti da approfondire sono molti e alcuni di questi s'incontrano semplicemente lasciandosi andare e scoprire, anche casualmente, angoli di natura e architetture. Soli. I lungofiumi del Mekong e Nam Khan sono fonti inesauribili di interessantissime passeggiate.

Suggeriamo di farsi trasportare da un tuk tuk, noleggiare bici per i dintorni, visitare altri templi religiosi, ricercare souvenir in uno dei mercati che si svolgono in diverse zone e vicinanze della cittadina nelle varie ore del giorno…

Anche oggi il pranzo è libero perché, ancor più di ieri, si è familiarizzato con un luogo che, percorso a piedi, mostra scorci assai coinvolgenti e pure ristoranti tanto graziosi specie lungo i fiumi che dispiacerà non poter provare tutti.

Nei precedenti viaggi ci siamo sempre trovati nella condizione di “non aver avuto abbastanza tempo libero per girare da soli”. In questo caso ci siamo proposti di consentire un non trascurabile approccio anche individuale che, siamo certi, soddisferà i nostri compagni di viaggio, per approfondire particolari di cui si è venuti a conoscenza leggendo o andando in giro senza meta precisa.

Le stanze vanno lasciate libere alle 12.

Volo per Vientiane QV 104 delle 18,45 con arrivo alle 19,30. Trasferimento in hotel.

 

Il nostro hotel a Vientiane, “Lao Plaza Hotel”, (www.laoplazahotel.com)

Dall’albergo si può camminare sino alle rive del Mekong. (Che, purtroppo, di recente si è ammalato di cementite acuta, anche se una passeggiata sul lungo fiume è da consigliare). È posto in posizione centrale in una zona con negozi ristoranti e bar. Certamente è tra i più moderni hotel della capitale. Gestito da una catena thailandese, è dotato di ogni servizio, piscina, sauna, centro fitness…. Si potrà anche approfittare del centro massaggi, anche se nei dintorni se ne trovano di buoni e meno cari.

Pranzo libero a Luang Prabang. Cena in Hotel a Vientiane. (Buffet).

 

A Vientiane, capitale di un Paese grande poco più di due terzi dell’Italia con circa dieci milioni di abitanti, pare risieda oltre un milione di persone. (La cifra è approssimativa. Il flusso migratorio dovuto al rompersi degli equilibri tradizionali nelle zone rurali, determina ondate migratorie anche stagionali non controllabili).

Risale a un migliaio di anni fa ed è localizzata su un’ansa del Mekong, molto vicina al confine con la Thailandia. Nel mezzo di questo gomito fluviale si trova il quartiere in cui sono stati di recente edificati alberghi, tra cui il nostro, ristoranti e negozi. Nella zona vi sono anche alcuni dei templi che visiteremo.

Durante la permanenza ci rechiamo al That Luang il grande stupa del XVI sec., al Patuxai Monument au Mort (arco alla memoria che ricorda quello più famoso in Francia, con decorazioni tipiche locali), al Wat Si Saket (inizio del XIX secolo con influenze thai ed elementi tipici laotiani, uno dei più famosi monumenti del Paese usato dagli studenti d’arte per elaborati dal vivo), al Haw Pha Kaew, (un ex tempio reale, oggi museo), al Wat Si Muang, (qui si trova il pilastro fallico in cui risiede lo spirito protettore della città).

Coglieremo anche altri aspetti significativi di Vientiane, considerando che le visite previste possono avere andamento diverso da quello segnalato e che l’ora d’accesso riscontrabile in loco potrà determinare anche il cambio dei luoghi indicati e/o l’aggiunta di altri.

Il Wat Si Saket, pur possedendo caratteri siamesi, sfoggia anche aspetti specifici laotiani. Risale ai primi del XIX secolo e pare essere il più antico tra i templi ora aperti al pubblico e ai fedeli della capitale. Un muro di cinta, che protegge il manufatto centrale, nella sua parte interna è caratterizzata da numerosissime nicchie che  custodiscono centinaia di piccole rappresentazioni del Budda. Altre di diverse dimensioni e materiali si trovano sempre nello spazio perimetrale del monastero. Sono in argento, pietra, legno. Stanno in posizione eretta o seduta. Realizzate scolpendo o fondendo vari materiali, risalgono dal XV al XIX secolo. Le varietà nelle forme, stili, significati rendono interessante l’insieme. Tra le altre si nota un Budda seduto su un “naga”, il serpente sacro, le cui teste sono sollevate per proteggerlo. È immagine ricorrente nella tradizione religiosa e artistica del buddismo in vari paesi. Il “sim”, l'ambiente più venerato dei luoghi sacri ove vengono ordinati i monaci, vanta un tetto a cinque livelli e nella sala interna le mura contengono nicchie con ulteriori raffigurazioni dell’Illuminato e affreschi.

Da rilevare, nel complesso monasteriale, oltre 7000 rappresentazioni del Budda e una grandissima tinozza di legno in cui ricompare il “naga”, usata durante il capodanno buddista per lavare le immagini di Siddharta Gautama, (nome del Budda prima dell’illuminazione).

Nell’area del wat vi sono anche numerosi piccoli stupa con reliquie di uomini particolarmente pii che hanno onorato il monastero.

A Vientiane anche l’antico tempio regale di Haw Pha Kaew, dislocato a poco più di cento metri dal Wat Si Saket, sarà oggetto del nostro interesse. Gli abitanti della capitale, pur se da qualche tempo il “sim” di questo ex tempio non è più luogo consacrato adibito a rituali religiosi, vi si recano per pregare ed offrire doni alle divinità. È noto che nel 1936 è ricostruito quasi totalmente, ma la sua origine è poco certificabile. Secondo tradizioni locali pare sia realizzato nel XVI secolo. In ogni caso la struttura, posta in un giardino, merita attenzione specie per le statue custodite all’interno e quelle che decorano il basamento esterno. Si tratta delle più apprezzabili sculture sacre antiche rinvenute nel Paese. Risalgono anche al VI secolo. Ritroviamo Budda di bronzo e pietra, in piedi, seduto o in posizione particolare mentre si rivolge al cielo per invocare pioggia, il “Budda razzo”. All’interno, pure oggetti khmer, statue lignee, manoscritti, altare con altre raffigurazioni dell’Illuminato.

Il Pha That Luang, il Grande Stupa, oltre ad essere l’immagine che identifica immediatamente Vientiane, è soprattutto il più importante monumento del Laos e simbolo principe di religiosità buddista. La sua denominazione completa indica “lo   stupa sacro con un valore mondiale”, e le più antiche storie intorno a questo luogo narrano di una struttura religiosa già esistente nel III secolo a.C. In realtà è assodato che i resti di cui si sia effettivamente trovata traccia risalgono all’XI secolo quando, secondo gli archeologi, pare vi fosse un monastero con influenze khmer. Certo è che solo alla metà del XVI secolo, in occasione del trasferimento della capitale da Luang Prabang a Vientiane, inizia la realizzazione di quattro monasteri intorno ad uno stupa centrale. Ora ne rimangono solo due dei quattro iniziali.

Anche in questo grande monumento si notano mura di protezione. Intorno al pinnacolo centrale se ne alzano tanti altri più ridotti distribuiti su tre livelli. La struttura a volte è accessibile ai fedeli sin quasi alla sommità attraverso corridoi e camminamenti. La cima, che caratterizza l’intero complesso alta oltre 45 metri, ricorda il bocciolo di loto. In occasione del 20° anniversario della Repubblica Popolare, il   regime ne ha deciso la copertura in lamine d’oro. Come in molte altre strutture sacre monasteriali laotiane, il chiostro interno alle mura perimetrali mostra numerose immagini di Budda e sculture in variegati materiali e stili.

Il Wat Si Muang non ha la fama di altri luoghi della capitale ma è oggetto di partecipata devozione dei fedeli, anche per le diverse versioni delle leggende che circondano il momento della fondazione di questo complesso religioso. Ancora oggi, dopo poco meno di cinque secoli dalla sua realizzazione, i laotiani danno grande importanza a una piccola statua del Budda lì venerata. Tradizione vuole che occorra sollevare più volte l’immagine sacra dal cuscino dove usualmente è poggiata, mentre si formulano richieste di grazia. All’accoglimento delle loro preghiere segue una donazione proporzionata al beneficio ricevuto. Ma, forse, l’aspetto più curioso delle ritualità del posto stanno in quei cocci che gli abitanti di Vientiane depositano in uno stupa del complesso sacro.

Le credenze del posto fanno sperare che gli spiriti che vivono lì, siano in grado di allontanare dalle loro case quella sfortuna che è stata evidenziata proprio dalla rottura degli oggetti qui portati.

Il Wat Si Muang è nel quartiere più frequentato di Vientiane. È importante soprattutto perché qui è conservato il pilastro fallico in cui risiede lo spirito protettore della città.

Pranzo nel “Tamnak Lao Restaurant” e cena in hotel.

 

 

Oramai Internet non costringe più neppure a sforzare la memoria per tentare di tirar fuori ricordi scolastici. Basta cercare “mangiatori di loto” ed emerge qualche verso del IX libro dell’Odissea in cui Omero scrive che “…volevano là, tra i mangiatori di loto, restare e scordare il ritorno”. Certo lui non si riferiva ai moderni viaggiatori ma a Ulisse e ai suoi uomini che, durante il loro peregrinare, si rifiutarono di ripartire da un luogo che li aveva ammaliati.

Anche noi, al pari di Nessuno, nonostante la troppo breve permanenza, resteremo coinvolti dai “ritmi letargici” di piccole lingue di terra e sabbia che periodicamente emergono dalle acque del Mekong.

Lì, nella regione delle Quattromila Isole vivono i “mangiatori di loto”.

Il loto, onnipresente nell’iconografia e pratica buddista, è usato in vari modi anche nella cucina orientale ed è associato all’oblio. Non sappiamo se anche noi saremo preda dello stesso stato mentale. Quello che però è certo è che tra questi ghirigori di sabbia creati dalla fantasia, grazia e forza del Mekong, il pendolo del tempo oscilla con ritmi più placidi che invitano alla rilassatezza e a dimenticare che il viaggio deve continuare.

Tra le Quattromila Isole pare di essere dentro una scena costruita per fascinare, e   forse è così. Quelle minuscole isole non sono una presenza reale, costante. Emergono solo in un certo periodo dell’anno quando il Mekong, fecondato dal Cielo e da altri corsi d’acqua, si gonfia raggiungendo anche 20 chilometri di estensione da una riva all’altra. Poi, quando il Fiume si contrae, quasi come atto di creazione, partorisce migliaia di piccoli isolotti. E, forse, anche per questo è evocato come “Madre di tutte le acque”.

Ogni cosa si mostra non come illusione prodotta dagli effetti delle diffuse bevande “happy”, ma risultato di un’atmosfera generale che suggerisce sensazioni difficilmente riproducibili in altri contesti.

Così, piccole alture, risaie, minuscoli agglomerati umani, graziosi wat, stradine, pescatori, cascate, ponticelli, ritmi lenti, bambù, distese di sola sabbia, amache, reti, canne da zucchero, qualche bici e moto, bufali, zaini e visitatori più pretenziosi ma comunque sensibili al richiamo di queste nicchie umane e di natura, grandi spazi, piante di cocco, orti, lingue d’acqua… seppur fugacemente percepiti, ci danno il benvenuto nelle Quattromila Isole, terra dei “mangiatori di loto”.

 

Sveglia di buon (sic!) mattino per il volo QV 515 delle 8,00 che ci porta a Paksè alle 9,15. Così possiamo avere l’intera giornata a disposizione. (L’hotel potrebbe non prevede una colazione a quest’ora né la possibilità di un breakfast box. Nel caso, l’accompagnatore farà in modo di provvedere a una “colazione” a Paksè se non vi è possibilità in aeroporto).

Oggi e domani, tempi e modi dei trasferimenti via terra e escursioni in barca, sono concordati in loco con il corrispondente e la guida locale, compatibilmente con le condizioni specifiche ambientali, ferme restando le visite indicate. (L’escursione alla cascata, per esempio - Phapheng o Liphi - prevista domani, potrebbe essere anticipata compatibilmente con l’andamento pratico delle visite e i tempi di spostamento).

La mattinata potrà essere dedicata a escursioni in bus e barca nella regione genericamente indicata come Quattromila Isole, dove si giunge con circa 3 ore via terra, e una parte del pomeriggio si potrebbe impegnare per esplorare alcuni aspetti dell’isola Khong in cui pernottiamo.

La zona in cui siamo è caratterizzata da minuscoli agglomerati. Qui vivono di gesti ripetitivi, faticosi ma rassicuranti, che da sempre raccontano l’esistenza di chi ha avuto la sorte di nascervi. Legno, paglia, canne, riso, risaie, bufali, palafitte… il tradizionale modo di vivere non è mutato e continua, in molti aspetti, a non voler cambiare.

I locali sono di varie etnie tra cui quella dei “lao loum”, lao delle pianure, che costituisce la maggioranza della popolazione laotiana, abbondantemente presente in tutta la regione. Da secoli, proprio sfruttando la loro predominanza numerica, si sono insediati nelle zone più fertili delle valli prodotte dalle acque del Mekong. Sono buddisti di scuola Theravada, ma, come tutti quelli che nel mondo mantengono ancora un forte rapporto con gli elementi della natura, dai quali dipendono e proprio per questo deificano, sono anche animisti. Le loro principali fonti di sostentamento sono legate alla pesca e agricoltura, specie quella che abbisogna di molta acqua come il riso. In quest’area, e in molte altre del Paese, non disdegnano la produzione del tradizionale torcibudella “Lao Lao”, che avremo già avuto modo probabilmente di assaggiare in una delle soste della barca nella parte iniziale del viaggio verso Luang Prabang.

Sino a poco tempo fa, alcuni villaggi non potevano contare sull’energia elettrica e anche l’approvvigionamento dell’acqua potabile era assai problematico. Usavano soprattutto acqua prelevata direttamente dal Mekong. (Non dimentichiamoci, nel bene e nel male, di essere nel Paese che non vuole, o a volte non può, cambiare troppo in fretta).

Attraverseremo l’area cercando di coglierne, seppur superficialmente, aspetti interessanti non solo per i nostri obiettivi fotografici.

Ci rechiamo, anche per il pranzo, a Khone Island, una delle più grandi delle “4000 isole” che punteggiano questa parte del Mekong che qui s’ingrandisce e circonda, appunto, migliaia di piccolissime isole. In questa regione, racchiusa entro una cinquantina di chilometri di fiume, il Laos, ancor più che altrove manifesta ritrosia alla frenesia.

Durante i monsoni il letto del fiume si allarga per diventare un lago che si espande per circa 20 chilometri. Nei periodi secchi le acque si ritirano mostrando migliaia d'isolotti.  In quelli abitati scorre una quotidianità fatta ancora di gesti ripetuti da secoli. Il quadro si completa con coltivazioni di riso, cocco, canna da zucchero, pescatori, imbarcazioni, reti, bufali…

Nel pomeriggio, sulla Khong Island dove pernottiamo, si potrà fruire di tempo libero per una piacevole passeggiata in un luogo che ben rappresenta le caratteristiche proprie delle terre dei “mangiatori di loto”.

I “placidi ritmi” non sono però così idilliaci come potrebbe far pensare chi descriva la vita locale lenta come quella di una “barchetta che remi controcorrente nel Mekong”. In ogni caso, certamente offrono sensazioni di rilassatezza superiori a quelli apprezzabili in altri luoghi della regione. Minuscoli luoghi sacri, stradine, alture ondulate, piccoli agglomerati, orti e risaie, lingue d’acqua, barche, verde, un drink al tramonto…

Pranzo al “SengR loon Restaurant” sul Mekong nell’isola di Khone. Cena in hotel.

 

Il nostro hotel sull’isola di Khong, tra le Quattromila Isole, “Senesothxeune”.    (www.ssx-hotel.com).

Stanotte e domani, non potevamo non scegliere di sostare anche le ultime due notti in Laos, in piccoli hotel affacciati sul fiume che ci ha accompagnato in tutto il nostro andare. Purtroppo, prima che avremo imparato la pronuncia di questo hotel, per molti il migliore dell’isola, saremo costretti ad andarcene. Piacevole. Si trova sulla riva orientale dell’isola di Khong lungo il Mekong nell’estremo sud del Laos, a circa cinque chilometri in linea d’aria dal confine cambogiano e vicini anche alle cascate di Phapheng.

 

 

Chi vorrà utilizzare al meglio il tempo sintonizzerà la propria sveglia col desiderio d’incamerare sensazioni che solo il primissimo mattino (tanto per cambiare), e la solitudine, sanno assicurare.

In ogni caso, partiremo presto dal nostro hotel per usare al meglio la giornata disponibile trasferendoci in bus e barca.

Le cascate di Pha Pheng, non distanti dal nostro hotel (una mezz’ora in bus), si trovano nella parte terminale del fiume proprio a ridosso del confine con la Cambogia   e localmente sono conosciute anche come “Niagara of the East”. (Chissà perché continuano ad affibbiare definizioni che creano eccessive aspettative e, contemporaneamente, fanno perdere specifica personalità al luogo in questione). Qui   le acque del Mekong fanno un salto di oltre trenta metri, interrompendone la navigabilità.

Il piatto forte di oggi e, dal punto di vista archeologico dell’intero tratto meridionale laotiano, è la visita del Vat Phou Temple, che raggiungiamo in circa 3 ore via terra, tornando verso nord.

L’interesse del luogo è rilevante. Non sta semplicemente nel fatto di essere, assieme a Luang Prabang, il solo sito Patrimonio UNESCO dell’intero Laos, ma nel significato culturale e religioso intrinseco oltre che in quello architettonico, essendo la materializzazione più pregevole dell’arte archeologica sacra del Laos. In ogni caso, pur essendo necessario evitare confronti con altre regioni asiatiche egemonizzate dalle manifestazioni artistiche Khmer, costituisce uno dei motivi d'attrazione più rilevanti di un viaggio in Laos.

Le dimensioni del complesso sono notevoli perché si sviluppa poco meno di un chilometro e mezzo ai piedi di rilievi montuosi. Risale al IX secolo, quindi è precedente al periodo classico di Angkor e alcune sue parti possono addirittura essere ricondotte al V secolo, come sembrerebbero testimoniare fonti cinesi e iscrizioni in sanscrito. Inizialmente l’intento era farne una rappresentazione grandiosa del paradiso, collegata a una ragnatela stradale che portava sino all’Angkor Wat in Cambogia e al tempio di Preah Vihear posto al confine tra Cambogia e Thailandia (dove ci recheremo fra due giorni). Altri legami possiamo trovarli con riferimento al sito di My Son in Vietnam.

Tra l’altro, è interessante notare che l’archeologa Patrizia Zolese ha dedicato molti anni di attività proprio alla mappatura e restauro conservativo del Vat Phou e My Son. (I due luoghi hanno in comune ulteriori aspetti specifici legati al rapporto tra contesto naturale e scelte architettonico religiose).

Del sito sottolineiamo la forte valenza religiosa. Il Vat Phou, che nasce come centro di culto dell’induismo per poi divenire buddista, è stato realizzato seguendo i canoni classici nel rapporto con l’ambiente. Al pari di My Son aveva bisogno della vicinanza di alture dove risiedono gli spiriti, dell’acqua per il significato che questo elemento ha in molte forme di religiosità, (soprattutto in quelle che rimarcano l’eterno ripetersi delle incarnazioni ed eventi), delle condizioni per rappresentare

il Monte Meru, ritenuto il centro dell’universo e da alcuni pure luogo di residenza degli dei.

Nel posto vi sono montagne da sempre supposte sacre e una sorgente che un tempo bagnava il “linga” che rappresenta Shiva. Il complesso religioso si snoda su tre livelli nell’ultimo dei quali era il santuario principale. Una posizione elevata che rappresentava proprio il mitico monte. Il tempio è orientato da est a ovest con l’ingresso a Oriente. Presenta vasca cerimoniale, “baray”, ingresso decorato, viale con colonnine a mo’ di fior di loto, altre vasche, padiglioni con sculture, architravi con impresse raffigurazioni degli dei della Trimurti, Shiva e la consorte Parvati oltre a Nandi, la cavalcatura del più potente dio della Trimurti. E scalinate, elementi architettonici non più in piedi come gallerie e altri padiglioni, “yoni” (rappresentazione della vagina spesso associata al “linga” riconducubile a Parvati), “naga” (serpente protettore che, come notato, spesso attornia addirittura l’intero tempio) …

Nel terzo settore, il più elevato e sacro, un tempo contenente il “linga” che era bagnato direttamente dall’acqua della sorgente sacra, si trovano “l’orma del Budda”, la “pietra dell’elefante”, la “pietra del coccodrillo”.

Il tutto, in un contesto ideale per osservare il panorama circostante.

 

Pranzo in ristorante locale nell’area di Champasak. Lo sceglieremo in loco secondo l’andamento degli itinerari nelle due giornate. Cena in hotel.

 

Il nostro hotel sul Mekong, vicino al Vat Phou Temple “La Folie Lodge” boutique hotel.  (www.lafolie-laos.com)

Gratificante. In ottima posizione sulla riva di un’isoletta sul Mekong a meno di un’ora dall’aeroporto di Paksè, a 8 chilometri dal Vat Phou. Si rimpiangerà di potervi sostare solo una notte.

 

Il nostro hotel è a poco più di 30 chilometri dall’aeroporto. Colazione, tempo libero o continuazione delle visite. Trasferimento in aeroporto per il volo QV 513 delle 13.

Arriviamo a Siem Riep (Angkor) un’ora dopo, e iniziamo subito le visite.

ci rechiamo in uno dei tre maggiori siti che hanno reso famosa Angkor. Noi indichiamo l’Angkor Tom, ma potrà essere inserito un altro, secondo quanto si riterrà più opportuno in loco, per ottimizzare i tempi di spostamento nella zona archeologica vasta oltre 400 chilometri quadrati.

 

 

 

L’Angkor Tom era una vera città fortificata realizzata tra il XII e XIII secolo. Sembra che nel periodo d’oro nella zona vivesse oltre un milione di persone. L’area era cinta da muro e fossato, chiara rappresentazione architettonica del monte sacro Meru e degli Oceani. Porte monumentali alte oltre 20 metri sono arricchite da proboscidi, grandi statue di divinità e demoni. All’interno vi si trovano strutture quali la Terrazza del Re Lebbroso, la Terrazza degli Elefanti e soprattutto il Bayon.

Se il manufatto più maestoso di Angkor è l’Angkor Wat, il Bayon rappresenta certamente quello in cui arte e capacità fantastiche degli autori e di chi l’ha commissionata, si sono espresse al meglio della creatività. I 216 enormi volti di Avalokitesvara sembrano inseguire con lo sguardo freddo, ma con sorriso più conciliante, il visitatore che in ogni caso rimane assai colpito dalla straordinarietà dell’opera. Il sorriso, appena accennato, delle sue 432 labbra può anche richiamare, (non per proporre inconsistenti rapporti ma solo per omogeneità estetiche), un altro notato ad Abu Simbel. Oltre allo straordinario insieme dell’opera, sarà interessante osservare nel dettaglio anche i bassorilievi con oltre 10.000 raffigurazioni. Molte di queste rappresentano scene di vita del XII secolo.

Si dice che sia stata questa la prima struttura che lo “scopritore” di Angkor, (Henri Mouhot oggi sepolto lungo il suo amato fiume in Laos), abbia notato mentre girovagava nella foresta. Assai coinvolgente e di grande impatto emotivo.

(Se dovessimo suggerire dove attendere un’alba, oltre al gettonatissimo Angkor Wat, non avremmo dubbi).

Oggi abbiamo iniziato la nostra scorribanda tra i templi di Angkor. Ma, noi non ci accontentiamo di condividerne la visione di giorno assieme a tante altre persone. Per questo scegliamo anche di tornarci una sera e avere il privilegio d’incontrare Angkor e l’aggraziato Thommanon Temple tutto per noi.

 

Pranzo, l’ora del volo non consente di andare in un ristorante. Consumeremo un leggero lunch box. Cena in hotel. (Tutte le cene sono set menù).

 

Il nostro hotel ad Angkor, “Angkor Palace Resort and Spa” 5*

(www.angkorpalaceresort.com)

Trascorriamo le ultime 3 notti in un hotel “che ha portato il fascino dei resort balinesi a Siem Riep”. Legno e decori, parco, grandi piscine, ampie stanze, caratterizzano il nostro soggiorno in questo hotel in cui operano management e personale molto disponibili e professionali. È in un vastissimo giardino in zona tranquilla, appartata, lontana dal “centro” di Siem Riep, ormai caotico, rumoroso, formicolante di gente e locali di ogni tipo. Sarà piacevole sostarvi sino al rientro in Italia, anche se la cucina potrà non essere considerata la migliore del viaggio. Scegliamo, però, come sempre, di consumarvi tutte le cene per evitare di dover necessariamente riuscire la sera e andare in ristoranti esterni alla fine di intense giornate.

In ogni caso, chi vorrà vivere un poco della movida locale, troverà tuk tuk di fronte all’hotel. Con un paio di dollari o poco più si va in centro nell’area pedonale in cui si trova anche un night market.

 

Quest’altra intensa giornata è dedicata al sito di Preah Vihear (dal nome della provincia in cui si trova), di età precedente l’era classica di Angkor. Per la sua rilevanza storico architettonica e la sua posizione, ci piace ancora ricordare che dal 2008 è l’unico sito oltre Angkor in Cambogia a essere Patrimonio UNESCO.

Ci concediamo un “giorno d’avventura” attraversando un territorio poco influenzato dal turismo. Partenza di primo mattino verso il nord sino a ridosso del varco di confine con la Thailandia, che ha spesso cercato di contendere alla Cambogia il possesso dell’importante complesso kmer. L’arrivo nel sito è previsto dopo circa 5 ore. (Ricordarsi di avere con sé il passaporto).

Si percorre un itinerario antico che faceva parte di una ragnatela di “strade reali” fatte realizzare dai regnanti kmer. Le principali erano sette vie lastricate che portavano in luoghi di particolare rilevanza come Preah Vihear, Sambor Prei Kuk, Phnom Kulen o Vat Phou in Laos.

(Dedichiamo molto spazio alla descrizione di Preah Vihear perché solo da poco tempo appare sulle guide e Internet).

Su un’altura di quasi 600 metri si trova il complesso religioso che i thailandesi chiamano Monastero Sacro. Nel periodo di Angkor era una meta di devozione tra le più apprezzate dai pellegrini. La sua realizzazione si attua in diversi periodi, pare dal IX- X secolo, anche se secondo molti studiosi i primi interventi sarebbero certamente

anteriori. Si tratta di un monumento che pur essendo apprezzabile dal punto di vista architettonico, lo è soprattutto per la sua posizione (la più strepitosa tra    i siti cambogiani). Rappresenta, assieme a Sambor Prei Kuk, (che includevamo negli anni passati al posto di Preah Vihear), la prima fase dello sviluppo dell’arte kmer che solo dopo più di un secolo darà vita ad esempi più noti come il Bayon o l’Angkor Wat.

I templi di Preah Vihear sono un'efficace raffigurazione materiale del periodo architettonico iniziale kmer, quando uno dei temi dominanti è la realizzazione di edifici sacri che simboleggino il Monte Meru, la Casa degli Dei, il Centro del Mondo. La rappresentazione dell’altura religiosa può consistere in una montagna reale o, in assenza, in un manufatto

artificiale. Ovviamente la presenza di un luogo naturale su cui erigere l’edificio fornisce maggiore importanza al luogo stesso. Anche per questo Preah Vihear già in passato aveva un ruolo assai rilevante per i comuni fedeli ed anche per i regnanti kmer. Ancora oggi i buddisti cambogiani vi

riconoscono uno dei più sacri luoghi del Paese. Pure i thailandesi lo apprezzano, tanto che è stato motivo di recente contenzioso anche militare con Phnom Penh. (Di queste tensioni rimangono segni tangibili nella presenza di soldati che presidiano la zona).

Quando è aperta la frontiera dal lato della Thailandia, i thailandesi vi giungono in numero assai maggiore dei cambogiani perché dispongono di una migliore viabilità ed un accesso facilitato. Nel sito, che sta proprio sul confine in territorio cambogiano, si può restare sorpresi dal costatare il numero di presenze che possono provenire dall’altro lato. Negli ultimi anni, dopo gli episodi di guerra e i successivi accordi con i thailandesi, le autorità cambogiane hanno però deciso di chiudere il posto di frontiera, impedendone così l’accesso ai vicini.

Il primo impatto può non essere sorprendente perché il complesso non si manifesta immediatamente in tutta la sua grandezza. Poi, però, si rimane coinvolti dalla vastità  del sito e, come detto, dalla sua localizzazione (si tratta certamente della più spettacolare posizione fra tutti i siti archeologici della Cambogia), e dall’opportunità che si ha di vederlo così come è stato riscoperto e conservato senza particolari interventi che ne abbiamo modificato lo stato originario. (Aspetto, questo, che ha contribuito alla scelta dell’UNESCO di inserimento tra i Patrimoni dell’Umanità).

Il complesso si dipana in forma allungata per circa 800 metri dall’ingresso con lo Scalone Monumentale al Santuario Centrale, che coincide col punto più alto e panoramico del sito. Segue, eccezionalmente, un orientamento da nord a sud invece che est ovest com'è nella più parte dei templi. Le strutture sono state adattate alla conformazione morfologica del terreno. Uno sperone di roccia ne condiziona la forma. È costituito da una serie di edifici, strutture e torri che si susseguono su pedane un poco sempre più alte sino a giungere alla sommità, che coincide appunto col santuario centrale alla fine della spianata, proprio sul bordo meridionale del dirupo.

Portali decorati, gradinate e scaloni impegnativi, santuari, torri, gallerie, finestre, qualche cumulo di pietre scarnificate che attendono di essere ricomposte nella loro originaria forma, colonnati, piani rialzati, Naga, cisterne… un insieme di edifici, alcuni ben conservati altri meno, indubbiamente valorizzati dalla posizione.

Da qui la vista non ha limiti sul circostante territorio cambogiano e thailandese, e nelle giornate assai limpide, si dice, possa arrivare sino a far scorgere il profilo di un’altra montagna sacra, Phnom Kulen.

Pare che già alla fine del XII secolo il posto non fosse molto frequentato e che la vegetazione abbia di lì a poco cominciato ad avvolgere, nascondere, proteggere, stritolare, abbracciare le sacre pietre conservandole sino ai giorni nostri.

Pranzo nel sito (leggero lunch-box).  Cena in hotel, set menù ad ora più tarda del solito.

*Sino a pochissimi anni fa occorrevano oltre 10 ore per andare e altrettante per tornare da Siem Riep, ed era quindi necessario passare una notte nella zona in situazioni disagiate. Poi, sono iniziati lavori di sistemazione in gran parte del percorso. Cinque anni fa erano necessarie 6/7 ore di jeep per giungere al sito. Oggi, che la strada è stata quasi tutta resa ben agibile, ne occorrono anche meno di 5. La distanza totale da Siem al luogo archeologico è di 250 chilometri circa.

Pur tortuosa, sino a Anlong Veng, la strada punta decisamente verso il nord per quasi 125 chilometri. Devia poi a est per Sra Em, che dista un altro centinaio di chilometri, località in provincia di Preah Vihear nelle alture di Dangkrek. Da qui, poco più di 25 chilometri portano alla base del colle col complesso sacro, cui normalmente si accede arrivando quasi sino all’ingresso con gli automezzi.

 

Incontro per la cena al Thommanon Temple aperto e illuminato solo per noi

 

Abbiamo riservato per gli ultimi giorni di permanenza alcuni degli aspetti più noti di Angkor. Difficile elaborare una graduatoria tra i monumenti che più possano suscitare l’interesse.

(L’ordine delle visite potrà invertirsi per questioni logistiche. Una parte del pomeriggio si potrà destinare al tempo libero. Si potrà anche decidere, per evitare ingolfamenti e le ore più calde, di recarsi nei siti il mattino presto).

Ogni tappa odierna avrebbe diritto a un’ampia descrizione per sottolinearne le qualità, riconosciute nel 1992 Patrimonio UNESCO. Ci limitiamo a indicare alcune delle caratteristiche principali, perché solo la loro visione diretta potrà farcene apprezzare pienamente la godibilità non solo artistica.

Lasciamo quasi alla fine del nostro percorso estetico-storico il Ta Phrom.

Rappresenta la più originale sintesi tra quanto la mano dell’artista e la megalomania del potente di turno abbiano saputo produrre, e la natura voluto preservare compenetrando e quasi incorporando ciò che ritenesse degno di voler conservare per sottrarlo all’incuria e a volte al disprezzo degli uomini. L’esperienza di questa visita è particolare. Molto è stato lasciato così come deve essere apparso a chi per primo ha avuto la costanza, il coraggio, e la fortuna, di ritrovarlo nel folto della giungla.

In realtà i monumenti, protetti afferrati avvinghiati e stritolati da rami e radici che paiono tentacoli di mostruose piovre, il forte contrasto anche cromatico tra le chiare articolazioni arboree i toni scuri e i grigi delle pietre antiche, non sono stati lasciati in balìa della natura. Periodicamente, l’opera di sorveglianza e manutenzione del sito evita che boscaglia arbusti siepi e piante varie, invadano

troppo le aree con gli edifici distruggendoli completamente. Sono invece lasciati indisturbati gli alberi di più rilevante dimensione che ormai hanno trovato casa e coabitano, a volte sorreggendosi vicendevolmente, con le strutture create dall’uomo. Il tutto si presenta in uno stato d'affascinante contaminazione tra natura e cultura.

Se c’è un luogo al mondo che possa immediatamente rappresentare al livello estetico più apprezzabile tale salutare commistione, questo è il Ta Phrom.

(Recentemente, però, sono in corso lavori di “sistemazione” di alcuni edifici. Qualcosa ci sfugge sull’indispensabilità di tali massicci interventi).

Aver lasciato per ultimo l’Angkor Wat può essere una scelta dettata dall’opportunità di terminare le visite col più grande monumento religioso della terra. (Ma, forse, al mattino c’è meno folla).

Di questo manufatto eccezionale per dimensioni e raffinatezza che unisce senso religioso e architettonico a un livello raramente riscontrabile in altre parti del pianeta, se ne noteranno il simbolismo, gli elementi imponenti e i particolari minuti ed aggraziati, a partire dalle oltre 3.000 raffigurazioni delle deliziose “apsara”. (Alla nostra attenta visita non sfuggiranno neppure particolari curiosi, come le smagliature presenti su alcune avvenenti danzatrici).

Saremmo però tentati di consigliarne la visita anche senza essere accompagnati dalle parole della guida né da alcuna nozione sul significato del monumento, perché la sua visione ispira una tale immediata sensazione di straordinarietà, che ogni parola e “preconcetto” potrebbero risultare se non eccessivi, superflui.

Comunque, ora ci pare inopportuna anche una pur sommaria descrizione.

In ogni caso, se i frequenti lavori di restauro ne consentono l’apertura, le torri più alte del complesso religioso possono essere visitate solo con abbigliamento adeguato. (La guida locale terrà informati circa tale aspetto).

Pranzo in ristorante locale nel sito.

 

Cena al Thommanon Temple, illuminato e arredato solo per noi

 

 

 

Thommanon Temple.

Elegante, di proporzioni adatte a farne apprezzare lo stile architettonico classico e le preziosità dei particolari. Si trova nella parte orientale dell’Angkor Thom. Risale, secondo varie interpretazioni, alla fine dell’XI o inizio del XII secolo. Pare comunque essere precedente alla madre di tutti i templi, l’Angkor Wat. È in ottimo stato grazie anche ai lavori di restauro eseguiti oltre mezzo secolo fa. Dedicato ai potenti Shiva e Vishnu, offre pure scene del “Ramayana” e raffigurazioni delle enigmatiche Devata. (Presenze accessorie per compiacere il potente, semplici seppur godibili decori per ornare le nude pareti, ballerine aggraziate e ammiccanti o vere divinità?).

 

 

                  “Sfumature” ad Angkor

                                                  cena, musici, danze, candele, ombre…

 

Ci piace pensare che, pur non costituendo una “comunità”, chi viaggi con noi lo faccia perché sceglie non solo un itinerario ben confezionato, ma ritenga pure di far parte di un “insieme” di persone con cui abbia qualcosa in comune, attratti da un “altrove” che custodisce terre e facce diverse.

Ci piace pensare che questo senso della condivisione trovi ambiente più adatto per manifestarsi in particolari condizioni di viaggio. Quando, oltre a generali modi di partecipazione interessanti, come in questo itinerario, si crei quella “sfumatura”, che accentui la sensazione di prendere parte a qualcosa di speciale.

Ciò è accresciuto proprio dall’essere con altri, condividendo un’occasione che moltiplica per ognuno le sensazioni. Perché, a volte, ciò che non trasmetti agli altri appare un po’ meno vero.

Per questo proponiamo un’iniziativa che dia la possibilità di vivere un’esperienza con “sfumature” normalmente impossibili da apprezzare, se non in circostanze come questa.

 

 

Infatti, siamo certi che una cena non sia solo ciò che si presenta in un piatto più o meno gradevole. Questa nel Thommanon Temple è condivisione di un’occasione che, sino ad ora, noi che frequentiamo il sito da decenni abbiamo potuto apprezzare solo un’altra volta.

Tutto è amplificato dalla presenza di compagni di viaggio d'altri due gruppi, “Vietnam e Cambogia, tra Cielo e Terra per vie d’acqua” e “Cambogia, dove un sorriso è un sorriso”.

La “festa” comune di oggi inizia arrivando al tempio verso l’imbrunire accolti da torce e candele, che accrescono le suggestioni man mano che la luce lascerà il posto al buio. Le luci ci indicano il percorso da seguire per giungere in uno slargo per l’aperitivo e accomodarsi ai tavoli bianchi accanto al tempio illuminato per noi.

Abbiamo “fatto le prove” per non lasciare nulla al caso di un evento che, crediamo, possa essere ricordato a lungo, non solo con le foto.

(Abbiamo verificato e concordato ogni aspetto della serata secondo quanto ritenevamo potesse arricchirla serata, anche se abbiamo dovuto cedere su alcuni eccessi coreografici che le autorità e l’organizzazione locale hanno fortemente suggerito per concedere i permessi, ritenendo che un bene UNESCO meriti un certo tipo di arredo e intrattenimento).

Comunque, il risultato pensiamo che sarà molto coinvolgente, perché quel luogo noto a livello planetario, caro a chi ami storia e architettura è solo per noi. E, semplicemente e straordinariamente, è bello.

Indipendentemente dal piacere delle portate, il gusto della cena sarà insaporito da contorni più apprezzabili di ciò che sarà servito nei piatti.

Una cena, questa cena, non è infatti un quadro in cui ciò che importi sia solo la tela essendo, la cornice, puro intercambiabile accessorio. Questa cena, con contorno di musici e danze, stimola emozioni anche, e soprattutto, attraverso l’ambiente che lo attornia. L’arte antica Kmer è valorizzata ulteriormente da ombre e luci che fanno intravedere nel buio le raffinate e graziose Devata.

E il tempo, trascorso e depositato per secoli su quelle pietre, vorremmo che questa sera rallentasse un poco per rendere meno breve l’incontro.

 

Terminiamo la conoscenza del vasto sito recandoci al Banteay Srey e al Banteay Samrè (o in altri templi se questi saranno già stati visitati).

Il primo, noto anche come Tempio Rosa per la qualità della pietra con cui è stato realizzato nel X secolo, è comunemente considerato in assoluto una delle maggiori preziosità architettoniche e artistiche cambogiane. (Nonostante la presenza di alcune copie di statue in sostituzione degli originali, che ora ornano dimore private in qualche parte di mondo).

Si trova a una trentina di chilometri da Siem ed è nota anche come Cittadella delle Donne per la graziosità delle raffigurazioni presenti nel tempio, caratterizzato da un ottimo stato di conservazione, dalla raffinatezza della fattura e accorti (oltre che sostanziosissimi) restauri.

Eleganti figure femminili presenti nelle pareti del tempio narrano episodi dell’onnipresente poema classico indiano Ramayana. È dedicato a Shiva, ma sono numerose anche le altre divinità maschili e femminili che ne ornano le strutture.

Il Banteay Samrè, verso Banteay Srey, risale al XII secolo, è in buono stato di conservazione e si presenta in posizione isolata con un corpo centrale, spazi per biblioteche e atrio. È protetto, cosa rara, da una doppia cinta muraria con un fossato centrale. Vi andiamo per le caratteristiche artistiche e scarsi turisti.

Gli aspetti dell’immenso luogo genericamente indicato come Angkor, sono tanti e così vari che ognuno di noi avrà certamente il desiderio di ricavarsi uno spazio per approfondire ciò che riterrà più opportuno, tra oggi e il pomeriggio precedente, compatibilmente con lo svolgimento delle attività di gruppo.

Pranzo in hotel.

Le stanze dell’hotel vanno lasciate entro le ore 12.

(Chi desideri utilizzare la camera sino al momento della partenza per l’aeroporto, può farcene richiesta all’atto dell’iscrizione in modo che se ne possa accertare disponibilità e costi).

 

Nel pomeriggio alle 17,15 trasferimento in aeroporto che dista pochi minuti. Volo di linea TG 2591 delle 20,45 per Bangkok, dove giungiamo alle 21,50. Cambio di aeromobile e volo in coincidenza per Roma in partenza dopo la mezzanotte.

 

Alle 00,01 volo Thai TG 944. Arrivo a Fiumicino alle 6,00.


 

 

 

 

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