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RENDEZ VOUS: TRA CIELO E TERRA, PER VIE D’ACQUA

CAMBOGIA VIETNAM

icona orologio 18 GIORNI
minimo 15 massimo 25 partecipanti
icona valigia PARTENZE:

    2020

  • Dal   9  gennaio    al   26  gennaio  
Sistemazioni
River Cruises - Vie d'Acqua

Il viaggio è sostanzioso ma rilassato per conoscere il Vietnam e la Cambogia, non solo Angkor. Lo facciamo in modo più coinvolgente dell’usuale usando anche barche private in sei occasioni. Nella Baia di Halong, Delta del Mekong, arrivare a Phnom Penh ed Angkor, a Huè e Hoi An, per spostarci, pernottarvi, mangiare a bordo, per escursioni in posti anche poco frequentati.  Attraversare terre sconosciute pure per vie d’acqua, consente quasi di scoprirle e - continua -

A PARTIRE DA: 5.350 €


ITINERARIO

Partenza da Milano (includiamo anche il volo da Fiumicino per Malpensa). Volo di linea TG 941 della Thai alle 13,05. L’incontro con l’accompagnatore è al banco accettazione tre ore prima della partenza. Pasti e notte in volo.

 

Arrivo a Bangkok alle 5,55 e partenza per Hanoi con Thai TG 560 alle 7,45 dove giungiamo alle 9,35. Dopo il disbrigo delle formalità aeroportuali, incontriamo la guida. Trasferimento in hotel e sistemazione nelle stanze.

 

I due pernottamenti ad Hanoi consentono di gestire il tempo a disposizione senza particolare fretta. Per questo iniziamo la conoscenza della città dopo un opportuno relax in hotel, senza essere costretti a cominciare subito le visite, aspetto che i nostri compagni di valigia certo apprezzeranno. Una salutare doccia, evitando la tentazione di una dannosa pennichella, ci predispone al primo incontro con la capitale dopo il pranzo in hotel.

Durante la nostra permanenza conosceremo gli elementi più rappresentativi di una città che racchiude e fa emergere le caratteristiche generali del Vietnam, con particolare riferimento alle regioni dell’ex Vietnam del Nord.

 

Per decenni, anche dopo l’unificazione del Paese, ha resistito alle aperture verso l’Occidente per timore che l’impatto potesse stravolgerne il volto tradizionale. Dagli anni ’90, ha iniziato con cautela ad aprirsi riuscendo anche a preservare parte del suo carattere coloniale. La Città del Drago che si alza in volo, così era anticamente definita Hanoi, è stata in grado di mantenere la sostanza della propria storia, nonostante le devastazioni dei bombardamenti statunitensi e gli interventi del realismo socialista di derivazione sovietica. Ancora oggi si presenta come città della grazia con un centro ricco anche di contaminazioni tra elementi parigini e asiatici. Le ruspe non hanno sino ad ora avuto completamente la meglio e l’antico Quartiere Vecchio continua ad essere un’interessante oasi di tradizione pur brulicante di motorette. Ben rende l’idea di una città che conserva il meglio del passato perché capace di aprirsi al nuovo senza particolari eccessi, come invece succede per esempio nella odiata-imitata Cina o nella stessa Saigon.

 

Pranzo (set menù) e cena in hotel. (Set menù o buffet)

 

Il nostro hotel ad Hanoi, “Melia Hotel” 5* (www.meliahanoi.com).

 

Abbiamo scelto di pernottare al Melia Hotel, un buon albergo. A piedi si può arrivare al lago Hoan Kiem, il cuore della città, lungo le cui rive si trovano il teatro delle marionette e vari templi. Non è la sistemazione con più charme del viaggio ma è una struttura gradevole, ospitale e dotata di ogni confort, piscina, centro benessere.

 

L’area in cui sorge Hanoi (Patrimonio UNESCO) è popolata da millenni. Diviene capitale nel 1010. Solo nel 1802 vede sminuito il suo ruolo, quando il fondatore della dinastia Nguyen la soppianta con Huè. Nel tempo assume vari nomi tra i quali “Dong Kinh”, che gli europei trasformano in Tonchino, termine che poi indicherà il nord del Vietnam. Ritorna capitale dell’Indocina Francese dal 1902 al 1953.

 

E’ luogo non banale da vivere, con atmosfera orientale e tratti coloniali francesi. Gode di numerosi laghi e del Fiume Rosso che la attraversa interamente.

 

Nel Quartiere Vecchio le 36 corporazioni che nel XIII secolo vi si trasferirono individuando per ogni strada una diversa attività commerciale, hanno lasciato sino ad oggi il segno nelle vie degli argentieri, pesi, bambù, seta, incenso… La denominazione stradale non rispecchia più le vecchie attività che vi si svolgevano, ma nell’intricato sistema di viuzze caratterizzato dalle case galleria o sogliole sarà comunque piacevole infilarsi a bordo dei tradizionali risciò a pedali.

 

Il centro della capitale è il Lago Hoan Kiem cui è legata la “Leggenda della spada restituita”, uno degli episodi narrati nello spettacolo delle marionette sull’acqua. (Assisteremo a questo spettacolo unico nel suo genere).

 

Visitiamo il Tempio di Ngoc Son posto su una piccola isola del lago e la piazza col mausoleo di Ho Chi Min per osservarne dall’esterno le strutture celebrative tipiche del realismo socialista. Ci rechiamo pure presso la palafitta dello “zio Ho”, (se accessibile), le pagode Una Sola Colonna, Quanh Tanh e Tran Quoc e nel Tempio della Letteratura.

 

Pranzo in ristorante locale “Wild Rice” (set menù).

 

Cena nel “Brother Cafè”. (Buon buffet anche di pesce in un ambiente che ben predispone, ricavato nello spazio di un antico convento di tre secoli fa recentemente ben ristrutturato).

 

*Per il pernottamento di domani in barca approntare un piccolo bagaglio col necessario. Si evita così il trasbordo di valigie pesanti che restano in bus. Saranno di nuovo fruibili a Huè. In barca le condizioni meteo possono richiedere un capo pesante impermeabile, come una giacca a vento.

 

Colazione e partenza direzione est verso la Baia di Halong. (165 km percorribili in 4/5 ore).

 

Celebrata anche dal film “Indocina” di Régis Wargnier con una splendida Deneuve, la Baia è dal 1994 nella lista dei Patrimonio UNESCO.

 

(La lista comprende circa 1000 beni nel mondo. Con 54 siti l’Italia vanta il maggior numero di presenze, forse ancora per poco perché la Cina è vicina, segue la Spagna).

 

Verso le 12 si arriva al molo per imbarcarsi, drink di benvenuto, assegnazione delle cabine, pranzo e inizio della navigazione.

 

(Quanto previsto nelle due mezze giornate può variare in relazione alle condizioni specifiche del mare. In ogni caso, le attività andranno concordate col capitano). Girovagando sino al tramonto, apprezzeremo un luogo che per molti costituisce il motivo principale di un viaggio in Vietnam, come dimostra il numero sempre crescente, ma già eccessivo, di barche. C’è addirittura chi viene in questo Paese solo per navigare nella baia. Sarà un’esperienza che parrà troppo breve.

Il tempo scorrerà veloce tra le migliaia d'isolotti d’ogni forma e colore che la punteggiano, anche se, come ricordato, la straordinarietà del posto è direttamente proporzionale al numero di presenze. Noi cercheremo, per quanto possibile, di evitare le aree più affollate per navigare un poco lontano dalle rotte più battute, compatibilmente con gli itinerari consentiti.

 

La Baia di Halong, (il termine indica dove il drago s'inabissa nelle acque), è il luogo del Vietnam in cui la natura si manifesta nel modo più clamoroso. Per questo scegliamo di non limitare la nostra permanenza a una visita di alcune ore, come usualmente avviene, ma vi trascorriamo un intero giorno e la notte.

La barca, solo per noi, della compagnia Bhaya Cruise, (www.bhayacruises.com), del tipo di quella rappresentata nella foto di copertina, permette il modo migliore di rapportarsi con un posto tanto coinvolgente, e ha dimensioni ottimali per sfiorare le fantasiose formazioni rocciose. E’ una giunca in stile tradizionale e vele ad “ala di pipistrello”. Le cabine, pur piccole ed essenziali, sono soddisfacenti con bagno privato e aria condizionata.

 

Navigando sino a poco prima del tramonto, sosteremo e visiteremo alcune grotte per entrarvi dopo aver salito non pochi gradini. Vi osserveremo i ghirigori rocciosi ornati da non sempre ovattate luci.

 

Lo svolgimento reale del programma, come detto, dovrà ovviamente essere compatibile con le condizioni specifiche ambientali e meteorologiche, come quella che i locali chiamano “craching”, polvere di pioggia, che può presentarsi soprattutto da febbraio ad aprile.

(Ma, il dio della pioggerellina si appisola raramente anche a gennaio, regalando spesso quell’atmosfera nebbiosa che ovatta il tutto, trasformando una cartolina in una scena più sfumata da scoprire angolo dopo angolo, che ad alcuni fa apprezzare maggiormente la baia).

Sosta per il pernottamento.

Pranzo e cena in barca. (Set menù)

Prosegue il passeggiare tra i dentoni rocciosi. Anche durante questa parte della mattinata il nostro unico impegno sarà l’andare lento tra le formazioni più sceniche della baia. Improvvisamente arriverà il momento in cui sarà necessario lasciare la barca. Normalmente si sbarca un poco prima delle 11 dopo un leggero buffet-brunch.

Ritorniamo, quindi, con circa tre ore di bus verso l’aeroporto di Hanoi per il volo su Huè.

Se non ci saremo già fermati all’andata, sosteremo in un grande laboratorio in cui producono e vendono prodotti artigianali, alcuni cari ma di pregio. Normalmente, come sa chi ci conosce, non indichiamo mai negozi in cui recarsi per acquisti. Tranne in casi come questo.

Qui, infatti, i prodotti sono realizzati da persone che portano addosso il disagio di una natura che con loro non è stata particolarmente benigna.

Può essere una buona occasione per unire utile e dilettevole.

Arrivo nel tardo pomeriggio a Huè. Volo di linea VN 1543 previsto alle 16,30 con sbarco a Huè dopo poco più di un’ora.

 

 

(*Rileviamo che i voli interni, pur essendo già stati prenotati e confermati possono essere soggetti a cambiamenti di orario anche senza preavviso. Ciò potrebbe comportare gli opportuni adattamenti nel programma ora indicato.

La compagnia aerea Vietnam Airlines consente il cumulo di miglia con tessere “Alitalia”).

 

Huè è considerata a ragione prestigioso centro culturale e religioso del Vietnam. Durante il periodo succeduto alla vittoria del Nord sul Sud, dal 1975 al 1990, rancori e incrostazioni ideologiche del regime non permisero recupero e salvaguardia dei suoi gioielli architettonici.

(In particolare le Tombe degli Imperatori Nguyen e la Cittadella, perché ritenute residuo della dominazione feudale di quella dinastia).

Dal 1990 si assiste all’auspicata svolta. Il governo centrale si rende conto delle potenzialità offerte dalla presenza dei tesori d’arte, riconoscendone anche l’importanza turistica per l’intero Paese. Il tutto trova conferma e impulso dall’UNESCO che nel 1993 riconosce Huè Patrimonio dell’Umanità.

 

Pranzo, prima del consueto, leggero “buffet brunch” in barca. Cena in hotel. (Set menù).

 

Il nostro hotel a Huè, “Eldora” 4* boutique hotel, (www.eldorahotel.com)

L’hotel, inaugurato quattro anni fa, è assai vicino al Fiume dei Profumi, attraversato il quale si è all’ingresso della Cittadella. Pur non avendo il fascino di altre strutture usate nel viaggio, offre servizi e comodità in grado di gratificare la permanenza a Huè. Da non dimenticare lo Skyline Bar, anche a tarda sera.

 

Intensa giornata di visite. (Inseriamo anche un’escursione in barca sul Fiume dei Profumi che in genere in questo itinerario non è prevista, perciò chiederemo particolare attenzione ai tempi).

 

La città diviene capitale del sud Vietnam dal 1802, quando la dinastia Nguyen conquista il potere permanendovi in vario modo sino al 1945. La località, il cui primo insediamento antico coincideva con la cittadella realizzata nel 1687 poco lontano dall’attuale centro urbano, è assai piacevole da visitare per la generale atmosfera di gradevole rilassatezza che ne promana. Forse è per questo che la sua attuale denominazione pare derivi dall’antica espressione “Thanh Hoa”, che significa armonia. Una qualità che pensiamo sia appropriata anche per descrivere l’andare in bicicletta di giovani ragazze dal particolare portamento, accentuato dall’elegante virginale attraente ao dai. Del resto l’avvenenza delle donne di Huè è nota in tutto il Paese, e non lascia indifferenti neppure le macchine fotografiche degli italiani che pure sono abituate a forme e rotondità femminili meno inconsistenti.

 

Di Huè percorreremo un tratto del Fiume dei Profumi sino alla Pagoda della Dama Celeste, poi ci recheremo alla Cittadella e alla tomba imperiale Tu Duc.

 

Nella prima parte del mattino giungeremo con un’ora di navigazione alla Pagoda della Dama Celeste. La barca, con immancabili dragoni a prua e altrettanto imprescindibile, graditissima alle signore, vendita di oggetti d’abbigliamento, va controcorrente sul Song Huong (nome locale del fiume) sino alla Thien Mu (denominazione vietnamita della Pagoda della Dama Celeste). S’individua da lontano per i suoi 7 piani che le consentono oltre 20 metri di altezza. Ottagonale, risale alla metà del XIX secolo, ma alcune altre strutture del complesso sacro sono di due secoli più antiche. Santuario, statue, campane, steli rendono interessante sostare lungo il fiume.

La pagoda negli ultimi decenni è sempre stato luogo in cui si sono concentrate le proteste contro i regimi, prima filoamericano e poi comunista. Tra l’altro, in un capannone a sinistra del santuario principale si trova una vecchia Austin, famosa per una foto che fece il giro del mondo apparsa anche su quotidiani italiani. Ritraeva il momento del suicidio di un monaco che si diede fuoco a Saigon, per protestare contro il dispotico regime sudvietnamita nel 1963. Un’occhiata all’auto, potrà ricordare ad alcuni sensazioni legate a momenti in cui la guerra del Vietnam ha coinvolto non pochi.

 

La realizzazione della Cittadella, la grande architettura circondata da un esteso fossato, inizia nei primissimi anni del XIX secolo. La vasta area comprende la Torre della Bandiera, i Cannoni Sacri, il Recinto Imperiale, oltre a vari palazzi e porte, piccoli specchi d’acqua e residenze, e la Città Purpurea Proibita.

 

Le Tombe Imperiali non sono semplici sepolture. Realizzate fuori del centro urbano, sono ammirevoli per proporzioni soluzioni artistiche e contesto ambientale. Ci rechiamo al Mausoleo Tu Duc, certamente il più armonioso tra quelli di Huè.

 

Poi ci trasferiamo a Hoi An via traforo per risparmiare molto tempo, senza essere costretti a percorrere una strada tortuosa montana dove non manca mai la nebbia. Poco più di 130 chilometri separano le due città. Seguiamo anche un litorale che sembra fare da confine tra il Vietnam settentrionale freddo e umido e quello del sud più soleggiato.

All’arrivo in hotel, cena sulla terrazza del ristorante che affaccia sul fiume.

 

Pranzo a Huè nel “Y Thao Restaurant”. (Piacevoli le portate, la loro presentazione e il tratto in risciò per giungere al ristorante dalla Cittadella, se la pioggia, a volte dispettosamente presente, ci consente di utilizzarli).

Cena in hotel a Hoi An (Set menù).

 

Il nostro hotel a Hoi An, “Hoi An Beach Resort” 4* (www.hoianbeachresort.com.vn)

A Hoi An la zona con i migliori hotel si trova fuori del centro storico. Noi abbiamo scelto Hoi An Beach Resort 4*, un gradevole resort in ottima posizione lungo il fiume e a pochi metri dal lungomare di Cua Dai Beach. I recenti lavori di ristrutturazione hanno valorizzato le stanze spaziose  e comode e i servizi, piscina, tennis, massaggi, bagno turco.

 

La prima parte di questa intensa giornata è dedicata a visitare un altro luogo Patrimonio UNESCO, dal 1999.

My Son è il più importante centro archeologico di tutto il Vietnam, a circa 35 km da Hoi An. Non presenta certo caratteristiche come altri siti orientali, né sono possibili confronti con Angkor, ma i resti dei santuari con le tipiche torri d’influenza indiana e il luogo naturale in cui è stato realizzato, ne fanno motivo d'interessante escursione soprattutto per il significato storico della cultura Champa, che qui è ben rappresentata. (Essenzialmente per questo è Patrimonio UNESCO).

 

Tale cultura, sviluppatasi dal II al XV secolo con forte capacità di penetrazione sino al sud dell’attuale Vietnam, è stata in grado di contendere il dominio della regione ai più famosi khmer, sconfitti dai Cham nel XII secolo.

 

Le circa 20 piccole strutture ancora in piedi fanno parte di un complesso risalente dal IV al XIII secolo. I lavori di conservazione e restauro sono in corso anche se con interruzioni, e sino ad ora sono riusciti a scongiurare il pericolo giapponese.

 

Rientro a Hoi An. Dopo il pranzo che può svolgersi a ora tarda, percorriamo a piedi il centro storico di questa cittadina le cui caratteristiche ne fanno una delle località che meglio ha conservato la fisionomia del passato in tutto il Vietnam. Dal 1999 è Patrimonio UNESCO.

 

Fu importante porto meta di navi portoghesi, olandesi, cinesi e giapponesi nel XVII-XIX secolo, e la zona è abitata e sede mercantile già dal II secolo. Molti edifici in legno rappresentano bene le peculiarità delle architetture tradizionali domestiche. Alcuni risalgono a due secoli fa e l’ottimo stato è dovuto a interventi conservativi cui sono periodicamente sottoposti. Osserveremo il Ponte Coperto Giapponese, la casa tradizionale di un mercante locale (i cui inquilini attuali offrono tè prima di passare alle vendite) ed entreremo in una pagoda.

 

L’aspetto che più colpisce di Hoi An è la coinvolgente atmosfera che apprezzeremo camminando anche durante il tempo libero lungo le stradine, alcune delle quali chiuse al traffico e con innumerevoli negozi.

 

Da ricordare che qui nel XVII secolo un missionario francese elaborò l’alfabeto che ancor oggi è l’unico di questa regione dell’Asia con caratteri tratti da quelli latini.

Nel pomeriggio, breve escursione in barca lungo il Thu Bon. Percorriamo un pezzo di fiume che attraversa la cittadina per giungere sino ai particolari palmizi d’acqua. (Nulla toglie alla piacevolezza del posto un vero finto pescatore che all’avvicinarsi di barche con stranieri, con professionale tempismo lancia in acqua la sua scenografica rete da pesca).

Rientro in hotel dopo la cena. Chi vorrà fruire del tempo libero a Hoi An per passeggiare, sostare in uno dei molti bar e ristoranti, fare acquisti… potrà raggiungere l’albergo con un taxi facilmente reperibile fuori dell’area pedonale.

 

Non sminuiamo il valore del luogo se notiamo che, pur capendone le ragioni, il cuore di questa cittadina si sta svuotando di vita reale espellendo molti dei suoi abitanti, per far posto ad attività commerciali. Accade anche in altri luoghi come Pingyao in Cina o Khiva in Uzbekistan, per non parlare della stessa Venezia. La stessa Petra sino a metà degli anni ’80 era assai diversa da come è ora, perché era ancora abitata da quelli che da sempre vi vivevano e sono stati fatti trasferire in un vicino villaggio. Non possiamo che prenderne atto, ma ci pare corretto rilevare il fenomeno di espulsione della vita reale a favore del turismo. Da sottolineare che si tratta di località tutte inserite tra i Patrimoni UNESCO.

 

 

Pranzo e cena a Hoi An al “Tam Tam” (set menù) e al “Home Hoi An” (set menù). Due buoni ristoranti non anonimi nel centro della cittadina.

 

Colazione e trasferimento a Danang per il volo di linea VN 109 delle 9,35 verso Ho Chi Minh, (ma per molti è ancora Saigon), dove si giunge alle 11,05. Danang, seconda città per importanza anche militare dell’ex Vietnam del Sud, e proprio per questo invisa al nuovo potere insediatosi nel 1975, si trova a 30 chilometri da Hoi An.

 

Arrivati a Ho Chi Min City, iniziamo le visite nell'ex capitale del Sud. La città non presenta particolari attrattive architettoniche perciò le concluderemo prima del pranzo, che potrebbe essere previsto ad ora più tarda del solito, o nel primo pomeriggio. Quasi tutto il pomeriggio, quindi, è lasciato alla discrezionalità dei partecipanti.

 

Dall’aeroporto ci rechiamo a Cho Lon il quartiere cinese che ospita la pagoda Thien Hau, la più antica pagoda cinese della città. Dedicata alla Dama Celeste protettrice di mercanti e marinai, è ancora oggi molto venerata proprio perché legata a queste categorie sociali, specie a quella dei mercanti. Non dimenticheremo di osservare le deliziose raffigurazioni in alto sui cornicioni all’ingresso e dentro il tempio, dove noteremo anche gli enormi incensi a spirale offerti dai fedeli alle deità.

 

Poi andremo nel centro della città, il vecchio quartiere residenziale che conserva molto del periodo coloniale, per osservare dall’esterno l’Hotel de Ville, l’Opera House, la Cattedrale di Notre Dame (non sempre aperta), l’ufficio postale in stile francese.

Pranzo e assegnazione delle camere.

 

Alla fine della giornata, magari dopo essersi recati a fare acquisti lungo la via Dong Khoi, la vecchia Rue Catinat dei francesi, (più volte richiamata ne “L’amante” di Marguerite Duras, nata a Saigon), chi vorrà potrà salire sulla terrazza dell’hotel Rex, al centro della città proprio nella zona di Dong Koi. È certo il più famoso, ma non il migliore, albergo nell’ex capitale del Vietnam del Sud. Qui soggiornavano gerarchi militari USA e giornalisti di tutto il mondo che, dalla sua panoramica terrazza con un gin tonic in mano, seguivano l’evolversi della guerra.

 

(In quel periodo, su questa stessa terrazza, solevano amabilmente discutere anche Terzani e Fallaci, quando ancora era lontano il momento in cui il primo avrebbe intrapreso ovattate strade indiane, e la seconda mai avrebbe pensato di abbracciare con la propria forte emotività sentimenti di “rabbia e orgoglio”).

 

Però, la città più grande del Paese rappresenta qualcosa di più della somma dei suoi palazzi, strade, traffico inimmaginabile, intrigo di bici risciò e soprattutto motorette, prostituzione.

 

È la città che ha perso la guerra ma vinto la pace. Qui si concentrano molte delle speranze di chi voglia emergere e sono espliciti i tentativi di presentarsi come un’altra delle tigri d’Asia, ma sono altrettanto visibili le contraddizioni proprie di un Paese con forti sacche di arretratezza e marginalità sociale. Sopra ogni altra cosa è evidente il fermento, la frenesia, la sbornia dell’attivismo e arrivismo individuale, spesso senza limiti e valori, nel tentativo di recuperare il tempo perso a causa delle ingerenze esterne e dei freni ideologici massimalisti.

 

In ogni caso la nostra breve full immersion sarà sufficiente a non farcene rimpiangere l’interessante ma caoticissima immagine.

 

 

La posizione assai centrale del nostro albergo consente di utilizzare nel migliore dei modi il breve soggiorno a Saigon. Varcata l’uscita dell’hotel ci si trova in pieno centro per passeggiate e acquisti.

 

*Per il pernottamento in barca del giorno successivo è bene approntare un piccolo bagaglio a mano necessario nel Delta del Mekong. La valigia, che resta nel nostro bus, la rivedremo all’arrivo nell’hotel di Chau Doc. Così evitiamo il trasbordo di pesanti bagagli.

 

Pranzo in ristorante locale “Dining Room Restaurant” (Set menù).

 

Cena in hotel. (Notevolissima. Da apprezzare anche l’inclusione di buoni vini…).

 

Il nostro hotel a Saigon, “Caravelle” 5*, (www.caravellehotel.com)

Nell’ex capitale del Vietnam del Sud abbiamo volentieri scelto quello che per alcuni è in assoluto l’albergo più esclusivo della città, anche se il primo impatto con la hall farebbe pensare diversamente. (In ogni caso, da quando vi abbiamo incontrato Bob Dylan…). Certamente è più che confortevole. È centrale, proprio sulla Dong Koi, la via commerciale di Saigon da non perdere, a pochi minuti a piedi dalle sponde del Saigon River. Il bar dell’ultimo piano, panoramico molto frequentato e caro, non è da evitare.

 

 

Giornata più rilassante della precedente, perché avremo occasione di attraversare in barca villaggi e mercati lungo le vie d’acqua del mitico Delta del Mekong dove vivono vietnamiti ma pure cinesi, khmer e cham.

 

Il Mekong scorre per oltre 4500 chilometri attraverso Cina, Birmania, Laos, Cambogia e Vietnam dove forma l’enorme delta, la cui regione era un tempo dominata dai Kmer. Proprio per questo ancora oggi parte dei cambogiani la ritengono Cambogia meridionale. Nel periodo di potere dei Khmer Rossi ci fu il tentativo di annettersi questa zona, che suscitò la reazione del Vietnam da poco unificato. Il conseguente conflitto portò alla sconfitta dei cambogiani e innescò la definitiva eclissi del regime di terrore cambogiano. Ora il delta è divenuta un’area ad alta produttività agricola che, dopo la forte crisi dovuta alla collettivizzazione delle attività rurali seguita all’unificazione del ’75, consente al Vietnam di presentarsi nel panorama mondiale come il secondo esportatore al mondo di riso. (Oltre che essere anche, cosa poco nota, il secondo produttore di caffè).

Da Saigon dopo circa tre ore giungiamo all’imbarcadero sul fiume a Cai Be per incontrare la nostra barca.

La Funan Cruise con solo 12 cabine, tradizionale, in legno, è accogliente e soprattutto a completa disposizione del gruppo. Anche questa barca non è lussuosa, ma dispone di tutti i servizi, con bagni privati e aria condizionata, in grado di rendere piacevole la permanenza a bordo. Il calore del legno e la cortesia dell’equipaggio attornieranno il nostro lento andare tra i rami del delta.

 

Da Cai Be la navigazione procede verso Cochin e Tra On, dove attracchiamo nel tardo pomeriggio per trascorrere la notte. (Nelle ore notturne in genere non si naviga). Durante l’itinerario ci avvicineremo a uno dei mercati galleggianti. (Luoghi e orari dei mercati possono variare). Vi si trovano imbarcazioni di diversa grandezza ognuna delle quali è specializzata nell’offrire un certo tipo di mercanzia. Le vie d’acqua attraversano paesini, oasi con varie specie d'uccelli acquatici, villaggi dove vivono ancora membri di etnia cham. S'intravedono pure chiese cristiane, qualche minareto, tantissime fabbriche di mattoni.

 

Abbiamo chiesto di imbarcare delle biciclette (non sempre è possibile) in modo che possano usarsi quando scenderemo per andare lungo le rive di un braccio del Mekong ed entrare anche così un poco in contatto con la realtà fluviale. Gli altri potranno piacevolmente andare a piedi. L’eventuale uso di bici, specie per le dimensioni del sentiero lungo il fiume, è ovviamente consigliato solo a quelli che abbiano adeguata dimestichezza con tale mezzo.

 

 

Pranzo e cena a bordo. (Set menù).

 

Il nostro “hotel” sul Mekong “Funan Cruise” con 12 cabine. (www.funancruise.com)

 

una Funan Cruise del tipo di quella he ci ospiterà sul Mekong

 

Iniziamo la giornata proseguendo in direzione di Cai Rang, per arrivare a metà mattinata presso Can Tho dove sbarchiamo. Qui è previsto il pranzo in un ristorante locale. Poi ci attendono circa tre ore in bus privato per Chau Doc che si trova a 270 chilometri da Ho Chi Min City.

 

Durante questa mattinata e il giorno precedente percorreremo lentamente alcune delle vie d’acqua che passano genericamente sotto il nome di Delta del Mekong. Non importa se il reale percorso tra canali e fitto intreccio di quelli che appaiono fiumi con una propria fisionomia, ma che fanno tutti parte del Grande Padre (a volte è chiamato così, oltre che Madre di tutte le acque), sarà quello ora segnalato.

È essenziale ricordare che attraverseremo un pezzo di Vietnam lento, ma non sonnacchioso, attivo. Entreremo nella pancia di quella parte nota come la risaia del Vietnam, dove si esprime anche visivamente molto dell’attivismo dei contadini che produce riso per sfamare l’intera popolazione e costituisce anche forte voce d’esportazione. Risaie, itticoltura, frutta, verdure… in un ambiente contornato dal verde, e da acque non sempre della stessa splendente tonalità. Qui si muovono, lungo le rive e sulle barche, uomini e donne la cui fatica quotidiana fa di questa nicchia di acqua-terra la dispensa dell’intero Paese.

 

Avremo anche occasione di scendere dalla barca.

 

Alcune delle imbarcazioni che incontreremo, grandi o piccole poco importa, noteremo che sono usate spesso come negozi ambulanti e case galleggianti. Vi vivono cercando di realizzare un minimo habitat in cui riconoscersi e rendere più piacevole la vita sul fiume. Così, assieme a panni stesi, al fornello e pentole, non mancano di ingentilire l’imbarcazione con piante pur spelacchiate o con qualche fiore, ma in grado di fornire un lembo di normalità anche vivendo sull’acqua.

 

Ovviamente, per loro fortuna, (e per disgrazia dei visitatori), anche in quest'ambiente fluviale molti aspetti stanno cambiando per rendere più agevole l’esistenza dei locali. Tra i cambiamenti in corso, che però solo chi ha frequentato la regione anche in anni remoti può notare, segnaliamo costruzioni moderne al posto di quelle tradizionali, l’apparire di antenne televisive sulle barche, e la quasi scomparsa dei ponti delle scimmie, le strette passerelle fatte con tronchi larghi pochi decimetri. Collegavano vari bracci d’acqua in cui transitavano persone e biciclette. Lo spettacolo era gradevole, ma era rilevante il rischio nell’attraversarle.

 

Il nostro zigzagare nell’immenso delta termina a metà mattinata nel porticciolo di Can Tho, importante nell’economia della regione per agricoltura e commercio.

 

Pranzo e trasferimento in bus a Chau Doc, cittadina al confine con la Cambogia posta sulle rive del fiume Bassac, dove saluteremo la guida vietnamita. Da qui, il giorno seguente, prenderemo un’altra barca che ci condurrà nella capitale cambogiana dove incontreremo l’altra guida locale.

 

 

Pranzo molto presto a Can Tho nel ristorante “Sao Hom”. (Set menù).

 

Cena in hotel. (Set menù)

 

Il nostro “charming hotel” a Chau Doc, “Victoria”. Apprezzabile. (victoriahotels-asia.com)

Pernottamento al “Victoria Hotel”, un bell’edificio 4* di charme, in stile coloniale, dell’omonima famosa catena alberghiera. Non solo è indubbiamente la migliore sistemazione del luogo, ma la qualità dell’hotel e la sua atmosfera ne fanno una struttura con un fascino superiore a quello di molti alberghi di 5*, accentuato dall’aver riservato stanze con vista sullo scenario fluviale. La sua invidiabile posizione lungo le rive del Bassac consente un bel modo di salutare il Vietnam. Ci si potrà ulteriormente gratificare (se vi è tempo sufficiente) con un massaggio in uno dei locali del quarto piano con vista sul fiume.

 

Inizia oggi un lento avvicinamento alle meraviglie d'Angkor. Vi arriveremo dopo aver visitato altri siti archeologici che preparano alla visione di uno dei luoghi giustamente più presenti tra i desiderata d’ogni viaggiatore, e aver attraversato un territorio con fiumi laghi e vegetazione che non lasciano indifferenti.

 

Verso le 7, subito dopo colazione, saliamo su una barca veloce a nostra disposizione, che in circa 4 ore di navigazione ci porta a Phnom Penh. Non possiede nessuna caratteristica di tipicità locale o charme, ma consente una delle particolarità dell’itinerario, un modo diverso di attraversare i confini ed arrivare nella capitale. Soste per le complesse procedure nelle frontiere del Vietnam e Cambogia (per le quali occorre armarsi di opportuna pazienza) e navigazione sul Tonlè Bassac verso il nord.

La nostra barca è della compagnia “Blue Cruiser”. (www.bluecruiser.com). Leggero lunch-box a bordo per usare al meglio il tempo disponibile a Phnom Penh che dista circa 130 chilometri.

Le visite iniziano subito dopo l’arrivo. Ci rechiamo al Museo Nazionale, Palazzo Reale e Pagoda d’Argento. Poi si va in hotel. Tempo libero sino alla cena.

 

Phnom Penh si sta definitivamente svegliando da uno stato di sonnolenza, dovuto alla necessità di una particolare sofferta elaborazione del lutto, che l’ha colpita dopo gli orrori dei Khmer Rossi. Oggi sta tornando a essere la piacevolissima città che costituiva uno dei centri coloniali francesi più apprezzabili, per l’estetica e la vivibilità urbana, della penisola indocinese. In ciò è aiutata dal suo essere distesa in una piana in cui convergono 3 fiumi, il Mekong, il Tonlè Sap e il Tonlè Bassàc. I lungofiumi sono assai gradevoli per passeggiare e cercare un bar in cui rilassarsi al tramonto o dopo cena.

 

Le leggende sulla fondazione della città contribuiscono a restituire al luogo quanto le recenti vicende hanno brutalmente imposto nella vita d'ogni cambogiano. Ma, la storia vera sulla sua origine è legata al declino di Angkor. Ciò determina la necessità dei Khmer di individuare una zona più funzionale di quella in cui sorgeva Angkor, per sviluppare i rapporti commerciali con Cina ed Indonesia. Così si amplia il primo nucleo urbano all’inizio del XV secolo.

La presenza francese plasma ancora l’aspetto della capitale specie nel Palazzo Reale, Nuovo Mercato e Museo Nazionale. Dopo lo spopolamento forzato nel periodo del terrore, quando in città erano rimasti solo 50.000 abitanti, l’arrivo dei vietnamiti nel ’79 facilita il ritorno a una certa normalità, specie dal ’90. Da allora si assiste a un reale risorgere con la realizzazione di opere pubbliche e corposi restauri che le stanno ridando vitalità e gradevolezza. Ne costituiscono esplicito segno per chi giunga via fiume le tante gru che sfondano lo skyline già dalla barca.

 

Nel Palazzo Reale alcune strutture ricordano quello più famoso di Bangkok. Il complesso è formato da padiglioni, giardini, sale, viali, torri e pagode, la più famosa delle quali è senz’altro quella d’Argento. La denominazione richiama il materiale prezioso con cui sono realizzate le circa 5.000 mattonelle del pavimento, dal peso di un chilo l’una. Vi sono conservati pregevoli oggetti che consentono un’idea della grandiosità della civiltà khmer. In particolare, si notano varie rappresentazioni statuarie del Budda, gioielli e maschere in oro, smeraldi e altri materiali nobili, che pesano molte decine di chili. Non poteva mancare il marmo italiano, usato per la costruzione dello scalone d’ingresso.

(Ricordiamo che per accedere nel Palazzo Reale è necessario un abbigliamento consono. Niente pantaloncini corti, canottiere e spalle scoperte. Se ne tenga conto al mattino vestendosi).

 

Il Museo Nazionale, pregevole struttura in mattoni in parte aperta, custodisce la più importante raccolta di sculture khmer del pianeta. Il complesso è reso ancora più interessante dalla sua articolazione in ariosi padiglioni inseriti in un giardino. Statue con influenze induiste che risalgono dal VI secolo, raffigurazioni buddiste, ceramiche e bronzi alcuni dei quali del IV secolo, rendono gradevole una visita che serve da opportuna introduzione a un viaggio di avvicinamento al mondo khmer. Raramente come in questo museo l’aspetto artistico legato al fenomeno del sincretismo religioso trova esplicita manifestazione. Qui ha modo di esprimersi visivamente in maniera molto significativa e accattivante, ciò che ha reso possibile dal punto di vista della teoria e della pratica il connubio tra religiosità buddista ed induista.

 

Pranzo, leggero lunch-box sulla barca per Phnom Penh. Cena in hotel. (Buffet)

 

Il nostro hotel a Phnom Penh, “Le Royal Raffles” 5* (www.raffles.com)

Davvero godibile. Più di un cinque stelle. “Tra i più grandiosi hotel coloniali d’Asia”.

 

È d’epoca coloniale, ristrutturato nel 1997 dalla non ignota compagnia Raffles.

Probabilmente è la migliore sistemazione della Cambogia, in ogni caso è molto bello e con servizi adeguati. Ci ha sempre soddisfatto e la frequentiamo da quando è stata riaperta dalla nuova gestione. Non risulterà estranea a chi abbia soggiornato presso lo Strand Hotel di Yangon, o, più probabilmente, a chi abbia visto “Urla del silenzio”, in parte girato negli ambienti del Le Royal Raffles. È spesso accomunato al Rex Hotel di Saigon perché in ambedue le strutture risiedevano i giornalisti che seguivano le rispettive vicende belliche. La differenza è però notevolissima dal punto di vista della qualità, a sfavore del Rex.

 

A due terzi del nostro itinerario ci concediamo una sveglia a piacere, mattinata e pranzo liberi in modo che ognuno si organizzi il tempo nel modo più opportuno. Si potrà approfondire la conoscenza della capitale passeggiando sul lungofiume, recandosi al monumento dell’Indipendenza, o semplicemente fruendo dei servizi disponibili in hotel per alcune ore di puro relax. (Poco distanti si trovano centri massaggi a prezzi assai diversi da quelli dell’hotel).

 

È doveroso ricordare che nella capitale, e in tutta la Cambogia, le vicende che hanno attratto l’attenzione del mondo per la brutalità con cui alcuni uomini ne hanno massacrati tanti altri, anche della stessa famiglia, hanno lasciato tracce non solo negli animi dei cambogiani superstiti.

 

Vi sono altri segni. Per non dimenticare.

 

Tra questi, a Phnom Penh, c’è un edificio tristemente noto perché trasformato da scuola a luogo di detenzione e tortura. Si tratta dell’ex carcere di massima sicurezza S-21 in cui sono stati rinchiusi circa 20.000 cambogiani prima di essere avviati a un campo di sterminio. Il posto mostra con ruvida verità una parte di ciò che è accaduto durante il regime di Pol Pot. Chi vi si vorrà recare riceverà le opportune indicazioni. Non ne prevediamo la visita nel programma perché non tutti quelli che vi si sono recati hanno gradito le crude immagini cui ci si trova di fronte.

In ogni caso l’organizzazione mette a disposizione bus guida locale e accompagnatore per andare nel carcere S-21 o in altri luoghi che possano interessare una parte consistente del gruppo, per esempio un mercato come quello russo.

 

Qualsiasi cosa si decida di fare in mattinata, le stanze dell’hotel vanno lasciate alle 12.

Partenza per Battambang. I circa 300 chilometri tra le due località possono essere percorsi in 5 ore utilizzando la buona strada che le collega.

 

L’itinerario consente di attraversare una parte sostanziosa del territorio cambogiano verso nord ovest, e si snoda in un panorama pianeggiante che corre parallelamente prima al Ton Le Sap River e poi all’omonimo lago.

 

 

Battambang si trova sul Sangker River ed è nota per essere una piacevole località. La seconda città in Cambogia per numero d'abitanti, non è stata particolarmente stravolta dallo sviluppo succeduto alla ripresa delle attività economiche e commerciali, seguite alla stasi del periodo di Pol Pot. Se ne apprezzerà l’atmosfera coloniale grazie ad alcune strutture realizzate dai francesi che le fornirono un tono elegante, ora decadente. Il centro storico degno d'interesse coincide col lungofiume e si può percorrere a piedi.

Compatibilmente col tempo a disposizione, prima o dopo cena, possibilità di passeggiare lungo il Sangker, vicino al quale pernottiamo.

 

 

Pranzo libero a Phnom Penh, cena a Battambang in hotel. (Set menù)

 

Il nostro boutique hotel a Battambang “Bambu”,  (www.bambuhotel.com)

È una piccola recente struttura, gradevole, a poche centinaia di metri dal lungofiume, che abbiamo prenotato praticamente tutta per noi. Offre giardino e piscina su cui affacciano stanze realizzate in piccole costruzioni. Sarà piacevole trascorrervi la notte.

 

 

Occorrono normalmente 8-9 ore di navigazione da Battambang a Siem Riep-Angkor, ma la sua durata reale può essere maggiore di quella indicata. Dipende dalle condizioni generali del fiume e del lago, e soprattutto dal livello dell’acqua che può limitare molto l’andatura della barca. Anche ciò però è parte dell’interesse della giornata. La nostra imbarcazione attraversa canali e paludi formate dal Sangker River, in uno scenario di vita fluviale e lacustre in cui si mescolano uomini, animali e aspetti della natura locale mai scontati, impossibili da scoprire se non dalla barca. Case galleggianti, reti da pesca di ogni tipo, bambini, coltivazioni, verde…

(E, non di rado, anche quella povertà che neppure la più romantica, a volte ipocrita, e deformante delle visioni può definire dignitosa).

 

L’imbarcazione su cui viaggiamo è veramente assai modesta, (pur disponendo di un bagno), ma permette un’escursione che non può mancare se si vuole incontrare questa Cambogia. Come nelle altre occasioni di trasferimenti per vie d’acqua, possiamo gestire la barca a nostro piacimento. Prevediamo un leggero lunch-box. Durante il lungo trasferimento si sosta solo una volta, brevemente, sbarcando su una casa-ristorante-bar galleggiante per consentire all’equipaggio di pranzare. Come detto, le condizioni specifiche del fiume e del lago appurabili solo in loco, determinano concretamente l’andamento della giornata e l’ora d'arrivo.

 

Consideriamo questa giornata certamente tra le più coinvolgenti dell’intero viaggio anche se, è bene sottolinearlo ulteriormente, potrà risultare pesante. Viste le precedenti esperienze, ci sarebbe però difficile immaginare un itinerario che non includa questa navigazione. Raramente, tra i vari pezzi di mondo che abbiamo percorso, ci è capitato di incontrare ed assorbire un concentrato di immagini tanto ricche di verità.

 

Ad alcuni parrà certamente troppo lunga, ma non potremo abbreviarla.

(Potrà evitarla solo chi decida di andare autonomamente ad Angkor via terra in taxi)

 

Giunti nel porticciolo di Siem Riep, brulicante di barche e turisti, si va in hotel con mezz’ora di bus. Sistemazione nelle stanze.

Stiamo ad Angkor quattro notti e avere tempo sufficiente per visite non superficiali anche di templi meno reclamizzati. Il soggiorno è articolato in modo da terminare le visite di gruppo nel pomeriggio, e possibilmente consentire tempo libero da dedicare ad attività individuali. Relax tra piscina e massaggi nel nostro resort, una visita al locale mercato e negozi di Siem Riep o ad altri templi, andare all’Angkor Wat al tramonto…

 

Pranzo, in barca, con leggero lunch-box. Cena in hotel. (Le cene sono sempre set menù). L’ora in cui si consuma quella di oggi è subordinata all’andamento della giornata in barca.

 

Il nostro hotel ad Angkor, “Angkor Palace Resort and Spa” 5* (angkorpalaceresort.com)

Trascorriamo le ultime 4 notti in un hotel “che porta il fascino dei resort balinesi a Siem Riep”.

Legno e decori, parco, grandi piscine, ampie stanze, caratterizzano il nostro soggiorno in questo hotel in cui operano management e personale molto disponibili e professionali. È in un vastissimo giardino in zona tranquilla, appartata, lontana dal centro di Siem Riep, ormai caotico, rumoroso, formicolante di gente e locali di ogni tipo. Sarà piacevole sostarvi sino al rientro in Italia, anche se la cucina potrà non essere considerata la migliore del viaggio. Scegliamo, però, di consumarvi tutte le cene per evitare di dover necessariamente uscire la sera e andare in ristoranti esterni alla fine di intense giornate.

In ogni caso, chi vorrà vivere un poco della movida locale, troverà tuk tuk di fronte all’hotel. Con due dollari, o poco più, si va in centro nell’area pedonale in cui si trova anche un night market.

 

(Ricordarsi di avere con sé il passaporto).

 

Pure oggi è impegnativo, ed è un’altra tappa d'approssimazione al cuore artistico cambogiano. E’ dedicata al sito di Preah Vihear (dal nome della provincia in cui si trova), di età precedente l’era classica di Angkor. Per la sua rilevanza storico-architettonica e la sua posizione ci piace ancora ricordare che dal 2008 è l’unico sito oltre Angkor in Cambogia a essere Patrimonio UNESCO.

 

Ci concediamo un giorno d’avventura attraversando un territorio poco influenzato dal turismo. Partenza di primo mattino verso il nord sino a ridosso del varco di confine con la Thailandia, che ha spesso cercato di contendere alla Cambogia il possesso dell’importante complesso kmer. L’arrivo nel sito è previsto dopo 5 ore circa.

Si percorre un itinerario antico che faceva parte di una ragnatela di strade reali fatte realizzare dai regnanti kmer. Le principali erano sette vie lastricate che portavano in luoghi di particolare rilevanza come Preah Vihear, Sambor Prei Kuk, Phnom Kulen, o Vat Phou in Laos.

 

(Dedichiamo molto spazio alla descrizione di Preah Vihear perché solo da poco tempo appare sufficientemente sulle guide e Internet).

 

Su un’altura di quasi 600 metri si trova il complesso religioso che i thailandesi chiamano Monastero Sacro. Nel periodo di Angkor era una meta di devozione tra le più apprezzate dai pellegrini. La sua realizzazione si attua in diversi periodi, pare dal IX-X secolo, anche se secondo molti studiosi i primi interventi sarebbero certamente anteriori. In ogni caso si tratta di un monumento che pur essendo apprezzabile dal punto di vista architettonico, lo è soprattutto per la sua posizione (la più strepitosa tra i siti cambogiani). Rappresenta, assieme a Sambor Prei Kuk, (che includevamo negli anni passati al posto di Preah Vihear), la prima fase dello sviluppo dell’arte kmer che solo dopo oltre un secolo darà vita ad esempi più noti come il Bayon o Angkor Wat.

 

I templi di Preah Vihear sono un'efficace raffigurazione materiale del periodo architettonico iniziale kmer, quando uno dei temi dominanti è la realizzazione di edifici sacri che simboleggino il Monte Meru, la Casa degli Dei, il centro del mondo. La rappresentazione dell’immaginaria altura religiosa può consistere in una montagna reale o, in assenza, in un manufatto artificiale. Ovviamente la presenza di un luogo naturale su cui erigere l’edificio fornisce maggiore importanza al luogo stesso. Anche per questo Preah Vihear già in passato aveva un ruolo assai rilevante per i comuni fedeli ed anche per i regnanti kmer. Ancora oggi i buddisti cambogiani vi riconoscono uno dei più sacri luoghi del Paese. Pure i thailandesi lo apprezzano, tanto che è stato motivo di recente contenzioso anche militare con Phnom Penh. (Di queste tensioni rimangono segni tangibili nella presenza di soldati che presidiano la zona).

 

Quando è aperta la frontiera dal lato della Thailandia, i thailandesi vi giungono in numero assai maggiore dei cambogiani perché dispongono di una migliore viabilità ed un accesso facilitato. Nel sito, che sta proprio sul confine in territorio cambogiano, si può restare sorpresi dal costatare il numero di presenze che possono provenire dall’altro lato. Da qualche anno, dopo gli ultimi episodi di guerra e i successivi accordi con i thailandesi, le autorità cambogiane hanno però deciso di chiudere il posto di frontiera, impedendone così l’accesso ai vicini.

 

Il primo impatto può non essere sorprendente perché il complesso non si manifesta immediatamente in tutta la sua grandezza. Poi, però, si rimane coinvolti dalla vastità del sito e, come detto, dalla sua localizzazione (si tratta certamente della più spettacolare posizione fra tutti i siti archeologici della Cambogia), e dall’opportunità che si ha di vederlo così come è stato riscoperto e conservato senza particolari interventi che ne abbiamo modificato lo stato originario. (Aspetto, questo, che ha contribuito alla scelta dell’UNESCO di inserimento tra i Patrimoni dell’Umanità).

 

Il complesso si dipana in forma allungata per circa 800 metri dall’ingresso costituito dallo Scalone Monumentale al Santuario Centrale, che coincide col punto più alto e panoramico del sito. Segue, eccezionalmente, un orientamento da nord a sud invece che est ovest com'è nella più parte dei templi. Le strutture sono state adattate alla conformazione morfologica del terreno. Uno sperone di roccia ne condiziona la forma.

 

E’ costituito da una serie di edifici, strutture e torri che si susseguono su pedane un poco sempre più alte sino a giungere alla sommità, che coincide appunto col santuario centrale alla fine della spianata, proprio sul bordo meridionale del dirupo.

 

Portali decorati, gradinate e scaloni impegnativi, santuari, torri, gallerie, finestre, qualche cumulo di pietre scarnificate che attendono di essere ricomposte nella loro originaria forma, colonnati, piani rialzati, Naga, cisterne…un insieme di edifici, alcuni ben conservati altri meno, indubbiamente valorizzati dalla posizione.

 

Da qui la vista non ha limiti sul circostante territorio cambogiano e thailandese, e nelle giornate assai limpide, si dice, possa arrivare sino a far scorgere il profilo di un’altra montagna sacra, Phnom Kulen.

 

Pare che già alla fine del XII secolo il posto non fosse molto frequentato e che la vegetazione abbia di lì a poco cominciato ad avvolgere, nascondere, proteggere, stritolare, abbracciare le sacre pietre conservandole sino ai giorni nostri.

 

*Sino a pochissimi anni fa occorrevano oltre 10 ore per andare e altrettante per tornare da Siem Riep, ed era quindi necessario passare una notte nella zona in situazioni disagiate. Poi, sono iniziati lavori di sistemazione in gran parte del percorso. Tre anni fa erano necessarie 6/7 ore di jeep per giungere al sito. Oggi, che la strada è stata quasi tutta resa ben agibile, ne occorrono anche meno di 5. La distanza totale da Siem al luogo archeologico è di 250 chilometri circa.

Pur tortuosa, sino a Anlong Veng, la strada punta decisamente verso il nord per quasi 125 chilometri. Devia poi a est per Sra Em, che dista un altro centinaio di chilometri, località in provincia di Preah Vihear nelle alture di Dangkrek. Da qui poco più di 25 chilometri portano alla base del colle col complesso sacro, cui normalmente si accede arrivando quasi sino all’ingresso con gli automezzi.

 

Pranzo nel sito con leggero lunch-box. Cena in hotel (set menù), secondo l’ora di rientro.

 

 

Continuiamo l’avvicinamento al cuore di Angkor recandoci al Banteay Srey, detto tempio rosa per la qualità della pietra con cui è stato realizzato nel X secolo. È comunemente considerata in assoluto una delle maggiori preziosità architettoniche ed artistiche cambogiane.

(Nonostante la presenza di alcune copie di statue in sostituzione degli originali che ora ornano dimore private in qualche parte di mondo).

Si trova a una trentina di chilometri da Siem ed è nota anche come Cittadella delle Donne per la graziosità delle raffigurazioni presenti nel tempio, caratterizzato da un ottimo stato di conservazione, dalla raffinatezza della fattura e accorti (oltre che sostanziosissimi) restauri. Eleganti figure femminili presenti nelle pareti del tempio narrano episodi dell’onnipresente poema classico indiano Ramayana. È dedicato a Shiva, ma sono numerose anche le altre divinità maschili e femminili che ne ornano le strutture.

 

Il Banteay Samrè, verso Banteay Srey, risale al XII secolo, è in buono stato di conservazione e si presenta in posizione isolata con un corpo centrale, spazi per biblioteche e atrio. È protetto, cosa rara, da una doppia cinta muraria con un fossato centrale. Vi andiamo per le caratteristiche artistiche e scarsi turisti.

 

Durante la giornata prevediamo di recarci anche in uno dei tre siti che hanno reso famosa Angkor. Noi indichiamo l’Angkor Tom, ma potrà essere inserito un altro secondo quanto si riterrà più opportuno in loco per ottimizzare anche i tempi di trasferimento.

 

L’Angkor Thom era una vera città fortificata realizzata tra il XII e XIII secolo. Sembra che nel periodo d’oro nella zona vivesse oltre un milione di persone. L’area era cinta da muro e fossato, chiara rappresentazione architettonica del monte sacro Meru e degli Oceani. Porte monumentali alte oltre 20 metri sono arricchite da proboscidi, grandi statue di divinità e demoni. All’interno vi si trovano strutture quali la Terrazza del Re Lebbroso, la Terrazza degli Elefanti, ma soprattutto il Bayon.

 

Se il manufatto più maestoso di Angkor è l’Angkor Wat, il Bayon rappresenta certamente quello in cui arte e capacità fantastiche degli autori e di chi l’ha commissionata si sono espresse al meglio della creatività. I 216 enormi volti di Avalokitesvara sembrano inseguire con lo sguardo freddo, ma con sorriso più conciliante, il visitatore che in ogni caso rimane assai colpito dalla straordinarietà dell’opera. Il sorriso, appena accennato, delle sue 432 labbra può anche richiamare, (non per proporre inconsistenti rapporti ma solo per omogeneità estetiche), quello di Abu Simbel. Oltre allo straordinario insieme dell’opera, sarà interessante osservare nel dettaglio anche i bassorilievi con oltre 10.000 raffigurazioni. Molte di queste rappresentano scene di vita del XII secolo.

Si dice che sia stata questa la prima struttura che lo scopritore di Angkor, (Henri Mouhot oggi sepolto lungo un fiume a Luang Prabang in Laos), abbia notato durante un suo girovagare nella foresta.

“E, mentre fischiettava un pezzo della Traviata, si sentì osservare dai mille occhi del Bayon”. Assai coinvolgente e di grande impatto emotivo.

(Se dovessimo suggerire un posto dove attendere l’alba, oltre al troppo gettonato Angkor Wat…).

 

Oggi è iniziata la nostra scorribanda nel cuore di Angkor. Ma, noi non ci accontentiamo di condividerne la visione di giorno assieme a tante altre persone. Per questo scegliamo anche di tornarci domani sera col privilegio di incontrare l’aggraziato Thommanon Temple, tutto per noi.

 

Pranzo in ristorante locale (Set menù). Cena in hotel. (Set menù).

 

Incontro per la cena al Thommanon Temple aperto e illuminato solo per noi,

              tovaglie bianche, apsara danzanti, musica di sottofondo, torce, ombre, candele…

 

Abbiamo riservato, gli ultimi giorni di permanenza ad Angkor, ai suoi aspetti più noti.

Difficile elaborare una graduatoria tra i monumenti che più possano suscitare l’interesse.

 

(L’ordine delle visite potrà invertirsi per questioni logistiche. Una parte di domani e del pomeriggio di oggi possono destinarsi al tempo libero, per approfondimenti individuali di ciò che più abbia interessato i partecipanti o cercare nuove occasioni di conoscenza nel vastissimo parco archeologico. Si potrà anche decidere, per evitare ingolfamenti e le ore più calde, di recarsi presto nei siti).

 

Ogni tappa odierna avrebbe diritto a un’ampia descrizione per sottolinearne le qualità, riconosciute nel 1992 Patrimonio UNESCO. Ci limitiamo a indicarne alcune delle caratteristiche principali, perché solo la loro visione diretta potrà farcene apprezzare pienamente la godibilità non solo artistica.

Lasciamo quasi alla fine del nostro percorso estetico-storico il Ta Phrom.

È la più originale sintesi estetica tra quanto la mano dell’artista e la megalomania del potente di turno abbiano saputo produrre, e la natura voluto preservare compenetrando e quasi incorporando ciò che ritenesse degno di voler conservare, per sottrarlo all’incuria e a volte al disprezzo degli uomini. L’esperienza di questa visita è particolare. Molto è stato lasciato così come deve essere apparso a chi per primo ha avuto la costanza, il coraggio, e la fortuna, di ritrovarlo nel folto della giungla.

In realtà i monumenti, protetti afferrati avvinghiati e stritolati da rami e radici che paiono tentacoli di mostruose piovre, il forte contrasto anche cromatico tra le chiare articolazioni arboree i toni scuri e i grigi delle pietre antiche, non sono stati lasciati in balìa della natura.

Periodicamente l’opera di sorveglianza e manutenzione del sito evita che boscaglia arbusti siepi e piante varie invadano le aree con gli edifici distruggendoli completamente. Sono invece lasciati indisturbati gli alberi di più rilevante dimensione che ormai hanno trovato casa e coabitano, a volte sorreggendosi vicendevolmente, con le strutture create dall’uomo. Il tutto si presenta in uno stato d'affascinante contaminazione tra natura e cultura.

Se c’è un luogo al mondo che possa immediatamente rappresentare al livello estetico più apprezzabile tale salutare commistione, questo è il Ta Phrom.

 

(Purtroppo, recentemente, sono in corso molti lavori di restauro di alcuni edifici. Qualcosa ci sfugge sull’indispensabilità di tutti questi massicci interventi…).

 

 

Lasciare per ultimo l’Angkor Wat può essere una scelta dettata dall’opportunità di terminare le visite col più grande monumento religioso della terra. (Ma, forse, di primo mattino c’è meno folla).

Di questo manufatto eccezionale per dimensioni e raffinatezza che unisce senso religioso e architettonico ad un livello raramente riscontrabile in altre parti del pianeta, se ne noteranno il simbolismo, gli elementi imponenti e i particolari minuti ed aggraziati, a partire dalle oltre 3.000 raffigurazioni delle deliziose Apsara. (Alla nostra attenta visita non sfuggiranno neppure particolari curiosi, come le smagliature presenti su avvenenti danzatrici).

 

Saremmo però tentati di consigliarne la visita anche senza essere accompagnati dalle parole della guida né da alcuna nozione sul significato del monumento, perché la sua visione ispira una tale immediata sensazione di straordinarietà, che ogni parola e “preconcetto” potrebbero risultare se non eccessivi, superflui.

Comunque, ora ci pare inopportuna anche una pur sommaria descrizione.

In ogni caso, se i frequenti lavori di restauro ne consentono l’apertura, le torri più alte del complesso religioso possono essere visitate solo con abbigliamento adeguato. (La guida locale terrà informati circa tale aspetto).

 

Pranzo non in un normale ristorante ma in una “casa privata” che da qualche tempo prepara pasti a richiesta. Se possibile, è gradevole. (Potrebbe essere il Bong Thom Restaurant, anche se comincia ad essere troppo noto).

 

Cena al Thommanon Temple, illuminato a arredato solo per noi

 

Elegante, di proporzioni adatte a farne apprezzare lo stile architettonico classico e le preziosità dei particolari. Si trova nella parte orientale dell’Angkor Thom. Risale, secondo varie interpretazioni, alla fine dell’XI o inizio del XII secolo. Comunque, pare essere precedente alla madre di tutti i templi, l’Angkor Wat. È in ottimo stato grazie anche ai lavori di restauro eseguiti oltre mezzo secolo fa. Dedicato ai potenti Shiva e Vishnu, presenta tra l’altro scene del “Ramayana” e offre raffigurazioni delle enigmatiche Devata.      (Presenze accessorie per compiacere il potente, semplici seppur godibili decori per ornare le nude pareti, ballerine aggraziate e ammiccanti o vere divinità?).

 

Sfumature ad Angkor,

cena, musici, danze, luci, ombre…

 

Ci piace pensare che, pur non costituendo una comunità, chi viaggi con noi lo faccia perché sceglie non solo un itinerario ben confezionato, ma ritenga pure di far parte di un insieme di persone con cui abbia qualcosa in comune, attratti da un altrove che custodisce terre e facce diverse.

 

Ci piace pensare che questo senso della condivisione trovi ambiente più adatto per manifestarsi in particolari condizioni di viaggio. Quando, oltre a generali modalità di partecipazione interessanti, come in questo itinerario, si crei quella sfumatura, che accentui la sensazione di prendere parte a qualcosa di speciale. Ciò è accresciuto proprio dall’essere con altri, condividendo un’occasione che moltiplica per ognuno le sensazioni. Perché, a volte, ciò che non trasmetti agli altri appare un po’ meno vero.

 

Per questo proponiamo un’iniziativa che dia la possibilità di vivere un’esperienza con dettagli normalmente impossibili da apprezzare, se non in circostanze come questa.

 

Siamo infatti certi che una cena non sia solo ciò che si presenta in un piatto più o meno gradevole. Questa nel Thommanon Temple è condivisione di un’occasione che noi stessi, pur frequentando il sito da decenni, abbiamo potuto apprezzare solo un’altra volta. Tutto è amplificato dalla presenza di compagni di viaggio d'altri due gruppi “Laos e Angkor, tra i mangiatori di fiori di loto” e “Cambogia, dove un sorriso è un sorriso”.

 

La festa comune di oggi inizia arrivando al tempio verso l’imbrunire accolti da torce e candele, che accrescono le suggestioni man mano che la luce lascerà il posto al buio.

Le luci ci indicano il percorso da seguire per giungere in uno slargo per l’aperitivo e accomodarsi poi ai tavoli bianchi accanto al tempio illuminato per noi.

 

 

Abbiamo “fatto le prove” per non lasciare nulla al caso di un evento che, crediamo, possa essere ricordato a lungo, non solo con le foto.

(Abbiamo verificato e concordato ogni aspetto della serata secondo quanto ritenevamo potesse arricchirla serata, anche se abbiamo dovuto “cedere” su alcuni eccessi coreografici che le autorità e l’organizzazione locale hanno fortemente “suggerito” per concedere i permessi, ritenendo che un bene UNESCO meriti un certo tipo di arredo e intrattenimento).

Comunque, il risultato pensiamo che sarà molto coinvolgente, perché quel luogo noto a livello planetario, caro a chi ami storia e architettura, è solo per noi. E, semplicemente e straordinariamente, è “bello”.

 

Indipendentemente dal piacere delle portate, il gusto della cena sarà insaporito da contorni più apprezzabili di ciò che sarà servito nei piatti.

 

Una cena, questa cena, non è infatti un quadro in cui ciò che importi sia solo la tela essendo, la cornice, puro intercambiabile accessorio. Questa cena, con contorno di musici e danze, ci racconta emozioni anche e soprattutto attraverso l’ambiente che lo attornia.

L’antica arte kmer è valorizzata ulteriormente da ombre e luci che fanno intravedere le raffinate e graziose Devata.

 

E il tempo, trascorso e depositato per secoli su quelle pietre, vorremmo che questa sera rallentasse, per allungare un poco l’incontro.

 

Dopo colazione, nel caso in cui non si siano terminate le visite vi dedicheremo il tempo necessario. Poi, se possibile, tempo libero per consentire il massimo di flessibilità nella gestione individuale dell’ultimo giorno di permanenza in Cambogia.

Gli aspetti dell’immenso luogo genericamente indicato come Angkor, sono tanti e così diversificati che ognuno di noi avrà certamente il desiderio di approfondire ciò che ritenga più opportuno, tra oggi e il pomeriggio precedente, compatibilmente con lo svolgimento delle attività di gruppo.

Pranzo in hotel.

Le stanze dell’hotel vanno lasciate entro le ore 12.

(Chi desideri utilizzare la camera sino al momento della partenza per l’aeroporto, può farcene richiesta all’atto dell’iscrizione in modo che se ne possa accertare disponibilità e costi).

Nel pomeriggio alle 17,30 trasferimento in aeroporto che dista pochi minuti. Volo di linea TG 2591 delle 20,45 per Bangkok, dove giungiamo alle 21,50.

 

Alle 00,01 volo di linea TG 944 per Roma Fiumicino. Arrivo a Roma alle 6,00. Includiamo anche il volo da Fiumicino per Malpensa.


 

 

 

 

1. Le Royal Raffles Phnom Penh  2. Funan Cruise   3. Thommanon Temple