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TERRE DELLA VALLE DELL’OMO, ULTIME TERRE DI ESPLORATORI

ETIOPIA

icona orologio 14 GIORNI
minimo 10 massimo 16 partecipanti
icona valigia PARTENZE:

    2020

  • Dal   5  febbraio    al   18  febbraio  

L’Etiopia è un territorio molto articolato e sorprendente. Con questo viaggio vorremmo percorrere quella parte meridionale del Paese, cosi differente dagli altipiani settentrionali o dalla fossa dancala del nord-est. La modernità ha certamente condizionato in qualche modo sia la popolazione delle città sia quella più periferica dei villaggi ed ovviamente anche le fasce di territorio più marginali abitate dalle diverse tribù. Chi avesse già - continua -

A PARTIRE DA: 3.950 €


ITINERARIO

Partenza in serata con volo di linea da Milano o Roma ad Addis Abeba. Pasti e pernottamento a bordo. Arrivo previsto la mattina seguente.

 

 

Se l’altopiano etiope si estende a nord della capitale in una teoria di estesi tavolati ritagliati dalle profonde gole scavate dai fiumi stagionali, verso sud si biforca in due diverse conformazioni morfologiche. Nella sezione occidentale l’altopiano di dilunga in formazioni collinari con passaggi che raggiungono anche i tremila metri di quota e quello è il territorio della popolazione Guraghe, nella sezione orientale invece l’altopiano presto decade verso il solco della rift valley in una pianura di laghi a 1200 metri di quota. Lasciando Addis Abeba terremo la strada più occidentale che conduce proprio nelle aree della popolazione guraghe, grandi coltivatori di pendii collinari di orzo, frumento, teff (miglio) e Kocho, il cosiddetto “falso banano” dal cui bulbo alla radice si ricava un prodotto alimentare che gli etiopi considerano molto prelibato. Il viaggio è un susseguirsi di panorami collinari e villaggi composti di tukul rotondi e pagliai, protagonisti del disegno antico della vita contadina. I questa estensione collinare trovano le sorgenti i due maggiori affluenti del fiume Omo.

 

Sistemazione al lodge di Agena

 

Continuando verso sud, ormai sono trascorsi trecento chilometri dalla capitale, il territorio collinare va discendendo verso le terre della rift valley. L’ arteria orientale e l’arteria occidentale si incontrano a Wolayta Soddu 2000 metri di quota,e insieme continuano nelle pianure coltivate a cotone fino al centro di Arba Minch, il capoluogo delle regione meridionale dell’ Etiopia, la Gamo Gofa. Il basso bacino della valle dell’Omo appartiene a questa regione che confina a sud col Kenya e a su-ovest col Sudan. Lungo il tragitto, prima che le colline si appiattiscano, si incontrano i villaggi dai caratteristici tukul dipinti dell’etnia Adiye. Sono disegni molto semplici a motivi geometrici, floreali o animali.

 

Sistemazione al Paradise lodge o al Haile Resort

 

La città di Arba Minch, nome che significa letteralmente “Quaranta sorgenti”, è situata a 1350 metri di quota, al bordo di due laghi: il lago Abaya e il lago Chamo. I due bacini sono divisi da una sottile striscia di terra e tra le loro sponde meridionali si apre una zona selvaggia di pianura erbosa la cui fauna da alcuni decenni è protetta come area parco, si chiama Netch Sar Park, il parco dall’ erba bianca. Ad Arba Minch incontriamo, idealmente, il primo segno del viaggio di esplorazione del colonnello Vittorio Bottego, effettuato a fine 1800. Intanto occorre ricordare che la spedizione Bottego disegnò sulla nuova carta geografica, che si stava creando con il viaggio di esplorazione, un solo lago e questo lago prese il nome di Regina Margherita (da Margherita di Savoia, sposa del cugino Umberto di Savoia e madre di Vittorio Emanuele III°). Vittorio Bottego non vide quella striscia sottile che divideva i due bacini e pensò che il lago fosse uno solamente. Il lago Abaya ha un colore marrone, la poca profondità del fondale, il fondo terroso, il fango portato dai rivoli nella stagione piovosa lo rendono di quel colore poco invitante. Il lago Chamo invece è diverso, è più vivace, è il lago degli ippopotami e dei coccodrilli, le sue spiaggette sabbiose sono l’ideale per la deposizione delle uova dei coccodrilli e le sue sponde selvagge e paludose sono gli angoli di pascolo più adatti per gli ippopotami. Ma Arba Minch ha anche un’altra particolarità: la montagna di Chencha. Sul bordo nord-orientale dalla pianura dei due laghi si solleva un insieme di montagne che raggiungono una quota di 2450 metri dove il clima e la vegetazione sono completamente differenti dalla pianura. In basso la bouganville, la jakaranda, il frangipane il ficus ed in alto l’eucalipto, il bambù ed il falso banano. Le capanne tradizionali delle montagne di Chencha, sono come cesti intrecciati e rovesciati. L’ etnia che vive su queste montagne è la popolazione Dorze. Un mondo rimasto pressoché isolato fino ad una trentina di anni fa. Il giorno di sabato è quello del mercato settimanale di Chencha e tanto ravviverà di molto la nostra visita. Dedicheremo il pomeriggio alla navigazione sul lago Chamo, raggiungendo quei lembi di sabbie dove i coccodrilli nilotici che arrivano anche a sei metri di lunghezza si radunano ad accogliere il sole.

 

Sistemazione al Paradise lodge o Haile Resort

 

Quando si lascia il Arba Minch, ci si rivolge all’ angolo sudoccidentale del Paese, là dove si sviluppa l’ultimo tratto del corso dell’Omo fino alla sua foce nel Lago Turkana, sul confine keniota. Il clima ed il paesaggio di questo angolo meridionale dell’Etiopia sono decisamente africani, o meglio senza dubbio più simili a quel cliché che corrisponde all’ immaginario collettivo: aria più calda ed immobile, acque, Coltivazioni di cotone e piantagioni di banani, di ananas, poi colline pietrose ed infine i falsopiani dalle erbe delle savane punteggiate dai camini alti di terra rossa dei termitai. Tra Arba Minch con i suoi laghi e la valle dell’Omo si frappone un sistema di colline pietrose a 900 metri s.l.m. E’ il territorio della popolazione Konso, l’ultima etnia dai villaggi strutturati, l’ultimo gruppo tribale agricolo e sedentario prima delle terre delle popolazioni di allevatori seminomadi. Questa tribù conta una popolazione, di qualche centinaia di migliaia di persone, suddivisa in 41 nuclei abitativi. I villaggi della popolazione Konso sono molto interessanti; sono un insieme compatto di celle costituite da muri di pietra a secco in uno sviluppo concentrico. Ogni cella contiene un certo numero di capanne dal tetto in paglia e conta uno o più nuclei familiari. Ogni villaggio è dunque composto da un certo numero di celle-nucleo familiare e la sua età è palesata dal numero dei cerchi concentrici che lo compongono. Ogni villaggio ha dei punti di riferimento che sono simboli generazionali, luoghi di ritrovo comune e rappresentazione della memoria storica stessa del villaggio. Il carattere della tradizione sedentaria e del legame alla terra della etnia Konso è anche dimostrato dai cippi funerari: sculture in legno a commemorare guerrieri o capi villaggio con il loro nucleo familiare, memoria tangibile della storia della popolazione. Le sculture funerarie, ormai molto rare sul territorio dei konso, sono riconosciute come veri simboli di arte popolare africana antica tanto che alcuni esempi di questi lavori denominati “Waka” hanno uno spazio al British museum di Londra. Quando si lasciano le colline pietrose dei Konso si scende nella valle del fiume Weyto-Segen tributario del lago Chew Bar. Abbiamo trovato il nostro secondo contatto con la spedizione di fine 1800. Vittorio Bottego individuò questo lago che già era stato segnato sulle carte da una spedizione austro-ungarica, di un paio di anni precedente, e battezzato col nome di “Lago Stefania”. La pianura del fiume Weyto porta alle terre di pascolo della popolazione Hamer, una delle etnie più importanti per consistenza numerica ed anche per quella sorta di radicamento territoriale che la contraddistingue come polo etnico imprescindibile per tutte quelle genti che si sono affacciate alla valle dell’Omo. Qui comincia il territorio delle tribù di allevatori di bovini e caprini sui lunghi lembi di savana strozzati dalla boscaglia delle acacie. Qui corrono i dick-dick e le gazzelle, gli sciacalli e i licaoni. Nel tardo pomeriggio si raggiunge Turmi, centro amministrativo della popolazione Hamer.

 

Sistemazione al Buska lodge di Turmi.

 

Il lunedì è il giorno del mercato di Turmi. Luogo tradizionale di scambio, la piazza del mercato di Turmi è il posto dove gli Hamer provenienti dai villaggi vicini si recano per incontrarsi. E’ un valore fondamentale in un ambito primordiale incontrarsi fisicamente. Ancora oggi, in tutta l’Etiopia, il mercato è quel luogo dove la popolazione si ritrova, si confronta, si trasmette informazioni, si scruta, si conosce. Il luogo fulcro della vita sociale. Sembra che quelle merci povere, il miele, il burro, il mais, il sorgo siano solo un pretesto per ritrovarsi e rinnovare settimanalmente, in modo inconscio, la consapevolezza della esistenza e della presenza di un popolo che si chiama Hamer. E cosi fanno tutti, tutte le altre tribù. Certamente Turmi, sul passaggio della strada, ha perso quel suo aspetto di villaggio dimenticato in fondo alla polvere della stagione asciutta. Gli Hamer vivono nei loro piccoli villaggi, vicino ai loro punti di pascolo. Nel pomeriggio con una breve escursione andremo verso quei villaggi, immersi tra pascolo e boscaglia che caratterizza la fascia territoriale del lago Chew Bar. Il vestito di pelle conciata delle donne, bordato di anellini di ferro e di cipree, fascia in modo stretto i loro fianchi e si prolunga sul lato posteriore, con una specie di coda terminante con un bastoncino a segnare la polvere. Le donne hamer lasciano una traccia nella polvere! I loro occhi hanno contorni netti, un taglio a mandorla. I capelli sono trattati con burro e terra rossa. Il collo è decorato con un collare di ferro ad anello semplice o terminante in una sorta di protuberanza sul lato anteriore. Il seno è scoperto o talvolta coperto con un lembo di pelle conciata. La schiena, le spalle, il ventre sono le parti nude, sono pagine di pelle scura segnate da segni di fustigazione. Una sorta di fustigazione rituale e tradizionale che lo Stato vorrebbe giustamente estirpare. Non bisogna ovviamente confondere questo atto di fustigazione come fosse una banale e mera forma di punizione verso la donna.

 

Sistemazione al Buska lodge di Turmi.

 

La strada dopo Turmi continua verso sud-ovest. Finalmente si trova il corso del mitico Omo. Abbiamo raggiunto il nostro terzo incontro fisico con la spedizione Bottego. Le carte geografiche erano tutte da tracciare. La spedizione aveva già disegnato, laghi, fiumi minori, montagne. Aveva delimitato confini tribali, aveva dato un nome alle popolazioni, aveva segnato aree di caccia per l’avorio ma non aveva ancora risolto la questione fondamentale per la geografia moderna: il fiume Omo era un affluente del Nilo? Se così fosse stato, discendendo lungo il corso dell’Omo si sarebbe arrivati al Nilo dunque alla sua foce e dunque al Mediterraneo. Sul nostro percorso oggi si trova un centro che si chiama Omorate, ecco il fiume! La spedizione Bottego da queste parti ricevette un’illuminazione: gli indigeni alla domanda “Dove va il fiume?” risposero: “il fiume va nella Grande Acqua”…

Seguendo la corrente in poche decine di chilometri la spedizione Bottego raggiunse la “Grande Acqua”, uno degli enigmi geografici era stato risolto, il fiume Omo non andava verso il Nilo ma sfociava in un grande lago che la spedizione austro-ungarica Teleki-von Honel del 1888, aveva già posizionato sulle carte e battezzato col nome di “Lago Rodolfo”, in onore dell’Arciduca e principe ereditario d’ Austria. E’ il lago Turkana, la sua sponda settentrionale è pressappoco al confine tra l’Etiopia ed il Kenya. E’ l’area più bassa dell’Etiopia meridionale, la quota è di 400 metri s.l.m. Oggi come un tempo queste terre che si sviluppano in una piana che si perde in un presunto infinito, battute spesso dai venti caldi che spirano dal sud, sono le terre della popolazione Dassanech, anticamente battezzate dai primi europei col nome “Galeb”. Uomini alti, magri, parenti stretti della tribù kenyota dei turkana. La loro casa tradizionale era una capanna leggera, facile da trasportare; pochi rami ricurvi a formare una cupola su cui appoggiare le pelli di animali, punto. I dassanech erano i più mobili tra le popolazioni del fiume Omo. Erano anche i più miseri; allevatori di sole capre, sempre in cerca, in quella piana piatta, calda e spesso polverosa, di un posto dove fermarsi.

 

In serata si rientra al Buska lodge di Turmi.

 

Durante il corso di questa giornata ci avventureremo al di là del fiume Omo fino a raggiungere il fiume Kibish, la linea naturale di confine con il Sudan. Da alcuni anni a questa parte il governo ha costruito un ponte per l’attraversamento dell’Omo. Le terre dell’altra sponda sono di una grande tribù, una popolazione dai tratti più negroidi rispetto agli Hamer o ai Dassanech, è la tribù dei Bume, grandi allevatori di vacche, popolazione forte organizzata in villaggi di capanne di paglia resistenti al vento e proteggenti dal caldo e dalla polvere. Le mandrie si spostano ma i villaggi rimangono. Raggiungeremo i Bume Nyangatom, i nuclei rimasti più emblematici del tipo di vita di questa tribù. Perline rosse, arancio, gialle, blu, bianche…le donne indossano decine di collane colorate, una massa di collanine intorno al collo e gli uomini, come è abitudine diffusa anche presso altre tribù, si conciano i capelli fissandoli con l’argilla che una volta asciutta colorano in ritagli geometrici di bianco e di rosso.

 

Campo: Kibish Bume.

 

La mattina di questa nuova giornata, lasciamo questo lembo estremo a ridosso della linea di confine col Sudan per ritornare verso il fiume Omo. Bisogna ripassare sul fianco orografico orientale e cominciare la salita del corso del fiume. Le rive sono generalmente boscose e impercorribili. Il percorso che corre, in linea d’aria, ad una trentina di chilometri di distanza dall’Omo, lambisce terre di savana che ancora oggi sono zone di caccia al leone. Nel tardo pomeriggio ci si riaccosta al fiume per raggiungere il punto del campo, la zona di Murle oppure di Korcho.

 

Campo Murle/Korcho

 

Korcho è uno dei due villaggi importanti della tribù Karo. L’insediamento è un punto molto suggestivo perché dall’ alto si affaccia sul corso in quel tratto sinuoso del mitico fiume. Di lassù si può immaginare con quale desiderio di profondità cercasse di spingersi lo sguardo della spedizione alla ricerca di una salvezza in quel mondo di tribù ostili, di animali feroci, di vegetazione intricata e vergine e di ostacoli continui. Dedichiamo l’intera giornata alla visita del villaggio, all’osservazione della vita quotidiana della popolazione, al corso del fiume. Tendenzialmente allevatori di capre e bovini, i Karo come le altre tribù che vivono lungo le sponde del fiume si trasformano nella stagione in cui le acque si ritirano, in coltivatori. Prima che la diga costruita a monte sul maggiore affluente dell’Omo, riducesse le ondate di piena del corso d’acqua, le rive del fiume da coltivare a mais e sorgo erano molto più ampie. Si tratta di una forma agricola di pura sussistenza destinata in ogni caso probabilmente alla scomparsa nel corso dei prossimi decenni. La popolazione dei Karo conta poche centinaia di persone, è una tribù più debole se paragonata a quelle confinanti. I Karo hanno una sorta di alleanza con gli Hamer. Nella lotta dei pascoli questa alleanza serviva per fronteggiare le tribù dei Mursi a nord e quella dei Bume dell’altra sponda. La vegetazione che fiancheggia le rive del fiume è un trionfo di grandi alberi di ficus dove le scimmie colobus , dal pelo folto bianco e nero, si lanciano tra i grandi rami in chiassosi versi simili al gracidare di una grossa ranocchia.

 

Campo: Murle/Korcho

 

Dalle terre di savana che fiancheggiano il corso del fiume, si sale verso la zona montagnosa di Jinka. Questo centro è diventato uno dei nuclei amministrativi più importanti per la gestione dei territori tribali. Area di montagna, a 1500 metri di quota, Jinka si affaccia sulle colline di boscaglia che degradano nuovamente verso il letto del fiume. Il sabato è il giorno del mercato settimanale di Jinka. Centinaia di persone scendono dalle colline circostanti per questo mercato. Non solo gli Ari, che sono la popolazione autoctona, ma anche altre etnie come i Benna, gli Tsamaico ed anche alcuni Mursi si avvicinano il giorno del mercato alla cittadina di Jinka. Dall’ area montagnosa si riapre la porta di entrata verso le terre tribali del corso del fiume. Si ridiscende alla quota di 500 metri slm. Questa area territoriale è dagli anni settanta la culla del parco nazionale del fiume Omo e del suo affluente meridionale più importante: il fiume Mago.

 

Campo: Omo- Mago National Park

 

Vegetazione boscosa popolata di bufali, antilopi, giraffe ed elefanti. Animali invisibili tra le fronde degli alberi e il folto dei cespugli. E’ questo il lembo di terra della bassa valle del fiume Omo dove vive una delle tribù più particolari dell’Etiopia meridionale: i Mursi. Popolazione negroide dai tratti somatici e fisici simili alle tribù sudanesi dei Nuba le cui fattezze, la cui “bellezza nera”, furono rese famose agli appassionati dalle immagini della fotografa tedesca Leni Riefenstahl. Sin dai primi viaggi nella valle dell’Omo, dal 1984, la popolazione Mursi si è dimostrata sempre come la più particolare della regione sia per quel carattere piuttosto spigoloso sia per l’unicità della decorazione femminile. Il piatto labiale rotondo delle donne mursi ha colpito gli occidentali sin dalla prima esplorazione della zona. Quale sia stata la ragione all’origine di una simile “decorazione” o “deturpazione” del viso femminile non è mai stata chiara. E’ una ragione che si perde nelle abitudini secolari di queste tribù. I Mursi abitano quella fascia di pascoli, collinari, pietrosi di vulcanismo antico e in gran parte coperti di fitta boscaglia che si estendono sulla riva orografica sinistra del fiume Omo, ad un centinaio di chilometri di distanza, in linea d’aria, dalla foce.

 

Campo: Omo- Mago National Park

 

Una volta arrivati nella capitale, sistemazione in camere ad uso giornaliero. In serata trasferimento in aeroporto per il volo diretto in Italia.

 

L’arrivo a Roma o Milano è previsto in mattinata.

 

APPROFONDIMENTI DI VIAGGIO

Per ragioni tecnico-operative l'itinerario potrà essere invertito o modificato dalla guida e/o accompagnatore sul posto se ritenuto necessario e nell’interesse del gruppo Sistemazioni. Chiaramente trattasi di una spedizione ove il focus non è nelle sistemazioni alberghiere bensì nel voler essere in certi luoghi e nel voler vivere certe esperienze. Dunque a parte la capitale dove si pernotta in un hotel di standard internazionale, per il resto avremo alberghi molto semplici (3 stelle - CONTINUA -

PERCHÈ CON KEL 12

Viaggiamo in Etiopia da più di 25 anni, il nostro circuito è accompagnato da un Esperto profondo conoscitore di luoghi e popoli. L'itinerario è effettuato con jeep Toyota 4X4  dove prendono posto 3 clienti + autista per veicolo. Ogni partecipante ha quindi un posto finestrino garantito.

ESPERTI

  

GIOVANNI DARDANELLI

  • Dal 5  febbraio  2020 al 18  febbraio  2020

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