Logo Kel 12 Cultura del viaggio
  • TUTTI I COLORI DELL’INDIA E TAJ MAHAL DI NOTTE SOLO PER NOI

    INDIA

  • TUTTI I COLORI DELL’INDIA E TAJ MAHAL DI NOTTE SOLO PER NOI

    INDIA

    Viaggi con Esperto

    Durata 14 GIORNI
    Partecipanti MINIMO 10 MASSIMO 15  PARTECIPANTI
    Partenze

      2022

    • Dal 30  settembre  al 13  ottobre  

    A PARTIRE DA:  

    4.000€

    RICHIEDI UN PREVENTIVO

    India

    TUTTI I COLORI DELL’INDIA E TAJ MAHAL DI NOTTE SOLO PER NOI

    Il viaggio attraversa una vasta regione indiana, non solo il Rajasthan. Un volo interno ci evita un tratto assai lungo. Poi, incontrando anche 11 siti UNESCO, percorriamo circa 1.900 chilometri via terra. Non lo facciamo pensando che sia l’inevitabile fatica per spostarsi da un luogo ad un altro, ma come opportunità di entrare un poco di più nell’intimo di questo pezzo di India, gestendo discrezionalmente tempi di visita e trasferimenti. Includiamo le località imperdibili del Rajasthan come Bikaner, Jaisalmer, Jodhpur, Udaipur, Jaipur, oltre a Fatehpur Sikri e Agra nell’Uttar Pradesh, e Delhi dove visitiamo il Qutab Minar e Humayan Tomb (2 dei 3 Patrimoni UNESCO della capitale). Ma andiamo pure in siti assai interessanti, alcuni UNESCO, meno presenti nei programmi più gettonati quali Kumbalgarh, Chittorgarh, Bundi, Abhaneri, Eklingji e Nagda, Royal Gaitor… I 14 giorni previsti permettono un programma approfondito e senza particolare fretta. Evitiamo di arrivare nei luoghi di pernottamento di sera giusto in tempo per la cena, perché vogliamo poter apprezzare atmosfere locali e anche le particolarità di certi hotel, specie dove stiamo due giorni. Più volte, prevediamo tempo libero per gestire discrezionalmente alcune ore da dedicare a visite non previste, approfondimenti personali, passeggiate.

    ITINERARIO

    Partenza alle 8,40 da Malpensa con Lufthansa per Monaco dove si giunge alle 9,50. L’accompagnatore incontra il gruppo a Monaco all’imbarco per Delhi. Decollo alle 12,25 volo e atterraggio nella capitale indiana alle 23,30. Trasferimento in hotel per il pernottamento.(Abbiamo un albergo vicino all’aeroporto perché ottimizza i tempi di spostamento). 
    Sveglia presto, colazione in hotel o al sacco. L’unico volo per Bikaner parte alle 8,10 e atterra alle 9,35. Primo approccio con la città, poi pranzo in hotel e sistemazione nelle stanze. Nel pomeriggio visita al complesso del Junagarh Fort.Bikaner è sparsa nel deserto del Thar. Siamo nell’area desertica sottoposta alla maggior pressione animale e soprattutto antropica al mondo. Sul suo territorio vivono 8 milioni di persone e il doppio di animali di cui quasi 700 mila cammelli. (In realtà si tratta di dromedari, anche se i due termini sono ormai scorrettamente usati come fossero fungibili). In questi spazi, da quando si sono sviluppati i commerci su lunghe distanze che avevano bisogno di animali adatti ai percorsi in terre aride, il camelide è parte essenziale del paesaggio e soprattutto dell’economia. Già nel XV secolo, quando è fondata dal figlio del regnate che dà vita a Jodhpur, diviene il nucleo di un centro che si rafforza grazie all’essere situata lungo le vie carovaniere, sino al XVIII. Poi, per cambiamenti nelle rotte commerciali, cade nel dimenticatoio. Sarà proprio grazie ai dromedari prima usati per trasportare merci che riempivano mercati e caravanserragli, che si riprende economicamente. Così, dopo essere stati sottoutilizzati per circa un secolo, daranno nuova linfa alle attività perché saranno usati dagli inglesi come durante le guerre contro gli afghani iniziate nella prima metà del XIX secolo, che si protraggono per tanti decenni. Proprio dà ciò Bikaner trae le condizioni per essere, nel 1886, il primo regno dell’ovest desertico a dotarsi di una rete elettrica. Attrazione primaria del posto è il Forte di Junagarh. Realizzato alla fine del XIX secolo con successivi interventi che ne hanno arricchito l’aspetto e le caratteristiche di difesa, si articola su una vasta area. Oltre i bastioni, comprende porte, cortili che collegano sale per udienze, ambienti adibiti a salotti, diwan, appartamenti privati con arredi e decori da cui prendono nome. Come il Palazzo delle Nuvole, così noto appunto per le raffigurazioni di nuvole che arricchiscono le pareti. All’esterno, balconi e finestre non prive di preziosismi. Legni, avori, pietre colorate, ori, vetri, affreschi si sprecano specie negli ambienti privati. Non manca un bombardiere dei Bikaner Camel Corps della Prima Grande Guerra. Pranzo e cena in hotel. (Le strutture che abbiamo selezionato sono in genere di charme, e denotano quasi sempre ciò che per noi è importante, specie in una regione come questa dove storia tradizione e fascino sono così presenti. La caratteristica principale che vogliamo offrire durante il soggiorno, dove possibile, è un’atmosfera all’altezza delle tradizioni del Rajasthan. Normalmente non indichiamo numeri di stelle perché gli hotel scelti hanno classificazioni locali legate soprattutto a criteri quali Heritage, Hotel Storico… non confrontabili con i nostri). 
    Non vi è comunità che viva in un deserto che non sia da questo plasmata. Jaisalmer lo è stata in modo particolare. Risale al XII secolo e, sin dalle origini, la sua storia è strettamente connessa allo stesso clan dei Rajput, forse perché il suo capostipite vantava discendenze addirittura da Krishna. Ciò però non ha impedito che per oltre quattro secoli le loro principali fonti di sostentamento fossero essenzialmente parassitarie, perché legate al controllo saccheggio ed estorsione a scapito delle carovane che qui transitavano. (Pratiche diffuse in tutte le comunità che potevano sfruttare la loro localizzazione. Basti pensare ai Nabatei che dominarono le regioni arabiche). Poi, nel XVI secolo, si attivano soprattutto nella gestione diretta dei commerci lungo le vie che collegavano con Asia Centrale e Orientale. Anche per loro giunge, dopo il periodo d’oro del XVII secolo, una profonda crisi legata al dirottamento delle vie commerciali che scelgono vie marittime* e, in tempi più recenti, all’uso della ferrovia introdotto dalla colonizzazione inglese. Si risolleveranno in parte solo con la realizzazione del Canale Indira Gandhi e con una riconquistata centralità strategica durante le guerre degli anni ’60 dello scorso secolo tra India e Pakistan. Ruolo notevole svolgono anche attività più moderne, e pulite in ogni senso, legate alla produzione energetica del parco eolico. Jaisalmer, la più grande e ultima città del Rajasthan occidentale, con definizione non originale definita Regina del Deserto, offre il passato che apprezzeremo nei suoi palazzi, haveli, piazzette, vicoli, templi jainisti e soprattutto nell’omonimo forte.Durante il soggiorno, li osserveremo in un ordine che verificheremo in loco, prevedendo comunque di essere all’ora del tramonto sul Lago Gadi Sagar e di lasciare tempo libero domani pomeriggio. Si potranno scegliere attività individuali di relax, camminata tra le vie della città, dromedariata tra le dune, approfondire la conoscenza di haveli o altri palazzi storici. O, più semplicemente, fruire di massaggi e pratiche ayurvediche** offerti in varie parti della città. *Facciamo questo riferimento storico per l’importanza che l’evento ebbe nelle attività commerciali in ogni pezzo di mondo allora conosciuto. La cosiddetta Via della Seta, che con una delle tante ramificazioni attraversava anche il Thar, non entra in crisi contemporaneamente in tutta la sua estensione da Xi’an alla Penisola Arabica. Il calo di attività investe assai prima le articolazioni che interessavano per esempio la regione mediorientale dove, già dal I secolo, ha forte influenza la scoperta dei monsoni da parte di un marinaio greco, tal Hippalus. Si tratta di venti che per alcuni mesi spirano verso il nord est, agevolando le navigazioni verso l’India, e per altri agiscono in senso opposto favorendo il ritorno verso la Penisola Arabica. Ne consegue che le rotte commerciali terrestri entrano lentamente in un inesorabile declino, perché assai più lente di quelle via mare.  Un fenomeno comune a tutta la ragnatela di Vie della Seta e dell’Incenso, incluse le regioni indiane interessate, seppur con tempi assai diversi.  **Ayurveda risulta dalla commistione di due termini sanscriti che indicano vita - “ayu” - e conoscenza - “veda” -. Si tratta di una “medicina” praticata da oltre duemila anni, i cui princìpi si basano sulla considerazione che la vita sotto ogni forma e il mondo nella sua interezza abbiano un proprio intimo equilibrio. I guai per le persone, le “malattie”, deriverebbero dalla rottura di questo equilibrio. Il suo ripristino fornisce nuovamente la condizione positiva a chi l’abbia persa. Da questo punto di vista generale non si è molto distanti da altre tradizioni come la “geomanzia” praticata in Vietnam, di derivazione cinese.Nel caso specifico, il ritorno allo stato di equilibrio corpo-mente con l’ayurvedica si può ottenere mediante l’intervento congiunto di purificazione interna e massaggi. Erbe e oli sono tra gli strumenti adatti per raggiungere, od avvicinarsi, allo scopo.È vero che, come altri aspetti della cultura tipica indiana quali yoga o kamasutra, la traduzione occidentale tende troppo spesso a coglierne più gli aspetti esterni, folclorici, fisici e “goderecci”, che quelli legati al loro inestricabile complesso connubio material-spirituale-psico-fisico. In realtà queste pratiche necessiterebbero non solo di starsene “semplicemente sdraiati a pancia in giù”, ma particolari diete, esercizi respiratori ginnici e di meditazione. Però, è altrettanto vero che anche nelle forme meno impegnative se ne possa ricavare una reale soddisfazione persino in alcuni hotel, se si ha sufficiente voglia tempo e denaro da spendere.Pranzo e cena in hotel. Il nostro hotel a Jaisalmer “WelcomHeritage Mandir Palace” http://mandirpalace.com/Jaisalmer/Inizialmente prevedevamo il Suryagarh, ma la notizia di possibili lavori di ristrutturazione durante la nostra presenza, ci hanno fatto decidere di cambiare hotel. Il precedente era distante una decina di chilometri dalla città, lussuoso, moderno in stile tradizionale. L’attuale struttura è assai diversa, meno pretenziosa ma con un valore storico rilevante, a 15 minuti a piedi dal forte di Jaisalmer. I servizi e le camere, solo una ventina, pur con qualche necessità di ammodernamento, rendono piacevole il soggiorno in un complesso architettonico notevole, in parte ancora privato.Il WelcomHeritage Mandir Palace, elegantissima residenza arricchita nel 1770 da preziosità artistiche, vanta un passato non irrilevante nella tradizione culturale di Jaisalmer. Offre, tra l’altro, un aspetto che la caratterizza fortemente in tutta la città. La Badal Vilas, che indica “Palazzo tra le nuvole”, è un’elegante struttura privata a cinque piani e balconi intarsiati con una grazia particolare che si eleva al centro del complesso. Jaisalmer, dal terrazzo dell’hotel, pare a portata di mano e il forte si mostra in tutta la sua possenza.
    Jaisalmer Fort, Patrimonio UNESCO* non è un insieme di mura e sale, un’attrazione turistica con una biglietteria e orari di apertura e chiusura.  Contiene un centro urbano abitato da qualche migliaio di persone e, dal XII secolo, con qualche inevitabile cambiamento, protegge case, templi, viuzze e oggi anche negozi di artigianato, ristoranti, piccoli hotel. La poderosa struttura ovviamente aveva lo scopo principale di difendere dagli attacchi di nemici, che risiedevano nella lontana Delhi ma anche nella più prossima Jodhpur. Situato nel cortile principale del forte sta il Fort Palace che ospitava i maharaja. Nei suoi sette piani, le tante stanze private e le sale per ricevere ospiti, sono riempite da mobili e sculture, specchi, decori alle pareti, affacci ben decorati tra cui un particolare balcone. Non tutti gli ambienti sono aperti al pubblico.Anche i diversi templi jainisti** interni al forte hanno possibilità di ingresso non ben definiti. In ogni caso osserveremo dall’esterno alcuni di questi realizzati tra il XV e XVI secolo.Non mancheremo di visitare una haveli*** per sentirci raccontare di come siano sorte queste residenze tradizionali riccamente decorate.  *I Patrimoni dell’Umanità UNESCO sono circa 1100 tra quelli materiali e immateriali, ma il numero cambia continuamente. Tra questi il numero maggiore al mondo si trova in Italia, 55, segue la Cina, 54, con la quale vi sono sorpassi frequenti, poi la Spagna. In India se ne contano 36 e altri sono in lista di attesa. Ovviamente, la contesa per entrare in questo prestigioso elenco è accanita anche perché, oltre alla notorietà, entrano in gioco sostanziosi finanziamenti. **Jainismo.Mahavira vive nello stesso periodo del Buddha (siamo intorno al VI secolo a.C.) e, al pari dell’Illuminato e dei Sikh, sente l’esigenza di contrastare il razzismo delle caste e la gerarchia religiosa dell’induismo basata sullo strapotere dei brahmani. Per questo nasce una filosofia religiosa, il Jainismo, fondata su pochi ma rigidi principi che sembrano dettati dal più intransigente ecologismo. Il più importante è raggiungere la purezza dell’anima liberandosi da ciò che possa appesantirla, attraverso privazioni digiuni meditazioni e con l’assoluta non violenza verso qualsiasi essere vivente. Vari sono i livelli di adesione a tale filosofia di vita. I fedeli più rigorosi e i monaci hanno pratiche assai restrittive che prevedono di essere “vestiti di cielo”, la nudità che annulla qualsiasi frapposizione tra l’uomo e natura. Inoltre, per evitare di uccidere pur inconsapevolmente persino il più piccolo insetto, si dotano di una scopa per spazzare dove stanno per calpestare il terreno e di una mascherina per scongiurare di ingoiare anche un solo moscerino. Tutti, inclusi i praticanti meno estremisti, sono vegani con alcune altre restrizioni. Per il grande rispetto che hanno di ogni forma di vita vegetale e animale, non mangiano frutti e verdure la cui raccolta determini la morte della pianta da cui nascono, (albicocche si, carciofi no), e nelle loro fiabe non esiste l’equivalente di un “lupo cattivo”.Non venerano una divinità ben definita e tutto il credo si concentra nell’osservare le regole dettate dal fondatore, secondo cui in ogni essere vivente, anche il più piccolo, risiede un’anima eterna e indipendente che è responsabile dei propri atti. (In ciò parrebbero allontanarsi dalle dottrine della predestinazione).  La comunità jainista conta meno di dieci milioni di persone, anche se hanno storicamente fornito un contributo notevole allo sviluppo di alcune scienze ed occupano posizioni di rilievo nella società indiana.  ***Le haveli sono edifici, più o meno sontuosi e pretenziosi, realizzati soprattutto da mercanti nei secoli XVIII e XIX. In questi edifici hanno investito tutto anche per mostrare la loro solidità economica. A volte le decorazioni erano l’aspetto su cui più si impegnavano, creando anche nuovi stili e tecniche realizzative. I motivi artistici che appaiono sulle pareti hanno scene che rimandano ai miti hindu, specie con riferimento a Krishna. Ma, assieme a questi, si notano motivi floreali geometrici e altri legati alle suggestioni prodotte dal contatto col mondo occidentale. In alcune aree del Rajasthan si possono vedere raffigurati addirittura oggetti moderni e mezzi di locomozione come grammofoni, biciclette o treni. Tutto ciò calava dalla fantasia degli artisti che facevano a gara, come i proprietari delle case, a realizzare decori originali, a volte azzardati, impreziositi anche usando foglie d’oro, per gareggiare con quelli delle altre haveli. Pranzo, pomeriggio e cena liberi.  Pernottamento nel Mandir Palace. 
    Arriviamo a Jodhpur per il pranzo, probabilmente ad un’ora più tarda del normale.È detta la città blu in omaggio alle case dei brahmani, bramini, che anche oggi continuano a costituire la casta non solo sacerdotale egemone nella società indiana. Le facevano dipingere in questo colore per distinguersi dai comuni mortali. (Personalmente, l’ho sempre chiamata città ossimoro perché odora di incenso e fiori, liquami e fogne. Nel Palazzo dei Fiori dentro il Forte, i ritratti dei reali sono stati realizzati mescolando foglie d’oro e urina di vacche. Mostra a profusione dimore di uomini di grande religiosità e un Forte connotato da poderosa grazia, ma che contiene piccole impronte di mani femminili che ricordano il terribile fenomeno del sati*).  Questo grosso agglomerato urbano, il secondo del Rajasthan, conta oltre un milione di abitanti e si frastaglia intorno alle pendici irregolari della sua rocca. I Rajput, la casta guerriera dominante vaste regioni dell’India nordoccidentale, si stabiliscono all’inizio del XIII secolo a una settantina di chilometri a sud est dell’attuale Jodhpur. Anche questi godono della rendita che deriva dal poter controllare un territorio di transito dei commerci tra Delhi e l’India occidentale del Guajrat. L’altura rocciosa ai cui piedi si stendono le vie connotate da costruzioni cubitali azzurre, alla metà del XV secolo è scelta per costruirvi il portentoso forte Mehrengarh, caposaldo di un vasto territorio chiamato Terra della Morte per le caratteristiche di aridità di questa regione.In basso, una serie contorta di stradine mostra case e negozi, slarghi, tonalità dal celeste al blu intenso. In alto domina la costruzione che mostra tutti i colori della terra. Appare, nel senso di emergere con forza, come un’escrescenza del costone roccioso su sui si stende. Realizzato con la stessa pietra che lo sorregge, i bastioni si elevano per quasi quaranta metri inframmezzati da varie porte. Salire ed entrare nel Forte Mehrengarh, che contiene anche un museo, è uno spettacolo cui si accede attraverso sette porte. L’ultima di esse, la Laha Pol, Porta di Ferro, riporta le impronte delle rani, sacrificate sulla pira dei loro sposi nella cerimonia del sati*. Il museo occupa gli spazi del palazzo presidenziale caratterizzato da esemplare architettura rajput. Offre sale, cortili, gallerie (non sempre visitabili) pieni di decori, tessuti, armi, dipinti, miniature, manoscritti, affreschi…Una nota meritano le collezioni di portantine e le lettighe per elefanti.Dai bastioni destano curiosità le cupole bianche in basso accanto ad un laghetto. Il Jaswant Thada è un cenotafio costruito nel 1899. Un insieme disomogeneo di stili che ne accentuano l’interesse, è caratterizzato da lavorazioni del marmo e coperture a cupola tanto particolari quanto attraenti. Non ce lo perderemo. *(È una pratica inumana che, nonostante gli inglesi abbiano cercato di fermare con una legge, è sopravvissuta fino a qualche decennio fa, specie in alcune aree remote dell’India. Derivava da rapporti sociali davvero non encomiabili che, partendo dal considerare la donna solo come madre e soprattutto moglie, prendevano atto che dopo la morte del marito terminava anche la motivazione della sua presenza terrena. Da qui, l’immolazione volontaria delle rani sulle pire. Più in generale, il ruolo e la considerazione sociale delle donne indiane sono sempre stati meno idilliaci di quanto potesse far ritenere l’appartenenza ad una religiosità millenaria ritenuta genericamente non violenta, anche perché spesso contrapposta ad una religione assai più esplicitamente incombente nella vita personale e sociale come quella islamica, anch’essa massicciamente presente in India. Ne sono espliciti segnali anche i recenti fatti di cronaca legati alle violenze su bambine che la società induista tende a nascondere). Pranzo e cena in hotel. 
    Normalmente, dopo Jodhpur gli itinerari nel centro sud del Rajasthan prevedono solo la visita di Udaipur per risalire subito verso Pushkar e Jaipur. In tal modo, senza altre tappe intermedie, ci si sottopone ad un’andatura eccessiva con giornate intense e arrivi serali tardi, perdendo anche occasioni di conoscenza.  Noi, invece, vogliamo dedicare più tempo a questa regione per sostare anche in località meno pubblicizzate e frequentate ma che presentano caratteristiche assai interessanti. Per questo, da Jodhpur iniziamo un itinerario che, tralasciando Pushkar che presenta il meglio di sé solo in occasione della Pushkar Camel Fair, ci porta a Khumbalgarh, Ranakpur, Udaipur, Chittorgarh, Bundi e Jaipur. Introduciamo due pernottamenti inconsueti a Khumbalgarh e Bundi, località poco note, anche per incontrare una normalità indiana che ormai sfugge al visitatore in molte altre tappe assai più preda del turismo. Le due tappe servono anche a consentirci ritmi meno tesi e visite più approfondite. Lasciamo Jodhpur dirigendosi verso sud per circa 170 chilometri. Vi arriviamo dopo meno di 4 ore. (Forse). Salire sulle tortuosità delle colline di Aravalli, sino a millecento metri, introduce degnamente alla vista del Forte Kumbhalgarh, Patrimonio UNESCO. Lo si vede già da lontano. Non bisognerebbe chiamarlo forte, perché il termine, per quanto possa rimandare a immagini di possenza, non può dare il senso vero di come si mostri nella realtà, anche per tutto ciò che racchiude. Le sette imponenti porte e i robusti tondi bastioni rappresentano plasticamente la forza e il valore dei Rajput. Ma, la cosa più stupefacente è che non sia preso d’assalto dai turisti, perché è fuori delle rotte più reclamizzate. Il Forte di Kumbhalgarh occupa giustamente il dovuto rilievo nella storia dei Rajput come poderoso manufatto in grado di svolgere una efficacissima azione difensiva. L’attaccamento a questo luogo degli oltre settanta milioni di abitanti del Rajasthan è però legato in particolar modo all’aver dato i natali a Maharana Pratap. È stato un governatore Rajput divenuto leggendario perché, al contrario di molti altri, seppe resistere senza mediazioni all’espansionismo dei Moghul durante il periodo di Akbar, verso la seconda metà del XVI secolo. Essendo la fortificazione caratterizzata da una lunghezza insolita, oltre i trentacinque chilometri, la pubblicistica non ce l’ha proprio fatta a non paragonarla alla Grande Muraglia Cinese. Una forzatura che non giova al Forte. Purtroppo, nulla di originale. Troppo spesso, quando una località ha caratteristiche che richiamino altre assai famose nel mondo, scatta la necessità del riferimento. Così agli edifici di fango di Shibam nel sud yemenita ci si riferisce come alla Manhattan del Deserto e alcune costruzioni verticali non esattamente tali, diventano la Torre di Pisa di…, come il Qutab Minar di Delhi. Ma i casi più diffusi sono le città descritte come la Venezia di…, sorte che spetta (chissà perché) persino a Udaipur. Secondo questa logica ci si riferisce a Kumbhalgarh identificandola come la Grande Muraglia Indiana. Un modo controproducente per presentarla, perché così non si sottolinea e valorizza quanto di assolutamente pregevole e originale ha questa località rispetto a quella che serpeggia ancor più a OrienteChi conosca le due opere sa che la megalomane, e quasi inutile, realizzazione cinese ha dimensioni che ne fanno un assoluto insuperabile che si snoda per oltre ottomila chilometri. (Alcune fonti parlano addirittura di circa ventimila chilometri includendo tutte le ramificazioni e i lunghi tratti non costituiti da mura ma da terrapieni). Quindi, pur non essendo l’unica opera umana visibile dalla Luna, (sic), ha tali caratteri di straordinarietà da essere unica al mondo. La costruzione indiana non ha nulla a che vedere con l’altra. È infinitesimamente più ridotta ma presenta due peculiarità positive che quella cinese non ha. Si offre come opera non ricostruita ma solo molto parzialmente ristrutturata, al contrario della più famosa cugina che è stata quasi completamente rifatta nei pochi pezzi aperti al pubblico. L’altra specificità, anche questa non certo secondaria, sta nel fatto che la Grande Muraglia non è mai servita allo scopo difensivo per cui era stata edificata, senza riuscire a fermare invasioni, essendo impossibile presidiare un confine tanto esteso con una fortificazione di migliaia di chilometri. (La sua vera funzione, oltre quella di garantire fama perenne all’imperatore Qin Shi Huangdi cui si deve l’idea originaria nel III secolo a.C., ed essere usata come strada, fu di contribuire a creare un’identità nazionale realizzando un confine, e facendo incontrare milioni di uomini e donne provenienti da tutta la Cina che hanno lavorato in questo immenso cantiere). Al contrario, la Grande Muraglia Indiana non è mai stata conquistata. Solo in un’occasione fu presa ma appena per due giorni. In ogni caso, la visita vale certo la deviazione dai normali itinerari turistici. Infatti, al netto della sua estensione, della possenza muraria che consente di avere camminamenti tanto larghi da permettere “il transito di otto cavalli contemporaneamente”, (superando le dimensioni dell’ava cinese che consentivano il passaggio di due sole coppie di quadrupedi), racchiude centinaia di templi, pozzi a gradini, cortili, palazzi, giardini…e oltre settecento postazioni per altrettanti cannoni. Ne percorriamo a piedi una parte e trascorriamo la notte in questa località per spezzare un itinerario che sarebbe stato troppo lungo, volendo sostare a Ranakpur prima di arrivare a Udaipur. Rallentiamo il nostro viaggio anche per prenderci il tempo di non sorvolare un luogo interessante, non solo per la grandezza delle mura. Prevediamo, per chi voglia, una sostanziosa camminata su un tratto consistente della muraglia.Gli altri potranno approcciare con calma altri aspetti del posto assieme alla guida locale, o alleviare la calura nella piscina dell’hotel. Pranzo e cena in albergo. 
    A meno di un’ora da Kumbhalgarh sta Ranakpur. Qui vi sono alcuni esempi architettonici tra i più significativi della religiosità jainista. Il tempio più importante, Chaumukha Mandir, il Tempio delle Quattro Facce, risale al XV secolo. (L’ora di apertura potrà condizionare la mattinata). Il suo elaborato marmo bianco vuole essere un omaggio per Adinath, il primo dei 24 maestri jainisti, i tirthankar. Le 80 cupole sovrastano 29 sale in cui sono distribuiti 1444 pilastri tutti assai lavorati in modo diverso uno dall’altro. Pretenzioso ed eccessivo ma attraente, il gioco di luci e ombre creato dal complesso disegno architettonico, durante i diversi momenti della giornata esercita un fascino insolito. Non mancheremo di notare uno dei simboli rappresentativi di questa religiosità, la svastica*.È meta di pellegrini provenienti da ogni angolo indiano, che rimangono impressionati dagli ornamenti, decori e proporzioni, oltre che dai dipinti che mostrano Adinath con sembianze di Buddha, a testimonianza dei legami tra le due forme di spiritualità. Proseguimento per Udaipur. La Città dell’Aurora vive ancora oggi tra mito e storia, fantastica e raffinata, nonostante le banalizzazioni di chi la vorrebbe “Venezia dell’India”. *La Svastica. Il termine deriva dal sanscrito ed ha un significato beneaugurante e di benvenuto per induisti, buddisti e jainisti. È simbolo usato sin dalla più remota antichità in varie parti del mondo e da culture assai diverse fra loro. Se ne sono trovate tracce addirittura in tombe etrusche ed è adottato oggi dalla setta cinese “Falung Gong”. La croce uncinata può essere rappresentata con gli uncini, “rebbi”, rivolti verso destra o sinistra. Quello più diffuso nell’iconografia religiosa li prevede orientati a sinistra. Secondo interpretazioni molto diffuse rappresenta il disco solare o una ruota, e indica anche l’eterno scorrere degli eventi. Il nazismo ne fece la sua bandiera, con i rebbi che ruotano in senso orario, anche se non tutti concordano su uno stretto legame con la tradizione indù. Secondo alcuni, però, il rapporto esisterebbe e andrebbe individuato nel bisogno che Hitler aveva di darsi una legittimazione culturale, allacciandosi ad una memoria storica che interpreta la svastica come simbolo di vita eterna e di predominio perenne della razza ariana.  Pranzo in ristorante locale, cena e pernottamento in Hotel. 
    Udaipur è fondata nel 1568 da Udaj Sing II che tre decenni dopo inizia i lavori di quella che è la faccia più rappresentata di Udaipur, il City Palace, un tempo dimora dei sovrani del Mewar (nome di questa regione), e oggi museo. Affacciato sul lago Pichola, il complesso è un funzionale miscuglio di stili. Si presenta all’esterno come severa architettura militare rajput. Poi, dentro, si lascia andare al piacere dell’arte mostrando sontuose capacità estetiche. Il tutto è incorniciato tra le pendici sfumate delle Aravalli Hills, dal Lago Pichola, dal ricco verde della campagna. E, forse sono stati proprio tali aspetti nel 1829 a suggestionare tanto un colonnello inglese della Compagnia delle Indie Orientali, da fargli dire che questo era “il luogo più romantico del continente indiano”. Qualcosa sta cambiando rapidamente, ma Udaipur si presta bene ad una sosta di due notti, specie se si soggiorna in un hotel che contribuisce al fascino del posto.Dire che il City Palace sia imponente non rende l’idea. Ricordare che la sua facciata di quasi 250 metri di lunghezza (oltre due campi e mezzo di calcio), con un’altezza di oltre 30, che ne fanno il palazzo più grande di tutto il Rajasthan, aiuta ad immaginarselo in modo più realistico.Le tante aggiunte al complesso originario non ne hanno smorzato l’uniformità stilistica. Tutto ha contribuito in questi secoli a sedimentare le storie che fanno di questo posto un luogo pieno di suggestioni.Visitandolo sapremo che le otto arcate vicine alla Grande Porta stanno lì a testimoniare la generosità dei regnanti verso i sudditi, visto che la costruzione di ogni singola arcata coincideva con la distribuzione al popolo di una quantità di oro e argento pari al peso di ogni maharaja. Conosceremo anche il racconto di un’altra vicenda che vide protagonista la figlia del maharaja regnante all’inizio del XIX secolo. Lei si avvelenò per non scegliere quale tra i due principi di Jaipur e Jodhpur sposare, visto che questi minacciavano di muovere contro Udaipur se non si fosse data in sposa ad uno di loro.Dentro il vasto complesso troviamo inoltre storia fatta di cortili, edifici, giardini, dipinti, ornamenti, lavorazioni raffinate, miniature, mosaici. Gallerie piene d’arte, collezioni di portantine, cristalli e curiosità come le trappole per tigri e leopardi.Il Lago Pichola è il cuore degli aspetti naturali del posto. Prende il nome da Picholi, il villaggio che il solito Udai Singh II decise di sommergere pur di ampliare il bacino preesistente. Misura poco più di dieci chilometri quadrati ed essendo scarsamente profondo durante certi periodi una buona parte si prosciuga. Vale la pena di allontanarsi di circa 20 chilometri da Udaipur, per visitare il complesso di templi Eklingji e Nagda, dedicati tra l’altro a Shiva*. Il marmo e gli altri materiali usati sono stati lavorati con maestria per rappresentare vari aspetti delle ritualità induiste. L’isolamento delle strutture contribuisce al piacere della visita di una serie di piccoli templi scarsamente (fortunatamente) meno conosciuti e frequentati di altri.Avremo anche occasione di una breve escursione in barca per osservare la città dal lago. *Shiva è il dio distruttore ma pure il creatore, ed in questa veste appare spesso come “linga”, simbolo fallico. Inoltre, è il più presente e venerato componente della Trimurti indiana, la triade delle divinità più significative, che comprende anche Brahma – il creatore - e Vishnu – il preservatore. Pranzo in ristorante locale.Cena e pernottamento in hotel, Lalit Laxmi Vilas Palace.
    Sveglia presto perché è tra le giornate più intense, ma altrettanto interessante. (Breakfast box. Le visite a Bundi sono previste oggi per non allungare di un giorno il viaggio). Già prima di arrivare a Chittor, distante da Udaipur 110 chilometri e oltre 2 ore di strada, vedi da lontano il costone roccioso di oltre 5 chilometri alto 150 metri. È la base su cui poggia una delle più grandi in assoluto opere difensive dell’intera India. Non è un caso che sia Patrimonio Unesco. Iniziato nel VII secolo, si è arricchito nel tempo con vari edifici e rafforzamenti negli aspetti difensivi. Rimane abitato sino al 1616. Poi, gradatamente entra in uno stato di abbandono totale e solo nel 1906 iniziano lavori di restauro.Il Forte di Chittor, Chittorgarh, Patrimonio UNESCO, mostra una forza strutturale che ha trovato storicamente riscontro nel carattere dei suoi abitanti. Infatti, nelle sole tre occasioni in cui il luogo è stato espugnato, gli abitanti piuttosto che sottomettersi hanno preferito un suicidio rituale di massa. Per gli uomini consisteva nell’affrontare a viso aperto il preponderante nemico con il tradizionale abbigliamento color zafferano. Donne bambini e vecchi morivano immolandosi sulle pire. Decisioni estreme che ricordano quella compiuta dagli abitanti di Masada che scelsero di suicidarsi prima che i romani entrassero da vincitori nella loro roccaforte.Le lunghe mura proteggono un villaggio, templi, torri, palazzi. Vi si accede dalla Padal Pol, che dopo circa un chilometro di percorso tortuoso consente di oltrepassare altre sei porte. Si arriva quindi ai primi templi con guglie e incisioni, e poi alla Torre della Vittoria dedicata a Vishnu alta 37 metri, alle lapidi in memoria dei suicidi rituali, ad uno specchio d’acqua e altri templi, tra cui uno jainista dedicato al solito Adinath, il primo tirthankar. Tutto ciò sta in un itinerario che se percorso per intero, avendo un andamento circolare, riporterebbe al punto di partenza.Dopo il pranzo che consumiamo in un hotel, ci avviamo verso Bundi che dista 150 chilometri dove arriviamo dopo circa 3 ore. Non è tra le mete privilegiate dal turismo, e l’abbiamo voluta nel nostro itinerario anche perché è fuori delle direttrici più agevoli e consuete, vi è scarso affollamento nonostante sia Patrimonio Unesco, e mostra diversi coinvolgenti aspetti. È una delle classiche mete backpacker, che però può essere vissuta in modo non spartano.Kipling in Letters of Marque ha elogiato questa regione. Ha scritto che Jaipur può essere chiamata la Versailles dell’India, Udaipur è impareggiabile per il lago e le colline che la circondano, le torri grigie sulla roccia rossa di Jodhpur sono opera di giganti, Ma, il Palazzo di Bundi, anche in pieno giorno senza aspettare che le atmosfere notturne facciano effetto, si intuisce che è stato immaginato dagli uomini durante sogni inquieti e costruita da folletti. Era regno autonomo già nel XII secolo. Mantiene questa sua caratteristica fino all’arrivo sei secoli dopo dei Moghul, sotto i quali riesce però a non perdere una parziale indipendenza cui è costretta a rinunciare completamente solo nel 1947, quando la dominazione inglese è sostituita dall’unificazione sotto Delhi di ogni regione del Paese. Bundi mostra specchi d’acqua, alture su cui è poggiato un palazzo fatto con tutte le sfumature della terra, un centro antico attraversato da viuzze dove si notano piacevolmente gli azzurri delle case dei brahmani. Un insieme con suggestioni non sempre riscontrabili neppure in luoghi assai più pubblicizzati del Rajasthan.Non mancano inoltre di interessare il Cenotafio a 84 Colonne e il Bundi Palace cui si riferisce in particolare Kipling evocando i folletti per spiegare l’esistenza di questo manufatto. C’è di che riempire il tempo del soggiorno a Bondi.Quest’ultima opera, dove hanno abitato i regnanti locali sino al 1948, ha tutto per colpire specie chi ami anche lo stato di parziale decadimento, quando non sa di vecchio ma di tempo accumulato. Certe zone sono chiuse perché non ben mantenute o in stato pericolante. Ma, anche in quelle aperte, si apprezzano soprattutto i colori sbiaditi dell’oro e l’azzurro degli affreschi murali per i quali è giustamente famosa Bundi.  Le scale che si salgono dopo la Porta dell’Elefante conducono alla sala delle udienze col trono marmoreo, ad altre sale con dipinti e soffitti ben decorati, immagini sacre di Krishna… e ad un palazzo, il Chitrasala, più recente perché del XVIII secolo che mostra dipinti assai ben conservati. Degli oltre sessanta pozzi a gradoni, alcuni ormai non sono più utilizzabili come tali perché divenuti pattumiere. Altri conservano integro il senso religioso e le originali caratteristiche architettoniche, in particolare quello della Regina e l’altro composto da due pozzi gemelli. Pranzo a Chittorgarh e cena in hotel.  Di solito ci si perde guardando il Cielo, in alto. A Bundi ci si smarrisce, disorienta guardando verso il basso. Li chiamano baori quella sessantina di opere che, come tanti aspetti della vita degli indiani, mescolano spirito religioso, esigenze funzionali e forme d’arte. Realizzazioni di pietra che, gradino dopo gradino, inframmezzati da pianerottoli, portano a tante decine di metri sotto. Un tempio rovesciato. Vi si entra dall’alto, si scende fino al livello dell’acqua e, quando sei giù, nel punto più basso, puoi alzare gli occhi e vedere che per arrivare qui sei partito dal cielo.  
    Oggi puntiamo decisamente verso nord. Arriviamo a Jaipur all’ora di pranzo. Che consumiamo in ristorante locale.Il turismo pur non assente a Bundi, qui assume aspetti a volte persino fastidiosi, vista l’imprescindibilità di Jaipur in tutti gli itinerari. Ha i pregi, e i difetti, di una destinazione assai ricercata per il significato storico e quantità di luoghi da visitare. La città prende denominazione da Jai Singh II che la fonda nel 1727. Era discendente di un clan dei Rajput che rafforza il potere dal XII secolo quando la capitale era ad Amber, vicina una decina di chilometri. Dopo sei secoli, la scarsità d’acqua commisurata alla popolazione di Amber convince a trasferire la capitale in una zona più adatta.La sorte positiva di Jaipur, capoluogo del Rajasthan e Patrimonio UNESCO, si deve a questo sovrano che univa le sue capacità guerresche e politiche a una mentalità scientifica (era anche astronomo) che lo porta a guidare anche i lavori di urbanistica. Purtroppo, come spesso accade, la città viene associata ad un aspetto puramente estetico più che ad eventi storici ben più essenziali.  Quando si vuole indicare Jaipur, infatti, non la si chiama la Città di Jai Singh II cui si deve tantissimo, dall’articolazione urbanistica alla costruzione della cinta muraria, da alcuni edifici del City Palace al Jantar Mantar lo “strumento di calcolo per misurare i cieli”. In genere ci si riferisce a questa città facendo semplicemente riferimento al suo essere la Città Rosa. Alla fine dell’Ottocento l’allora maharaja decise di far dipingere gli edifici del centro storico di rosa, colore che richiama l’ospitalità, per accogliere degnamente quello che diventerà Edoardo VII. Da quel momento, gli abitanti sono tenuti per regolamento urbano a mantenere questa tonalità sulle facciate.(In ogni caso Jaipur oltre a essere la Città Rosa è anche la città delle sole legate alla vendita di pietre preziose. Evitare gli acquisti a meno che non si sia gemmologi).Prevediamo visite oggi e domattina, in modo da consentire tempo libero domani pomeriggio per approfondimenti personali o relax.La zona antica della città è parzialmente circondata da mura, interrotte da grandi porte. L’area settecentesca è il cuore di Jaipur, articolata in quartieri rettangolari delimitati da viali. Al centro sta il City Palace. Parte di questo è opera del fondatore della città, cui si sono aggiunti altri edifici sino all’inizio del XX secolo. Il tutto denota il miglior sommarsi di stile del Rajasthan e Moghul. Inoltre, il soprapporsi di interventi durante due secoli, strutture e stili risente dell’influenza anche europea. La prima struttura che si incontra non può essere che il Palazzo del Benvenuto. Seguono musei, armeria, cortili, varie sale, tra cui quelle immancabili delle udienze. Ambienti riempiti ed arredati con costumi reali, testi sacri mirabilmente miniati, armi impreziosite da incisioni, recipienti d’argento alti quasi due metri, pare i più grandi al mondo. Quattro imponenti porte rappresentanti le stagioni, proteggono l’accesso all’area ancora oggi abitata da discendenti degli ex regnanti.Accanto al palazzo osserviamo dall’esterno il Minareto che trafigge il cielo, realizzato dal figlio del fondatore di Jaipur.Il Jantar Mantar, cui abbiamo fatto cenno, è Patrimonio Unesco ed è l’unico dei cinque osservatori astronomici fatti realizzare dal Jai Singh II presente a Jaipur. È un insieme di enormi strumenti ideati per calcolare il movimento degli astri. (Uno degli esempi del fatto che il prestigioso elenco includa opere anche solo per specifiche particolarità). L’Hawa Mahal (la facciata lavorata a nido d’ape), realizzato nel 1799, ha un peso forse eccessivo nella considerazione e immaginario generale. In ogni caso si tratta di una costruzione che denota originalità, realizzata per consentire alle donne della corte di guardare quanto succedeva in strada senza che dovessero mostrarsi. Lo osserveremo dall’esterno. Pranzo in ristorante locale e cena in hotel. 
    Il Forte di Amber, come detto, ospitava la famiglia reale quando era capitale prima della fondazione di Jaipur, e si trova in posizione dominante sul centro abitato di Amber. (Eviteremo di salire al forte a dorso di elefante per più motivi). All’interno, avremo conferma che si tratta di un complesso, iniziato nel 1599, esemplare per forma e gradevolezza estetica degli edifici e nelle lavorazioni. Marmo bianco, arenaria gialla e rosa, e pietra con tonalità accattivanti sono la sostanza del grande palazzo articolato in quattro cortili attorno a cui affacciano gli edifici. Dalla Porta del Sole e da quella della Luna, si accede nelle aree interne dove incontriamo uno scalone che conduce al palazzo principale, un piccolo tempio con porte d’argento, colonne con capitelli a forma di elefante, archi affrescati, bassorilievi, soffitti con specchi, sale e cortili, l’ultimo dei quali confina con gli appartamenti delle donne.Questo complesso è dominato in alto dalla Fortezza di Jaigarh anch’essa opera del solito Jai Singh II. È ben conservata anche se non offre il fascino di altre fortezze, e per questo la vediamo solo da lontano. La caratterizza la presenza del cannone che pare essere il più grande al mondo su ruote, risalente al 1720, con una canna di 6 metri, il peso di 50 tonnellate e una gittata di 30 chilometri.Del cenotafio regale, il Royal Gaitor posto nei pressi della città, pochi ne fanno cenno e ancor meno sono quelli che ci vanno. Noi non mancheremo di andarci. Vale certo la pena di vedere da vicino questi non anonimi monumenti in pietre e marmi legati a vari regnanti cui sono dedicati memoriali e tombe.Il pranzo, il pomeriggio e la cena sono liberi per consentire il massimo di flessibilità ai compagni di viaggio e scegliere ristoranti con caratteristiche e menù più rispondenti alle proprie aspettative. 
    Giornata lunga e soddisfacente.Pur avendo già gustato la sorpresa dei pozzi a Bundi, quello presente ad Abhaneri non si presenta certo come semplice ripetizione di quanto visto. Dopo meno di cento chilometri dalla partenza ci fermiamo per osservare le prodezze geometriche antiche oltre mille anni del Chand Baori, il pozzo del re Chand. I suoi tredici livelli di gradinate e i quasi quattromila gradini si perdono in basso dove il livello dell’acqua non è costante e assume colorazioni diverse secondo la stagione. Luogo di raccolta dell’acqua nella stagione monsonica, ma anche di culto, se ne sfrutta anche la caratteristica di offrire 5/6 gradi di temperatura in meno rispetto alla superfice durante i periodi più caldi. Per questo, gli abitanti del posto possono scendere in basso per pregare, prendere acqua e godere temperature più miti. Abhaneri è lungo il nostro itinerario, ma varrebbe anche una sostanziosa deviazione per non perdersi questo pozzo palazzo. Spettacolare non è un aggettivo sproporzionato. Quando arriveremo a Fatehpur Sikri avremo da poco abbandonato il Rajasthan e saremo nell’Uttar Pradesh, a 220 chilometri da Jaipur e a 40 da Agra. L’arenaria rossa di Fatehpur Sikri, Patrimonio UNESCO, ha nell’essere definita città fantasma le caratteristiche più positive e contemporaneamente negative. Il suo isolamento, lo stato di conservazione eccellente e soprattutto l’assenza di abitanti ne determinano la particolare suggestione. Ma questi aspetti possono anche indurre a vederla come luogo finto perché mancano alcuni degli elementi che rendono vivo un luogo, a partire dalla presenza di vita vera. In ogni caso questa magnifica città fortificata è risultato dell’opera visionaria del più grande Moghul. Akbar, che significa grande, ha voluto un’opera all’altezza del suo nome. È l’imperatore Moghul che più ha lasciato tracce della presenza islamica nella cultura indiana. Volle la capitale del suo regno in questa landa arida perché ascoltò la profezia di un saggio islamico. Alla sua morte però le difficoltà di approvvigionamento dell’acqua indussero a spostare altrove la capitale. Finché Akbar imperò da Fatehpur Sikri, visse in questo luogo caratterizzato anche dalla presenza di tre palazzi in cui dimoravano le tre mogli favorite. E non è un caso, considerando anche la sua tendenza ad un certo equilibrio politico nella gestione del potere, che una fosse islamica, una induista e l’altra cristiana.La moschea, con tratti architettonici anche indiani e persiani, caratterizza il complesso. La presenza della tomba di un santo sufi, elegantemente elaborata, rivela l’attaccamento dell’imperatore verso l’uomo che gli predisse la nascita di un erede maschio. Seguono palazzi e padiglioni, porte, cortili, vasche, sculture, abitazioni. Interessanti le sale per le udienze pubbliche e private. Nelle prime l’imperatore era solito anche celebrare processi e condannare (pare con una noncuranza, che contrastava la sua fama di equilibrato gestore del regno), a pene terribili come essere calpestati dagli elefanti. Non mancano elaborati bassorilievi, intagli in stile jainista, casseforti, colonne, chiostri, un grande letto marmoreo, il bizzarro minareto ornato da centinaia di zanne d’elefante in pietra. Proseguiamo per arrivare nel tardo pomeriggio ad Agra.Sistemazione in hotel e cena in attesa di incontrare il Taj Mahal di notte in modo assai coinvolgente, come pochi possono dire di averlo visto.Entriamo per ammirare questo favoleggiato monumento godendo di due privilegi che abbiamo fortemente voluto. Abbiamo infatti scelto di far coincidere la nostra presenza ad Agra durante una notte di luna piena per poterci gustare l’opera di marmo bianco in modo davvero avvincente. Non saprei però se accentuare questo aspetto rispetto all’altro. Essere soli senza le decine di migliaia di persone che domattina affolleranno questo stesso posto.  Non ci sarà una particolare scenografia ad attenderci, se non alcune luminarie che possono galleggiare sulle fontane che inframmezzano i giardini che si frappongono fra noi e l’oggetto del desiderio. Ma non ve ne è certo bisogno visto lo scenario cui ci troveremo di fronte.Non avremo bisogno di spiegazioni, non potremo toccare il marmo bianco dovendo fermarci per motivi di sicurezza ad una certa distanza dal mausoleo più famoso al mondo. Ma non importa, perché per molto tempo credo che conserveremo immagini silenzio e suggestioni incamerate in quell’occasione.La mattina dopo vi ritorneremo e, oltre ad osservare il tutto con maggior tempo e da vicino, potremo riflette sulla particolare opportunità che abbiamo colto la sera prima, mentre cercheremo di non ricordarci che esiste il principio dell’impenetrabilità dei corpi. Le aperture serali non sono quotidiane e prevedono modalità di prenotazione e accesso assai rigide per motivi di sicurezza. Si può accedere nel sito di notte solo quattro volte al mese in coincidenza del plenilunio. In ognuna di queste occasioni sono previsti ingressi di trenta minuti per gruppi di non più di cinquanta persone. Noi abbiamo riservato tutti i biglietti per l’ingresso ad una certa ora, in modo da avere la possibilità di entrare da soli e di restarvi una mezz’ora osservando il monumento da una certa distanza senza poter accedere sulla piattaforma che sarà formicolante di giorno. Il permesso di ingresso è concesso dopo la verifica fatta sui nostri dati personali che avremo fornito per tempo. Ovviamente entreremo senza zainetti borse e quant’altro possa essere ritenuto inopportuno dalla guardiania presente. Le misure di prevenzione saranno stringenti, ma non stupiscono considerando che si entra di notte nel luogo d’arte in assoluto più rappresentativi del Subcontinente Indiano. L’apertura notturna, l’ora di ingresso, ma anche la stessa possibilità di entrarvi solo col nostro gruppo, potrebbero essere modificate o annullate anche senza preavviso e motivazione a discrezione delle autorità competenti.   Agra è sinonimo di Taj Mahal. Chi torni in India può decidere se rivisitare Delhi, ma difficilmente si lascia fuggire l’occasione di rivedere il mausoleo in marmo bianco. A maggior ragione noi che, per la prima volta, vi entriamo solo col nostro gruppo anche di notte con la luna piena.(Abbiamo consolidate buone relazioni con gli dèi locali che sovraintendono al meteo ma, per non correre rischi, ci siamo rivolti anche a Chac Mool col quale ho particolari frequentazioni. Nonostante ciò, però, nessuno è in grado di assicurare che la Luna possa essere fotografata nelle condizioni ottimali e proprio alle spalle del monumento). Voluto dall’imperatore Moghul Shan Jahan per onorare la moglie che muore partorendo il quattordicesimo figlio, è stato terminato nel 1640. Affacciato sul Yamuna River, offre grandiosità e minuziosi particolari che ne fanno opera certo non comune. (Qualcuno, però, potrebbe notarne una certa freddezza complessiva, come se la grandiosità del tutto fosse smorzata dal materiale con cui è fatta).Tant’è, è sempre preso d’assalto da orde di turisti, e pare che in un solo giorno siano riusciti ad entrarvi poco meno di centomila persone. L’ultima ordinanza conosciuta pone il limite di 40.000 ingressi al giorno. (Tanto per dare il senso dello specifico affollamento, ricordiamo che a Petra, sito molto più vasto dei giardini e del mausoleo, è stato posto un limite di 5.000).Troppo famoso e decantato per descriverne anche solo le caratteristiche principali. Notiamo solo aspetti non presenti nella pubblicistica più strombazzante, occupandoci non tanto dell’oggetto ma di alcune strumentalità e polemiche che gli ruotano intorno. Sottolineiamo solo che Mumtaz Mahal cui è dedicato il mausoleo, in persiano significa “gioiello del palazzo” e che per costruire quello che dal 2007 è una delle 7 meraviglie del mondo moderno*, occorsero 20 anni e l’opera di oltre 20.000 tra operai e architetti, con manodopera e materiali provenienti da Asia ed Europa. Le parole che il Nobel Tagore usa per definirlo “una lacrima di marmo, ferma sulla guancia del tempo” sono assai mielose ma segnalano l’amore con cui si guarda a questa enorme montagna di marmo bianco. L’imperatore moghul per dare seguito alla promessa fatta alla moglie in punto di morte realizza il mausoleo più spettacolare al mondo dandogli il nome della sua amata. Anche se non lo fosse, ciò che a noi interessa è rilevare che è certo l’immagine che più frequentemente viene in mente pensando all’India. Evidentemente è proprio questa identificazione con l’India e con l’amore eterno a far decidere nel 2017 che il Taj Mahal dovesse scomparire dalla lista dei siti turistici dell’Uttar Pradesh, lo stato in cui si trova Agra. La pensata è una delle decisioni adottate subito dopo l’elezione a governatore di un guru indù, noto per le sue posizioni oltranziste nei confronti delle altre religiosità, con particolare avversione al mondo dell’Islam. È lo stesso che aveva polemizzato con chi usava omaggiare un ospite straniero donando una piccola riproduzione del Taj Mahal.In tali atteggiamenti è sostenuto da Modi, primo ministro dell’India dal 2014, che è pure leader del BJP, partito nazionalista induista poco incline a rapporti rilassati con altre confessioni.Improvvisamente, quindi, cinque anni fa il governatore dello stato decide di liquidare l’esistenza di una delle icone del Subcontinente Indiano. È come se in Egitto qualcuno avesse la geniale idea di non menzionare più la Piramide di Cheope.La spiegazione è semplice. Per queste autorità dello stato, della Confederazione Indiana e del BJP è inaccettabile che si identifichi l’India con un monumento di natura islamica. (Ricorda molto le posizioni di alcuni altri indiani, questa volta di Calcutta, che non amano molto la suora albanese assai nota e apprezzata in tutto il mondo come Madre Teresa di Calcutta per l’accostamento tra la città e una religiosa cristiana). Non si tratta di una svista, a meno che non lo sia anche il fatto che lo stesso smemorato governatore abbia dimenticato di inserire l’opera moghul tra i monumenti cui assegnare fondi per la manutenzione, includendo al suo posto siti strettamente indù.L’ostilità del partito di governo verso il multiculturalismo, che non aiuta a valorizzare quanto l’India offre, si arricchisce anche con fantasiose ricostruzioni circa l’origine stessa del Taj Mahal. Una fetta di intellettualità induista, anche se non arriva a richiamare forze aliene per motivare la costruzione di un manufatto così particolare, rivendica che sarebbe stato realizzato nel XII secolo e dedicato a Shiva e, solo successivamente, trasformato in mausoleo dagli invasori islamici. Un’origine induista che, secondo questi infaticabili costruttori di fake news, sarebbe anche propria della stessa Kaaba. Le prove si troverebbero nelle sale sotterranee del Taj Mahal che la sovrintendenza archeologica si ostina a non voler aprire. È dovuta intervenire anche la Corte Suprema per evitare di attribuire ad un regnate indù la paternità del Taj Mahal.Altri, al contrario, si sono dilettati ad affermare che Shan Jahan progettava di costruire anche un altro Taj Mahal. Sarebbe stato in marmo nero e dedicato a sé stesso, ubicato sulla riva opposta dello Yamuna, per poter osservare quello della moglie proprio oltre il fiume. Secondo questi, ne avrebbe addirittura iniziato la realizzazione. Vasti saggi e rilievi sui terreni circostanti non hanno però rinvenuto alcuna traccia di tali lavori.Non potevano inoltre mancare storie secondo cui, come si racconta anche per altre opere antiche particolarmente importanti, gli operai e architetti che hanno lavorato per costruirle, siano stati messi in condizioni di non poter più usare mani od occhi per costruire altre meraviglie simili. Taglio delle mani agli artigiani e accecamento dei progettisti, la soluzione al problema. Anche i rischi circa lo sprofondamento del monumento è parte delle storie che lo attorniano, generate forse per i timori di perderlo. Secondo queste, sarebbe in atto un lento ma inevitabile inclinarsi verso il fiume di tutta la piattaforma su cui poggia, a causa della natura fragile del suolo. Per fortuna le indagini condotte per alcuni anni non hanno rilevato nessun rischio. Sarebbe invece il caso di preoccuparsi seriamente dei segnali lanciati anche dalla Corte Suprema Indiana a proposito di manutenzione. Secondo questa, le autorità non fanno abbastanza per mantenere in buono stato il monumento che rischia di perdere tra l’altro il suo caratteristico biancore. Infatti, anche se dagli anni ’90 è vietato installare industrie inquinanti a meno di 50 chilometri, le formicolanti presente umane, gli agenti atmosferici sono un rischio concreto.  Da decenni ha perso lo smalto originario e il biancore tipico del marmo bianco proveniente da Makrana, mostrando agli esperti segni di colorazioni nelle vaste superfici tendenti al giallognolo e verdastro. Ovviamente a causa di vari agenti atmosferici, ma anche per gli escrementi dei tanti milioni di insetti che provengono dal fiume e depositano escrementi sul mausoleo. Dopo lunghe ricerche di scienziati locali e statunitensi, pare si sia trovato il modo di porvi rimedio usando delle sostanze fangose come detergente. Le stesse che tradizionalmente adoperano le donne indiane per mantenere elastica e luminosa la pelle del viso.Le facce del monumento islamico curate come fossero i volti delle indiane? Ci si aspetta qualche reazione adeguata da parte delle autorità induiste. *(Le altre sei sono Il Colosseo, Petra, La Grande Muraglia Cinese, Chichen Itzà, Cristo Redentore, Machu Picchu. Delle sette meraviglie antiche: Piramide di Cheope, Giardini Pensili di Babilonia, Statua di Zeus ad Olimpia, Tempio di Artemide ad Efeso, Faro di Alessandria, Mausoleo di Alicarnasso, sopravvive solo la prima). Pranzo in ristorante locale vicino Fatehpur Sikri e cena in hotel. 
    Presto, di primo mattino, torniamo al Taj Mahal per una visita più completa, cercando di evitare l’affollamento più insopportabile. Rientriamo in hotel per la colazione partendo subito dopo per Delhi dove pranziamo in un ristorante locale.Il breve passaggio a Delhi è condizionato dalle dimensioni della capitale e dal traffico che la caratterizza. Nonostante ciò, abbiamo previsto un itinerario che ottimizza i tempi disponibili permettendo di visitare 2 dei 3 siti Patrimoni UNESCO di Delhi, Qutab Minar e Humayun’s Tomb. (Il terzo è il Red Fort). Vi andiamo anche perché non tutti quelli che sono già stati nella capitale hanno avuto occasione di visitarli. Tra l’altro, sono nella stessa area sud della capitale non distanti dall’aeroporto internazionale, e dall’hotel che non a caso abbiamo previsto vicino allo scalo aereo.(È bene avere nello zainetto calzini di ricambio utili per i luoghi sacri islamici). Delhi è grande, caotica, vivace, inquinata, multietnica, antica, moderna, sovraffollata, arretrata e tecnologica, con rilevanti sacche di marginalità sociale, vi si parlano molte lingue e dialetti, si incrociano fisionomie assai diverse fra loro. Si incontrano culture che trovano riscontro fisico più immediato nella Old Delhi che è stata capitale dell’India islamica, con evidenze Moghul, che nella New Delhi ex capitale di quella britannica.Da sempre è crocevia tra l’Asia occidentale e sud est asiatico. Se ne conoscono le storie sin dal X secolo a.C., anche se le vicende vere trovano fonti più certe dal I d.C. Grazie alla sua posizione sul fiume Yamuna, il più importante affluente del Gange, si è sviluppata accavallando intorno al suo corso d’acqua otto diversi nuclei urbani, ultimo dei quali è quello inglese. Dal XII secolo è il più rilevante centro indù dell’India settentrionale. Fa seguito un periodo islamico con la conquista da parte di Qutab-ud-din, che termina nel 1803 quando viene occupata dagli inglesi. In quel momento non era ancora capitale, anche se già nel XVII secolo gli imperatori Moghul l’avevano individuata temporaneamente come tale sostituendola ad Agra. Nel 1911 iniziano i lavori che terminano vent'anni dopo per fare della New Delhi la nuova capitale al posto di Calcutta. Di fatto, però, lo sviluppo di Delhi quale effettiva capitale dell’India si realizza pienamente solo dopo l’indipendenza nel 1947. Il Qutab Minar, il minareto, è alto oltre 70 metri ed è considerato una delle torri “più ammirevoli al mondo” dal punto di vista stilistico ed architettonico. Può anche essere un giudizio sproporzionato alla sua effettiva attraenza, ma si tratta comunque di un’opera assai apprezzabile. Si mostra imponente, in grado di dare immediatamente idea della massiccia presenza della cultura islamica in India, di cui vuole celebrare la diffusione. Risale al XII secolo ed è eretto subito dopo la fine dell’ultimo regno indù. Per questo Qutab-ud-din lo volle alto e ardito. Alla base il diametro è di 15 metri mentre in cima si assottiglia tanto da misurare 2,5 metri. Arenaria e marmo di vari colori ne decorano i cinque piani, ognuno dei quali presenta una sorta di balconata. Una lieve inclinazione (della quale qualcuno approfitta per proporla come “la Torre di Pisa Indiana”), non ne mette in pericolo la tenuta. Dal 1993 è patrimonio UNESCO.Alla sua base si trovano i resti della prima moschea costruita dallo stesso Qutab, anche se ciò che si osserva oggi è il risultato di ripetuti rimaneggiamenti, da quando fu inizialmente progettata per rappresentare la potenza dell’Islam.   Ancora più antica è la colonna di ferro, iron pillar, posta nel cortile della moschea portata qui dallo stato del Bihar e risalente a circa 2000 anni fa, che inizialmente decorava un tempio dedicato a Vishnu.Humayun’s Tomb. È il secondo dei monumenti patrimonio UNESCO che vedremo. Ad una prima osservazione potrebbe ricordare l’altra tomba Patrimonio dell’Umanità di Agra. In realtà le due strutture sono assai diverse fra loro, anche se il complesso di Agra appare come rielaborazione di quanto si osserva a Delhi. La tomba fu commissionata dalla vedova di Humayun alla metà del secolo XVI e realizzata in base al progetto di un architetto persiano in stile ovviamente Moghul. Ospita anche molte altre sepolture, inclusa quella della stessa vedova, e introduce nelle architetture indiane alcuni elementi di novità come i giardini di scuola persiana, la complessità della costruzione, l’uso dell’arenaria per un edificio di grandi dimensioni.Poi andiamo in hotel per la cena e pernottamento. Pranzo in corso di visite. Cena e pernottamento al The Grand 5*, che abbiamo già usato il primo giorno in India.Una parte del gruppo vi sosterà solo poche ore in attesa di recarsi assieme alla guida locale nel vicino aeroporto per il volo di rientro in Italia previsto alle 1,10.Il resto del gruppo lo lascerà il mattino dopo per volare a Kathmandu.L’accompagnatore non rientra in Italia ma va in Nepal con alcuni partecipanti per un trekking.  
    Volo Lufthansa alle 1,10 con arrivo a Monaco alle 5,40 da dove si riparte per Malpensa alle 6,55. Atterraggio alle 8,00.    1. Forte di Merengarh  2. Palazzo dei venti a Jaipur 3. Qutub Minar  

    Perché con noi

    • il programma è accurato, denso di luoghi ed emozioni, con tempi congrui per visite ma pure per soste, tempo libero e relax.
    • si effettuano le visite nelle località più note del Rajasthan, e Fatehpur Sikri Agra Delhi, e, fortunatamente in luoghi meno presenti nei programmi più gettonati come Kumbhalgarh, Chittorgarh, Bundi, Abhaneri, Eklingji e Nagda, Royal Gaitor…
    • è previsto l'ingresso notturno solo per il nostro gruppo al Taj Mahal
    • si  dorme per 13 notti in strutture di qualità, alcune veramente affascinanti
    • utilizziamo un volo interno da Delhi a Bikaner per evitare un lunghissimo trasferimento
     

    I nostri esperti

    MARIO VINCENZO ROMUALDI

    Dal 30  settembre  2022 al 13  ottobre  2022

    Approfondimenti di viaggio

      Un accorto viaggiatore non dimentica mai nulla che possa rivelarsi utile sulla base di precedenti esperienze in Paesi molto diversi dal nostro, oltre a una sufficiente scorta di adattabilità ad usi, norme, alimentazione, ritmi e condizioni ambientali a volte molto contrastanti la nostra quotidianità.   Nel caso le nostre indicazioni non siano sufficienti in un qualsiasi aspetto del programma, contattateci. Invitiamo vivamente a richiedere specificazioni anche su [...]